18 novembre 2000, Convegno CEPEI

Convento dei Frati Cappuccini – p.le Velasquez 1 – Milano

 

  

 

Sviluppo del soggetto

tra creatività e sofferenza

 

Verso quale meta (-psicologia) evolutiva?

 

 

 

 

 

Due anni di presenza del CEPEI

  

Dott. Antonino Messina

Medico neuropsichiatra e psicoanalista

Presidente CEPEI

 

Come sapete il CEPEI si è organizzato e continua ad organizzarsi intorno ad un nucleo operante di psicoanalisti che periodicamente si incontrano per confrontarsi e discutere sul loro agire terapeutico.

Da tempo è emerso che le linee portanti del pensiero, sottese il loro modo di porsi, sono l’evolutività e l’intersoggettività.

Evolutività: intesa come l’acquisire sempre più conoscenza e coscienza.

Evolutività sorretta da un principio trasformativo che implica cambiamento, crescita.

Intersoggettività: secondo cui l’individuo vive nella relazione con l’altro, col mondo, con l’Essere, e raggiunge l’individuazione proprio tramite la relazione.

L’individuo "individuato" è soggetto di comunicazione con altri soggetti, e dal loro essere insieme relazionati nasce la coscienza collettiva.

Abbiamo pensato che le riflessioni scaturite dal nostro lavoro avrebbero potuto interessare più persone ed abbiamo organizzato questo convegno su due temi apparentemente distanti ma intimamente connessi: la sofferenza e la creatività.

La creatività rende leggera la sofferenza e le dà un senso.

La sofferenza stimola ed accompagna la creatività.

La creatività infatti, una volta emersa, riporta il soggetto nella dimensione del creato; non a caso creato è il participio passato sostantivato dell’infinito creare. La creatività poi riconosce al soggetto la sua appartenenza al divino e gli conferma la pienezza di vita.

Durante il nostro lavoro si sono presentate molte domande, alcune hanno avuto risposta, molte altre le attendono. Siamo qui infatti per questo, per aprire discussioni, per porci quesiti.

Voglio ora fare un breve cenno sulle attività svolte in questi due anni.

  1. Abbiamo sempre tenuto i nostri Incontri di discussione sui casi clinici e di questi abbiamo anche seguito le varie metodiche di conduzione, compreso il cosiddetto gioco con la sabbia, del quale si occupano Lorenzo Bignamini e Paola Manzoni. E, servendosi proprio di questa metodica, Lorenzo Bignamini, nel pomeriggio, ci illustrerà un interessante caso clinico, da cui emerge la creatività del soggetto.
  2. Il lavoro con i gruppi sulla "psicologia del maschile e del femminile" – portato avanti da Paola Manzoni – si è articolato in una serie di incontri , in cui i partecipanti erano suddivisi, secondo la loro fascia d’età , in "junior" e in "senior". In futuro è previsto un gruppo che accomuni "junior" e "senior" e l’integrazione generazionale – come la stessa Manzoni prevede – sarà di certo fattore di evolutività.
  3. Nei lavori su "gruppo e individuo" si è visto che per poter parlare di gruppo, e capirlo meglio, bisogna immergersi nell’esperienza di gruppo. Questo, giocoforza, ha creato reazioni varie. E’ emersa poi la metafora del ruolo del conduttore come "giardiniere" e questo è un passo importante, decisivo. Però si è anche capito che è necessario andare oltre: ogni partecipante deve assumersi l’incarico di "giardiniere". Solo così si può formare quella "mente di gruppo" già descritta teoricamente, ma che è aspirazione comune viverla nella realtà esperienziale.
  4. E’ partito pure il gruppo su "psicoanalisi e religione" condotto da Paolo Cozzaglio. Come metodologia è stata scelta quella di partire dalle proprie personali esperienze di spiritualità e religione, al di là delle impostazioni teoriche trasmesse dall’educazione e dalle istituzioni religiose. Sono state toccate diverse tematiche come "il problema del dialogo e del rapporto con Dio", "il problema della nostra individualità che rimanda al problema della morte", "il problema della sofferenza fisica che rimanda al problema del male".
  5. Ispiratore e motore del gruppo di riflessione sulla sofferenza del corpo è stato Francesco Turco e lo ha testimoniato con la sua stessa esperienza personale. Durante gli incontri ci si è soffermati sul significato di malattia, di sofferenza, di guarigione, di morte, di trasformazione. Guarigione intesa non come restaurazione di quell’ordine, di cui il male ha mostrato la fragilità o l’inconsistenza, ma di rinnovamento del proprio sistema di vita, così come Francesco diceva. Giocoforza il problema della malattia investe il medico e tutte le persone convogliate intorno alla persona sofferente (personale paramedico, psicologi, familiari). Abbiamo così avviato i nostri contatti, oltre che con ammalati, con medici e psicologi, nonché con associazioni già attive nel campo. Abbiamo sviluppato alcune nostre idee ed avviato lavori per progettare iniziative future. In merito abbiamo scritto qualcosa e lo abbiamo chiamato, un po’ enfaticamente "manifesto". Nel pomeriggio ci dedicheremo più ampiamente su questo argomento ed un collega medico, il dott. Giovanni Galimberti, ci porterà la testimonianza del nesso tra sofferenza ed individuazione. Lo ringrazio per aver accettato l’invito e per quello che ci dirà.
  6. Abbiamo inoltre partecipato con tre comunicazioni (L. Bignamini, P. Cozzaglio) ai congressi della Società Italiana di Psicologia e Religione, tenuti a Verona.
  7. E per finire siamo relatori (Sergio Bettinelli, Paola Manzoni, Clotilde Vecchi) al corso di aggiornamento obbligatorio dei medici di medicina generale della ASL della provincia di Como.

