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IL CENTRO DI PSICOLOGIA EVOLUTIVA INTERSOGGETTIVA (P. Cozzaglio) L'ANSIA: UNA LETTURA ANTROPOLOGICO-PSICOANALITICA (A. Messina) IL MITO DI EDIPO NEI TEMPI LUNGHI DELL'EVOLUZIONE (P. Marzoli) IL DIFFICILE PERCORSO EVOLUTIVO DEL MALATO GRAVE (P. Manzoni e P. Cozzaglio) COMPONENTE COGNITIVA E COMPONENTE AFFETTIVA NELLA RELAZIONE INTERSOGGETTIVA (P. Cozzaglio) COLLOQUIO CON SILVIA MONTEFOSCHI L’INTERDIPENDENZA E L’INTERSOGGETTIVITA': L’ANALISI DELL’ESPERIENZA (P. Longhi) IL SACRIFICIO COME MORTE E RINASCITA NELLO SVILUPPO ADOLESCENZIALE (L. Bignamini)
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CENTRO DI PSICOLOGIA EVOLUTIVA INTERSOGGETTIVA
Il Centro di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva (CePEI) nasce nel 1995 dallincontro di cinque persone -Antonino, Paolo, Lorenzo, Sergio, Paola- come gruppo di discussione di casi clinici. Le persone in questione sono tutti psicoanalisti di esperienze e orientamenti diversi, accomunati allinizio dal lavoro effettuato con Antonino Messina. Nel corso dei suoi incontri, il gruppo si accorse di condividere inaspettatamente altro, oltre la conoscenza comune di Antonino e lamicizia: la discussione dei casi clinici, lungi dallessere asettica e univoca, portava i partecipanti a una visione condivisa che andava sempre più precisandosi. Questa visione comune prescindeva dalle differenze di orientamento psicoanalitico dei partecipanti (orientamento junghiano, dialettico attualistico, analisi immaginativa, terapia con la sabbia) e prescindeva pure dal riferimento a una "figura carismatica" che facesse da collante al gruppo. In effetti, i membri del gruppo si accorgevano che il "centro" del gruppo stesso, il suo perno, era in realtà costituito da due "attrattori (1)". Questi due attrattori erano dati dallidea di evoluzione e dallidea di intersoggettività. E proprio dal riconoscimento di questi attrattori che il gruppo, il 26 settembre 1998, ha sentito lesigenza di darsi unidentità come "Centro di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva", includendo nel proprio nome il perno (2) della propria riflessione. EVOLUZIONE Durante la discussione dei casi clinici, ci siamo accorti che la comprensione della storia particolare del soggetto su cui ci stavamo confrontando non poteva prescindere dal tempo. Il "tempo" può venire inteso come quel vettore carico di senso, quella direzione verso la quale si muove la vita stessa della persona; ogni azione, ogni comportamento, ogni scelta, ogni situazione nella quale la persona si muove e si situa, non é intercambiabile, ma segue un "filo del discorso", dove passato, presente e futuro non sono la stessa cosa ma, al contrario, possiedono una polarità di significato. In altre parole, il soggetto non veniva esaminato nel punto-momento dellosservazione come una entità statica, composta da sintomi, simboli e problematiche date una volta per tutte; al contrario, la storia reale della persona, e del linguaggio simbolico con cui ci parlava (i sogni), mostrava una struttura dinamica, fatta da un percorso verso lindividuazione (3). Non solo. I simboli che via via accompagnano il soggetto nel corso dellindividuazione, ci confermavano la loro appartenenza a un linguaggio extra-individuale, collettivo, comune a tutti gli uomini, che amplia la veduta semplicemente egoriferita della propria realizzazione personale (4). Non solo. I simboli e le storie personali si manifestavano sempre più rivelatori di un percorso universale, inserito nella storia di tutto lessere, dove le problematiche personali (maschile-femminile, movimento regressivo e movimento progressivo della libìdo, religiosità, senso della vita, ecc.) manifestavano gli interrogativi del cammino di conoscenza di tutta la realtà vivente (5). In questo senso il percorso individuale del soggetto lungo la propria individuazione segue la legge dellevoluzione insita in ogni essere, le cui caratteristiche formano una triade dialettica: 1) ogni evoluzione avviene secondo una direzione temporale (come abbiamo già detto). 2) la direzione evolutiva rende sempre più complessa, ma allo stesso tempo unitaria, la struttura dellorganismo che evolve (e così é anche della personalità del soggetto in evoluzione). Questo comporta una crescente concentrazione di energia e di possibilità di conoscenza. 