Adesso rivolgiamo un rapido sguardo alle attività ed alle proposte per il 2001.

Ed adesso, come promotore e presidente del CEPEI, ed a nome personale, allargando l’invito a quanti vogliono associarsi, dedico questo lavoro alla memoria di Francesco Ruffini e di Francesco Turco.

Francesco Ruffini è stato colui che, oltre a farmi sperimentare il valore dell’amicizia, mi ha inoltrato nel vedere profondo, nel guardare oltre le apparenze.

Francesco Turco mi ha mostrato, e ci ha mostrato, il senso profondo della vita e la sua perennità. Ammalato e sofferente è stato sempre presente agli incontri del gruppo sulla sofferenza del corpo, che ha egli stesso guidato con perizia, fermezza e dolcezza.

 

 

IL CONCETTO DI EVOLUZIONE NELL’ACCEZIONE PSICOANALITICA

 

1. Riferimenti alle teorie evoluzionistiche

 

Dott.ssa Paola Manzoni

Psicologa psicoanalista

 

L’idea di una evoluzione compare più volte nella storia del pensiero; limitatamente al mondo occidentale possiamo trovarla nei presocratici e tra loro in particolare Anassimandro. In epoca moderna ha alcune formulazioni fantastiche, sino a che all’inizio dell’ottocento alcuni naturalisti tentano di introdurla seriamente nella scienza, peraltro senza riuscire a superare in modo incontrovertibile le obiezioni degli antievoluzionisti. Questo dibattito è ben rappresentato dallo scontro teorico tra due francesi, Lamarck e Cuvier. Lamark si fece sostenitore di una prospettiva evolutiva secondo la quale le suddivisioni sistematiche dei viventi sono solo un prodotto artificiale della mente umana ed il gioco dell’evoluzione avviene sulla base di una spinta ambientale, nel senso che le mutazioni ambientali possono produrre cambiamenti di abitudini negli animali che portano a modificare i vecchi organi ; qualora tali alterazioni siano possedute da entrambi i genitori, esse vengono trasmesse per generazione. Cuvier, la cui posizione nel College de France è preminente ,controbatte la prospettiva evoluzionista con la sua ipotesi delle catastrofi, secondo cui la terra sarebbe stata teatro di successivi cataclismi, i quali, mutando in modo radicale le condizioni dell’ambiente, avrebbero periodicamente distrutto le specie viventi. Di conseguenza si dedica allo studio sistematico delle strutture degli animali viventi e al loro confronto con i fossili; disciplina che paradossalmente doveva essere alla base del futuro successo delle tesi evoluzioniste.

In Inghilterra, in un ambiente resosi favorevole all’accettazione del trasformismo biologico, nasce Charles Darwin, l’uomo che porta il principio evoluzionistico all’attenzione di tutti, con l’opera Sull’origine della specie del 1859 e la successiva La discendenza dell’uomo del ’71.

L’idea veramente originale di Darwin è quella della selezione naturale, che lo differenzia anche dallo stesso Lamark. Mentre quest’ultimo aveva ritenuto che la causa dell’evoluzione fosse l’ambiente, Darwin influenzato dal saggio di Malthus sulla popolazione, assegna un peso decisivo alla lotta per l’esistenza che si pone tra individui della stessa specie, tra quelli di specie diversa, rispetto alle condizioni fisiche della vita. In questa situazione secondo l’autore sopravviveranno i più adatti alle condizioni di vita in cui si trovano; come l’uomo opera nell’ambito delle piante e degli animali domestici, selezionando artificialmente le varietà che sono più utili ai suoi bisogni, così opera la natura su scala infinitamente più grande.

Nella seconda opera Darwin sostiene la tesi ardita che la specie umana discende dagli animali, cercando di dimostrare che tra le facoltà mentali degli uomini e quelle degli animali superiori, esiste solo una differenza di grado. Fu proprio questa ipotesi a suscitare il maggior scalpore in particolare tra i filosofi ed i teologi, essendo chiaramente in contrasto con il dogma della creazione, rispetto a cui Darwin si dichiarò sempre agnostico.

Il dibattito sull’evoluzionismo proseguì, peraltro irrigidito dall’atteggiamento dogmatico dei discepoli di Darwin.

Nuovi argomenti da prendere in considerazione nella controversia vennero dalla sperimentazione scientifica. Un nome che va ricordato in tal senso è in primo luogo quello di Mendel che attraverso lo studio paziente sull’incrocio di piselli, pone le basi della teoria dell’ereditarietà. Le sue osservazioni constatano la possibilità di variazioni discontinue, e criticano l’idea darwiniana della ereditarietà di tutti i caratteri. Alcuni anni più tardi, con il tedesco Weisman e l’olandese De Vries sorge la distinzione tra il cosidetto plasma germinale ed il resto del corpo, e si sostiene che nello sviluppo della specie i mutamenti discontinui non sono rari ed almeno alcuni di essi si trasmettono ai discendenti in forma perfetta.

La genetica moderna nasce dal proseguimento di queste ricerche, notevolmente potenziato da mezzi tecnologici sempre più potenti; ciò che consentì lo studio di precise associazioni tra fattori ereditari e cromosomi, corpi a bastoncino esistenti nelle cellule germinali. Essa punta l’attenzione sui geni, corpuscoli microscopici che compongono il cromosoma, nel senso che vengono considerati i veri portatori dei caratteri ereditari. Si ripropone a livello dei geni la discussione circa la possibilità o meno che si producano mutazioni, e per quali case .

Le concezioni evoluzioniste a metà del xx secolo si definirono sintetiche, poiché si ponevano il problema della combinazione di diverse discipline biologiche, tra cui la genetica, la paleontologia, l’ecologia, la sistematica.

L’evoluzione veniva considerata come un processo a due componenti: di cui la prima riguarda la natura della sostanza ereditaria, il modo in cui essa viene trasferita durante la riproduzione; la seconda, concerne l’emergenza delle varianti ad opera della selezione naturale. La genetica, che studia il gene e la sua interazione con gli altri geni, si accompagna in questa impostazione alla paleontologia, che studia i fenomeni evolutivi a lungo termine. Si cerca il modo per superare la rigida contrapposizione che si era creata nel primo trentennio dell’ultimo secolo tra i neodarwinisti, che consideravano la selezione naturale l’unico fattore dell’evoluzione e i primi genetisti di visione mutazionista, che ritenevano a loro volta la comparsa casuale ed improvvisa, per salti bruschi, di variazioni, l’unica fonte vera di evoluzione. Nell’approccio sintetico si tratta infatti di considerare numerosi fattori interagenti, e di identificarne la rispettiva funzione e peso.

Dagli anni ’80 sorge un modo nuovo di impostare i mutui rapporti tra le diverse discipline che compongono l’universo del sapere biologico, che ha come parola chiave la "sfida della complessità". Con ciò si intende un superamento dell’atteggiamento riduzionista della scienza classica portato alla ricerca del semplice e dell’elementare dietro la complessa varietà dei fenomeni; degli aspetti invarianti e necessitanti dei fenomeni dietro al cambiamento. L’attenzione consueta per il generale ed il ripetibile si accompagna ad altrettanta valorizzazione di ciò che è singolare e contingente.