3) levoluzione non procede esattamente secondo una linea continua, ma per "salti" evolutivi (nello stesso modo in cui procede lindividuazione) che corrispondono poi a salti energetici e a salti di conoscenza e di consapevolezza. Proprio dallevidenza di questa condivisione evolutiva del percorso personale del soggetto con quello di tutta la realtà vivente, oltre la discussione dei "casi clinici", percepivamo come "ogni incontro umano - e nella fattispecie lincontro analitico - diventa un momento ritmato, una danza trasformativa giocata sia in senso orizzontale di allargamento verso nuove coscienze e nuove conoscenze, sia in senso verticale verso il raggiungimento del sé universale. (6) " Ecco allora il primo attrattore del gruppo, perché attrattore di tutta la storia universale: la tensione della vita verso il senso ultimo dellessere, verso una progressiva evoluzione data da continui salti di conoscenza che abbraccino sempre più la totalità. Nelle storie individuali questa dinamica evolutiva si manifesta nel linguaggio dellinconscio che é poi il linguaggio rappresentativo di ciò che non é ancora conosciuto dellessere, ma che preme per una sua conoscenza. Conoscenza, attuata tramite il procedimento riflessivo proprio del metodo analitico, che travalica i confini personali per inserirsi in un contesto cosmico. Ben lungi da un mero significato particolaristico e contingente, le storie "cliniche" da noi esaminate, interloquivano con il nostro stesso essere per rivelarci il senso delle problematiche comuni e universali. Evoluzione della personalità quindi come percorso della conoscenza che luomo fa, in quanto soggetto riflessivo, di tutto lessere. INTERSOGGETTIVITA Proprio perché levoluzione della personalità porta a una conoscenza universale, che non si identifica solo con quella del soggetto conoscente individuale, anche il rapporto relazionale analitico acquista una qualità particolare. Ci siamo resi conto di come il concetto di evoluzione non riguardasse solo la problematica portataci dallinterlocutore considerato "il paziente", ma coinvolgesse totalmente anche la persona dellanalista; se di evoluzione della conoscenza si trattava, questa doveva necessariamente riguardare anche lanalista. Tuttavia, il punto di partenza del rapporto analitico, ci si rivelava diversamente: il rapporto nasce allinterno di una suddivisione di ruoli, in cui lanalista si pone come soggetto della conoscenza sul paziente, identificato nel ruolo di oggetto della conoscenza, e daltra parte il paziente si pone come soggetto bisognoso, identificando lanalista come oggetto di soddisfacimento dei suoi bisogni. Il rapporto nasce allora come un rapporto interdipendente, anche se la sua tensione, che é poi quella di una conoscenza universale che si attua tramite la relazione, é quella di un percorso in cui sia il paziente che lanalista si fanno soggetti di quella conoscenza che emerge dal loro rapporto e dal loro reciproco parlarsi. Da qui la presa di coscienza di un percorso che, per essere evolutivo, deve farsi intersoggettivo. Nei nostri incontri abbiamo sperimentato sempre più la realtà (o meglio, la tensione) di questa prospettiva che ha fatto da secondo attrattore. Come scrive Silvia Montefoschi: "Il primo interrogativo che mi pongo, per analizzare le operazioni che si compiono entro il rapporto tra me e il paziente, si rivolge al che cosa io faccio. Io non agisco direttamente sugli istinti, non sugli affetti, non sulla struttura psichica data come cosa; io mi rivolgo a un soggetto nella misura in cui egli si rivolge a me... Riguardo allinterrogativo sul modello di rapporto che distingue il mio relazionarmi da quello del paziente e che mi consente di pormi a lui come parametro, devo dire che esso si fa presente nellinstaurarsi dellintersoggettività, in cui si colloca anche il momento dellazione terapeutica, il suo strumento e la sua finalità. (7) " Ci siamo allora resi consapevoli che "lapproccio e le modalità da noi adottati si basano sul principio dialogico, intersoggettivo, io-tu, ove io entro in relazione con laltro e laltro entra in relazione con me, e da questa reciproca relazione nasce un noi che non é solo un io e un tu ma va oltre, é qualcosa di altro che si congiunge ai tanti altri, alluniverso ed oltre. (8) " In