Risulta troppo difficile tentare una sintesi dello stato dell’arte delle diverse teorie che sono emerse nell’ultimo trentennio; e forse sarebbe fuori tema. Qualitativamente però ci sembra importante ricordare, anche per gli scopi della presente giornata, il cambiamento di peso che ha riguardato alcuni concetti base, tra cui in particolare il fattore "adattamento":

La questione importante che si pone con ciò è quella delle strategie dell’evoluzione; l’evoluzione nel senso originario e rigido in un certo senso è opportunistica, raggiunge il vantaggio immediato, anche a scapito di svantaggi adattivi futuri. Il progresso nell’evoluzione può essere misurato non solo ricorrendo all’adattamento all’ambiente attuale, ma anche ad una plasticità che renda possibile l’adattamento ad ambienti futuri. Ora il progresso nell’adattabilità coincide con un più alto grado di indipendenza del sistema dal suo ambiente, ciò che viene definito individualizzazione, fattore espresso nell’aumentata capacità omeostatica dell’organismo.

Mentre l’adattazionista ritiene che il corpo sia una collezione di tratti il cui disegno è spiegato come conseguenza dell’adattamento ottimale, per Varela l’unità organismo non funziona come una somma di caratteristiche, ma come un tutto coerente; l’evoluzione del singolo tratto è allora sottoposta a vincoli dipendenti dal tutto.

Secondo la teoria sintetica, il caso gioca un ruolo importante nel progresso dell’evoluzione. Le mutazioni sono accidentali ed esse rappresentano la sola fonte di modificazione del testo genetico. Ma all’indeterminismo nell’origine del sostrato si associa una concezione deterministica della selezione naturale che governa il destino delle singole mutazioni, quando queste si manifestano al livello dell’organismo. Caso e necessità cooperano in modo dialettico, sosteneva Monod – premio nobel alla fine degli anni ’60 - in un saggio che ebbe una risonanza mondiale.

Le categorie che oggi si ritengono maggiormente esplicative, sono viceversa quelle più sottili di vincolo e possibilità. Il cambiamento infatti, lungi dall’essere una risposta forzata resa necessaria dall’ambiente inteso come causa, si origina dalla variabilità inerente gli organismi e le specie, e dagli infiniti modi possibili con cui tale varietà si accoppia con i vincoli ambientali. La storia naturale è da concepire come deriva degli accoppiamenti fra i sistemi viventi autonomi ed i loro ambienti e fra differenti sistemi viventi autonomi all’interno di particolari ecologie.

 

 

2. La visione freudiana

 

Dott. Antonino Messina

 

Iniziamo da Freud ideatore e fondatore della psicoanalisi.

Il suo intento è evolutivo per eccellenza. Questo lo si nota in diversi momenti del suo pensare. Possiamo coglierne diversi punti.

  1. Il suo "Là dove c’era L’Es ci sarà l’Io" è la coscientizzazione tout court.
  2. Il passaggio dal processo primario (soddisfazione immediata – principio del piacere) al processo secondario (soddisfazione differita – principio di realtà) è il salto evolutivo che Freud riconosce all’uomo affinché si riconosca tale e quindi non perire, in quanto l’appagamento immediato condurrebbe l’uomo allo stato di quiete originaria quindi ad uno stato di morte. Tale stato viene da Freud descritto come istinto di "morte" contrapposto all’istinto di "vita".
  3. La dinamicità del pensiero, nonché il sentire evolutivo di Freud lo si nota altresì nella costruzione delle sue topiche. 1a TOPICA: Conscio, Preconscio, Inconscio. 2a TOPICA: Es, Io, Super-Io. Il fatto poi che nella formulazione della sua disciplina, cioè nella sua metapsicologia, Freud faccia intervenire fattori esterni quali ad esempio il Super-io introiettato dal genitore, e si appelli a principi di autorità (Padre, Stato, ecc.), ci mostra come, suo malgrado, egli rimanga immerso nel suo tempo e nella sua formazione accademica. Questo è più che comprensibile, è molto umano. Ma, nella prassi, non può che essere evolutivo e tale è.
  4. Il merito principale di Freud, infatti, è quello di avere riconosciuto la realtà transferale, l’averla sperimentata, attuata e fattone il cardine del suo operare analitico. Con il transfert si opera relazionalmente ed il paziente viene considerato come alterità e quindi soggetto dialogante e non come paziente oggettivato nella sua patologia.
  5. Freud è più evolutivo che mai nell’invitare il paziente a liberarsi da ciò che ha rimosso e che è causa del suo disturbo nevrotico. Per fare ciò il paziente deve portare i contenuti alla coscienza e reggerne la tensione. Questo comporta, oltre alla guarigione, un salto evolutivo. Evoluzione intesa come crescita in quanto il paziente non rifiuta più la tensione emotiva derivante dal conflitto. Accettando la tensione e soffrendola, la supera. Nella guarigione viene a riconoscersi in una nuova modalità esistenziale, logicamente più evoluta.