conclusione, la nostra esperienza come CePEI ci ha mostrato come, al di là di ogni riferimento teorico, una psicologia e una pratica psicoterapeutica che voglia porsi come procedimento dinamico di conoscenza di sé e della realtà, non può prescindere da questi due attrattori: vale a dire che deve comunque concepire la personalità umana in una continua tensione evolutiva e intersoggettiva. Il CePEI pertanto si rivolge a chi, al di là della "scuola", condivide questa dinamica conoscitiva nel desiderio di un continuo confronto dialogico e di una continua presa di distanza da ogni posizione univoca già data di pensiero. I gruppi di discussione di casi clinici e i seminari di lavoro a temi hanno proprio questo scopo: partire dallesperienza vivente dei partecipanti per percorrere insieme il sentiero evolutivo del pensiero. Un altro fattore importante che costituisce la metodologia del CePEI é proprio quello di partire dalla propria esperienza personale e di gruppo per dare la lettura di ciò che avviene; in altre parole questo implica la ricerca di una conoscenza "vissuta" (dove conoscere e vivere sono i poli dialogici del pensiero) che vada al di là della conoscenza "teorica" già presente nei singoli partecipanti. E secondo questottica che il gruppo si interroga anche rispetto ad argomenti teorici ("acting out", "psicopatologia", ecc.), allo scopo di confrontare e di "far parlare" la teoria con lesperienza professionale e umana dei suoi partecipanti. Paolo Cozzaglio NOTE (1) In fisica lATTRATTORE é lo stato di equilibrio verso cui tende un sistema dinamico. "Per rappresentarci lattrattore, introduciamo uno spazio in cui questo attrattore é inserito. Questo spazio avrà tante dimensioni quante sono le variabili che occorrono per descrivere levoluzione temporale del sistema. Gli stati di equilibrio dei sistemi dissipativi corrispondono per definizione a degli attrattori puntuali, rappresentati da un punto in questo spazio" (I. Prigogine-I. Stengers, tra il tempo e leternità, Bollati-Boringhieri 1989, p. 69). Vi sono tuttavia attrattori più complessi di un punto, come una linea, o addirittura a dimensione frattale: gli attrattori caotici, come lattrattore di Lorenz, che "rivela la struttura fine celata in un corso disordinato di dati" (J. Gleick, Caos, Sansoni 1997, p. 35). Gli "attrattori" a cui facciamo riferimento nel testo sono di questultimo tipo. (2) Il CePEI nasce come associazione senza fini di lucro con i seguenti fini (art. 2 dello statuto): a) promuovere ed approfondire lo studio e la ricerca della psicologia analitica con particolare attenzione agli aspetti evolutivi ed intersoggettivi dellindividuo. b) approfondire nella prassi clinica terapeutica gli elementi teorici e metodologici. c) confrontare i diversi approcci teorico pratici della psicologia del profondo creando le necessarie occasioni di interscambio con gli altri orientamenti. (3) "Individuarsi significa diventare un essere singolo e, intendendo noi per individualità la nostra più intima, ultima, incomparabile e singolare peculiarità, diventare sé stessi, attuare il proprio Sé." (C.G. Jung, Lio e linconscio, Bollati-Boringhieri 1985, p. 85). (4) "Questo equivoco é molto diffuso, poiché non si distingue sufficientemente tra individualismo e individuazione. Lindividualismo é un mettere intenzionalmente in rilievo le proprie presunte caratteristiche in contrasto coi riguardi e gli obblighi collettivi. Lindividuazione invece implica un migliore e più completo adempimento delle destinazioni collettive delluomo." (C.G. Jung, op. cit.) (5) "Lessere cé in quanto si manifesta a sé stesso e, nel manifestarsi a sé stesso, lessere si conosce nelle forme che manifestandosi assume. Luniverso é esso stesso una conoscenza che lessere realizza di sé nelle forme che lo compongono. Luomo, tra queste forme, é quella in cui lessere rivela il livello più elevato di conoscenza, sicché la conoscenza che luomo ha delluniverso coincide con la visione più ampia e più complessa che lessere realizza di sé attraverso il sistema conoscitivo delluomo." (S. Montefoschi, Essere nellessere, Cortina 1986 p. XI) (6) Discorso introduttivo di Antonino Messina alla presentazione pubblica del CePEI, settembre 1998. (7) S. Montefoschi, Luno e laltro, Feltrinelli 1977 p. 13 e 23. (8)A. Messina, idem come sopra.