Da questi punti e da tanti altri ancora, emerge il sentire evolutivo di Freud che, unito alla sua originalità ne caratterizza lo spessore e la grandezza.

 

3. La visione adleriana

 

Dott. Sergio Bettinelli

Medico psicoanalista

 

Perché Adler e non un altro ?

Perché Adler, con Freud ed Jung, avendo dato con la sua teoria della Psicologia Individuale un contributo importante ma soprattutto originale, alla nascita e allo sviluppo della psicanalisi e allo studio e alla ricerca nella psicologia del profondo, può a ragione essere considerato come uno dei padri fondatori di questa disciplina.

Non si poteva quindi prendere in considerazione il concetto di evoluzione in psicanalisi, prescindendo da quello che è stato o avrebbe voluto essere il suo contributo.

Alfred Adler nella prefazione del suo libro " Il Temperamento Nervoso " afferma: ... La nostra intenzione è piuttosto di mostrare che l'evoluzione psichica dell'individuo, e le deviazioni che questa evoluzione subisce, cioè le nevrosi e le psicosi, sono determinate dall'atteggiamento che egli adopera di fronte alla logica inflessibile della vita sociale....

Egli parla espressamente di evoluzione, evoluzione psichica che sarebbe determinata dal sentimento di inferiorità, le origini del quale risalirebbero ad una infanzia difficile e penosa.

Aggiunge:... ogni tratto, anche il più esiguo, della vita psichica è permeato d'un dinamismo finalista. La psicologia individuale vede in ogni fatto psichico l'impronta di un piano di vita che presenta rigorosamente un unico orientamento...

E ancora, nella " Prassi e teoria della Psicologia Individuale" scrive:… tutta la struttura psichica si fonda su una linea sotterranea, linea di movimento che nasce dalle aspirazioni umane, che scaturisce da un miscuglio di sentimenti sociali e di tendenza ad una posizione di predominio personale...

Ci sarebbe quindi una evoluzione psichica dell’individuo e le deviazioni che essa subisce si manifesterebbero come nevrosi e psicosi.

Tutti i sintomi delle nevrosi sembrerebbero influenzati da una meta finale; se noi conosciamo questa meta, possiamo spiegarci i sintomi delle nevrosi: lo scopo finale, la meta, di ogni nevrosi sarebbe una esaltazione del sentimento della personalità, una affermazione esagerata della virilità."… Tutte le manifestazioni della nevrosi si spiegano con questi tentativi di raggiungere lo scopo finale, cioè la superiorità virile..."

In particolare la meta nel nevrotico sarebbe una meta fittizia; ci sarebbe una incapacità di adattamento alla realtà per l'aspirazione ad un ideale irrealizzabile. "... lo scopo fittizio al quale il nevrotico subordina tutti i suoi pensieri e tutto il suo comportamento costituisce un'elevazione illimitata del sentimento di personalità... "

Il motore di questo processo evolutivo sarebbe come abbiamo visto il sentimento di inferiorità, la malsicurezza, per superare il quale il nevrotico si avventura nelle maglie della finzione, ma "... il nevrotico... volendo soddisfare contemporaneamente le esigenze della vita reale e quelle del mondo immaginario, finisce in una posizione ambivalente, cioè in un vicolo cieco che lo immobilizza e che paralizzare suoi movimenti.…".(da " Il Temperamento Nervoso").

Elementi importanti che determinerebbero l’immobilità sarebbero il sentimento di colpa e gli scrupoli di coscienza , causa di sterilità in quanto paralizzano ogni azione.

"... dobbiamo tenere conto delle trasformazione che questo processo evolutivo subisce tutte le volte che il soggetto si trova in presenza di contraddizione e di opposizione di natura tale da compromettere o rendere vani gli sforzi tendenti a realizzarlo... "

Alfred Adler parla dunque di un piano di vita, di una finalità che caratterizza la personalità umana, il nostro comportamento psichico: questa finalità sarebbe il vivere sociale; la vera meta dell’individuo non è data dal sentimento egocentrico, ma dal sentimento sociale.

A. Adler con la sua "Psicologia Individuale" sembrerebbe volersi distanziare dal riduzionismo della metapsicologia freudiana, sembrerebbe proporre una immagine di personalità umana, una personalità non strutturata geneticamente né tendente ad un fine riducibile a delle leggi biologiche. Il fine della personalità sembrerebbe intenzionale e presupporrebbe una volontà, l’io sarebbe soggetto.

Anche noi parliamo di sviluppo, meglio di evoluzione, del soggetto,.. dell’io; …evoluzione che per Adler sarebbe motivata dal fine dell’autoaffermazione, teorizzata appunto come ricerca della potenza e della superiorità, per arrivare al sentimento sociale, che spingerebbe l’uomo ad uscire dal suo egoismo ed a subordinare il proprio interesse a quello collettivo

E’ evidente però che siamo di fronte ad una palese contraddizione della personalità umana, che non trova una spiegazione adeguata su un piano psicologistico. Se infatti la motivazione sociale spinge l’uomo ad integrarsi con l’altro, non si spiega la motivazione egocentrica (desiderio di potenza ) e viceversa.

La spiegazione a questa contraddizione la potremmo trovare considerando queste motivazioni come innate cioè ricorrendo alla teoria degli istinti innati, immaginando la personalità umana come un meccanismo biologico governato da forze e tendenze che vanno al di là della sua individualità.

D’altra parte parlare di istinto naturale verso l’egocentrismo, risulterà una contraddizione in termini, perché il sistema della natura non può ammettere alcuna individualità o soggettività. L’individuo, sul piano naturale, sarà ridotto ad una semplice struttura meccanica, in particolare non potrà esistere interrelazione interindividuale in quanto l’individuo, sulla base di leggi naturali, predeterminate automaticamente, sarebbe un semplice automa. In un simile contesto non sarebbe neanche possibile definire il rapporto interindividuale ( che non esiste ) come comportamento sociale: non possiamo parlare di comportamento socializzato quando si tratti di interrelazione tra sistemi automatizzati. Non può esistere una vera problematica dell’alterità, che può sussistere soltanto in funzione di un’antitesi rispetto al sentimento dell’io.

In conclusione Adler , come abbiamo visto, cerca di uscire dal riduzionismo e dal pessimismo freudiano per dare una immagine dialettica alla personalità, ma non riuscendo a trovare una spiegazione alla contraddizione della stessa personalità umana, se non su un piano naturalistico oggettivo, in realtà nega la soggettività e conseguentemente, pur volendo affermare l’evoluzione psichica dell’uomo, nega la possibilità di un processo evolutivo dell’individuo che, come abbiamo già affermato, può avvenire solo in virtù della relazione intersoggettiva.

 

4. La visione kleiniana

 

Dott.ssa Clotilde Vecchi

Psicologa psicoterapeuta

 

Melania Klein, storicamente la prima delle donne che hanno lasciato un’impronta nell’evoluzione della psicoanalisi, si è (forse per questo?) focalizzata sulla fase più precoce del processo evolutivo, (il primo anno di vita).

Ipotizza infatti che l’attività dell’inconscio inizi, a differenza di Freud, praticamente subito dopo la nascita, sviluppando un processo articolato e complesso finalizzato sostanzialmente a governare l’angoscia primaria, in modo da consentire l’evoluzione dell’identità.

L’attività che l’inconscio mette in atto è in sostanza un insieme di "dispositivi di sicurezza", i meccanismi di difesa, che rappresentano sia il modo di procedere del percorso evolutivo che il modo di salvaguardarlo dagli impulsi distruttivi.

Tali meccanismi cambiano infatti a seconda della fase di sviluppo o posizione, termine che in M. Klein identifica la "specifica configurazione" che assume in ciascuna fase la "relazione con l’oggetto", (il seno materno prima e la madre poi), e quindi la dinamica tra le angosce e le difese a ciò connessa.