L'ANSIA:
UNA LETTURA ANTROPOLOGICO-PSICOANALITICA
Ogni stato nevrotico obbliga l'individuo,
per non avere ancora affrontato e superato i suoi problemi, a
continuare ad applicare schemi comportamentali del passato, spesso
infantili e quindi inadeguati. Tale ripetizione, sia come momento
attuale o come obiettivo futuro, non può che creare ansia
ed angoscia, in quanto inchioda l'individuo in una sorta di immobilismo
psichico e non gli concede il senso della dinamicità che
è condizione essenziale della vita. Da qui vissuti di disagio
con perdita di obiettivi e di senso; non a caso l'ansia è
stata definita "mancanza di senso". L'angoscia L'angoscia viene considerata uno
stato più grave dell'ansia, in cui vengono spesso coinvolte
manifestazioni somatiche (tachicardia, sudorazione, vertigine
ecc.) senza arrivare a somatizzazioni vere e proprie. L'angoscia
viene infatti definita come tensione fisica da non soddisfatta
pulsione sessuale, che non riesce a sfociare nello psichico, mantenendosi
giocoforza nel fisico. Nevrosi attuali Freud distingue la nevrosi d'angoscia
e la nevrastenia, dall'isteria. La repressione La repressione viene definita
da Laplanche e Pontalis "operazione psichica che tende a
far scomparire dalla coscienza un contenuto spiacevole e inopportuno"
e l'operazione viene designata per il suo carattere pressoché
conscio, cosicché il contenuto represso diventa preconscio. L'ansia e le crisi di panico L'ansia e la crisi di angoscia
si sviluppano all'interno del rapporto individuo-natura. Antonino
Messina
IL
MITO DI EDIPO NEI TEMPI LUNGHI DELLEVOLUZIONE
Il mito di Edipo traduceva nel linguaggio dei greci micenei un rito arcaico agrario, dimenticato e a loro incomprensibile. Il rito era quello, ancora ricordato nella letteratura babilonese, delle nozze del giovane re con la dea e della rituale e cruenta morte del vecchio re alla fine del ciclo. Era un rito di remissione alla dea madre, alla potenza della natura, funzionale alle prime civiltà dei coltivatori. Gli allevatori del centrasia avevano poi portato, per ondate successive in medioriente, in Grecia ed Europa i riti e la prassi del governo maschile stabile, tenuto oltre il ciclo stagionale: gli dei erano andati organizzandosi in un pantheon gerarchico, governato dal dio della montagna e del fulmine. I guerrieri Achei Micenei, cresciuti nella direzione del potere di conquista, avevano posto leoni a guardia delle loro roccaforti. In continuità con i guerrieri Achei, i Greci classici avevano raffigurato sui frontoni dei primi templi leoni prevalenti su bovidi azzannati e vinti. Dorate criniere solari succedevano alle corna lunate, della autoctona premicenea, civiltà mediterranea regolata sui ritmi stagionali delle semine e dei raccolti. In una età storica in cui i sacrifici non erano più quelli reali del re figlio alla dea madre, ma erano diventati quelli simbolici delle figlie agli obiettivi dei padri (Ifigenia sacrificata per permettere la partenza delle navi verso Troia), Omero accennava ad Edipo come ad un eroe scomodo. Difficilmente includibile nella linea dei poemi epici tutti indirizzati alla prevalenza maschile eroica in una prospettiva di dominio (prima del nemico, poi, nel ritorno di Odisseo, delle passioni e delle fascinazioni individuali) LEdipo omerico, allo svelamento della sua storia fatale, era almeno costretto a reggere la sua sventura e virilmente continuava a governare nonostante la persecuzione notturna delle Erinni della madre. Anche Sofocle che riprese il mito nella tragedia del V secolo, nella luminosa Atene classica, non ne conosceva ne sospettava le origini rituali arcaiche. Il dramma per lui e per la Grecia classica, al tempo del primo argomentare morale di Socrate, era quello dello scontro tra la maschile volontà di rispettare la legge della città e lineluttabilità del fato. I Greci classici, solidali alle leggi civiche, faticosamente pattuite fra uomini e dei, tendevano ad attribuire la tragedia di Edipo ad un precedente colpevole sregolamento, suo o dei suoi avi: ma Sofocle sospendeva il giudizio su Edipo. Sentiva, pur non dichiarandolo esplicitamente, che la caduta nella trappola della madre lo rendeva sacro, lo avvicinava a Dioniso capro e a ogni capro espiatorio. Laccostamento al capro espiatorio ricollegava Edipo indietro agli antichi riti sacrificali ma lo prospettava anche in avanti verso una ancora oscura percezione della sofferenza e della caduta come momento attivo di conoscenza, come una esperienza nuovamente anche mentale (oltre lantica esperienza fisica) dellorganica complessità del vivere. Edipo ultimo eroe in Omero reggeva la sua sventura e continuava a regnare. Edipo uomo intrappolato in Sofocle era costretto a farsi carico di un destino rovinoso e a lui incomprensibile e soffriva della sua impotenza conoscitiva ancora più che della sua disgrazia. Sprofondava alla fine, rapito dagli dei o dagli inferi: perdonato dalle madri, nel suo non aver capito, per il suo aver sofferto. Sofocle, dopo la peste che aveva colpito Atene era stato uno dei fautori del ripristino del culto di Asclepio in città. Aveva ospitato laltare del dio nella sua casa. Topi venivano allevati nei sotterranei dei templi per nutrire i serpenti sacri al dio-serpente Asclepio. 11 dio luminoso Apollo, padre di Asclepio, era il lòimios, lappestatore. Paola Marzoli
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