Il concetto di relazione con l’oggetto merita però un approfondimento: infatti la disponibilità reale che il bambino avverte rispetto alle sue esigenze e il grado più o meno ampio di appagamento che ne trae, hanno una significativa incidenza sull’intensità che possono assumere i meccanismi difensivi, rischiando talora di "inceppare" il processo evolutivo.

Ma ciò che davvero è determinante rispetto al procedere evolutivo, nell’ottica Kleiniana, non è la realtà così com’è, quanto ciò che accade nella "fantasia inconscia" del bambino, ovvero a livello delle rappresentazioni mentali degli istinti laddove le esperienze reali si traducono in immagini positive, quando c’è un vissuto di gratificazione e negative, quando c’è un vissuto di frustrazione.

Si possono infatti produrre "fantasie allucinatorie" ovvero immagini appaganti, che compensano l’assenza di gratificazione reale, così come possono prodursi immagini negative che amplificano la frustrazione di uno scarso appagamento, magari connesso a cause oggettivamente inevitabili (latte inadeguato, impossibilità di allattamento).

Si coglie qui una spinta evolutiva del pensiero Kleiniano stesso che già contiene "in nuce" tematiche sviluppate da scuole più recenti quali:

  1. Il ruolo dell’interpretazione negli scambi tra adulti, dove produce talora malcontesi e/o rotture del processo comunicativo.
  2. Il ruolo dell’ambiente famigliare sulla dinamica intrapsichica dell’individuo
  3. Il ruolo che può esercitare la terapia a partire dall’elaborazione delle rappresentazioni mentali ovvero delle immagini prodotte dalla fantasia inconscia.

M. Klein Io fa tramite l’osservazione e l’interpretazione dei comportamenti del bambino nel gioco e nella relazione col terapeuta, per favorirne il passaggio dai meccanismi di difesa regressivi (o psicotici) a meccanismi di difesa più evolutivi ( o nevrotici) e quindi all’espressione delle capacità creative del soggetto.

Il modello Kleiniano prevede due fasi di sviluppo costitutive della dinamica intrapsichica: la posizione schizo-paranoide e la posizione depressiva.

Nella prima la "relazione con l’oggetto" è parziale ovvero concentrata sul seno materno: l’inconscio è pertanto impegnato (semplificando molto l’articolazione del pensiero Kleiniano) a gestire l’aggressività derivante dalla frustrazione, che si traduce in fantasie distruttive.

La dinamica basilare con cui l’inconscio opera consiste nella proiezione di ciò che dà angoscia e nell’introiezione di ciò che è rassicurante, anche se l’introiezione può comportare il riprendersi ciò che si voleva lasciare fuori: c’è quindi scissione tra il male che viene espulso proiettando nella fantasia gli impulsi aggressivi sul seno cattivo", in quanto grazie a ciò è vissuto come minacciante, e il bene, che viene introiettato nella fantasia inconscia come "seno buono", appagante e rassicurante.

Nella posizione depressiva invece la "relazione con l’oggetto" è con la madre come persona, talora frustrante talaltro gratificante, comunque fortemente desiderata: nasce quindi il vissuto di ambivalenza, che attiva da un lato il senso di colpa rispetto agli impulsi distruttivi, dall’altro l’impulso a porvi riparo, per salvaguardare l’oggetto d’amore.

Da ciò conseguono una serie di effetti che fanno attribuire a questa seconda posizione la maggior potenzialità in termini di processi evolutivi che attiva e di cui parliamo, per esigenze di chiarezza, dando loro un certo ordine, anche se nella realtà emergono in contemporanea, con forti interrelazioni.

L’esigenza di preservare l’oggetto d’amore dagli impulsi distruttivi dà luogo alla sublimazione, ovvero alla capacità di orientare le cariche emotive, su oggetti e con modalità socialmente accettabili e/o apprezzate.

Questo processo innesca ed è alimentato circolarmente, da un altro importante processo, quello di simbolizzazione, ovvero la capacità di identificare oggetti di investimento sostitutivi di quello originario.

Entrambi diventano ingredienti di un terzo processo, il processo creativo, che ha come motori i due poli dell’ambivalenza, ovvero il senso di colpa che stimola l’impulso riparativo: il processo creativo è quindi la risultante di un interazione efficace tra questi fattori.

L’efficacia dipende peraltro dalla riuscita del passaggio dalla prima posizione, caratterizzata da una condizione psichica che tende a vivere come contrapposti il bene e il male ad una posizione caratterizzata dalla capacità di tollerare la coesistenza dei due aspetti, sia al proprio interno che negli altri e nelle situazioni.

Il processo evolutivo consiste quindi, fondamentalmente, nel passare dalla scissione all’integrazione che per Bion, significativo continuatore del pensiero Kleiniano, consente lo sviluppo della "capacità negativa", ovvero della capacità di reggere il conflitto tra valenze emotive diverse, e quindi di cogliere in ogni questione (il potere come l’amore) la duplice valenza con cui può manifestarsi, pro o contro, una dinamica evolutiva propria e/o altrui.

D’altro canto, questo passaggio non è dato una volta per tutte: la posizione depressiva non prende mai completamente il posto della posizione schizo-paranoide.

"L’integrazione raggiunta non è mai completa e le difese contro il conflitto difensivo possono riportare a fenomeni della fase precedente, cosi che c’è un continuo oscillare fra le due posizioni": le angosce depressive diventano però gradualmente meno intense e quindi potenzialmente meno regressive, via via che il rapporto con la realtà si fa relativamente più sicuro.

All’interno della tematica che affrontiamo oggi, ovvero la dinamica tra sofferenza e creatività nell’evoluzione psichica, c’è un contributo di M. Klein che appare estremamente calzante, relativo al senso di colpa: esso è infatti l’elemento scatenante di una sofferenza, in particolare dello struggimento per l’oggetto d’amore che l’aggressività ha rischiato o rischia di distruggere, da cui scaturisce quindi, il dolore del lutto che pretende una riparazione, attuabile grazie al processo di sublimazione.

E se per Freud la sublimazione è il risultato di una rinuncia, per la Klein il processo ha riuscita solo quando la rinuncia scaturisce da un processo di elaborazione del lutto, ovvero tramite il ricreare dentro di sé, ciò che è stato perduto fuori.

Per la Klein infatti un oggetto assimilato diventa un simbolo dell’Io che, essendo stato costruito, può essere liberamente usato dal soggetto.

Concludo allora con una frase della Segal, sua allieva, che ben connette i fili di questo incontro: "La formazione dei simbolo è il risultato di una perdita, è un lavoro creativo che comporta il dolore e l’intero lavoro del lutto".

 

5. Il significato di "individuazione" in Jung

 

Dott. Paolo Cozzaglio

Medico psicoanalista

 

Da un certo punto di vista si potrebbe dire che l'idea di evoluzione è la base di tutta la psicologia analitica junghiana. Jung concepisce infatti tutta la dinamica e l'energetica psichica come un processo in divenire. Il divenire evolutivo della psiche, tuttavia, non è un processo lineare, bensì un processo dialettico, in quanto l'energia necessaria per i salti evolutivi scaturisce dalla tensione e dal confronto degli opposti.

Da un punto di vista strutturale gli opposti sono caratterizzati dalle funzioni della psiche concepite in termini antinomici, in primo luogo l'antinomia coscienza-inconscio, in secondo luogo l'antinomia conscio-inconscio personale e coscienza-inconscio collettivo. Nell'ambito dell'antinomia coscienza-inconscio, l'essere umano si differenzia dal livello psichico tout court (ambito delle pulsioni e degli istinti irriflessi) e tramite il procedere della coscienza riflessiva accede al livello spirituale. Nell'ambito della seconda antinomia, l'essere umano, in quanto cosciente, manifesta un'esigenza di coerenza e di unitarietà dell'immagine di sé, ma inizialmente tende a identificare la propria immagine con l'universalmente umano (inconscio collettivo) senza realizzare la propria identità individuale. Per differenziarsi dall'inconscio collettivo, l'individuo separa da sè le molteplici e indefinite possibilità umane di esistenza, senza identificarsi in nessuna di esse, e sviluppa la sua creatività come essere unico e irripetibile.

Dal punto di vista dinamico, gli opposti si manifestano nel movimento progressivo e nel movimento regressivo della libìdo. Il moto progressivo della libìdo è quello che caratterizza il divenire dell'uomo nel mondo esterno, attraverso una continua dialettica di valori contrari. Questo richiede la scelta di un particolare atteggiamento, per cui avviene che l'essere umano rifiuti aspetti di sé che non sono consoni all'atteggiamento scelto. Nei momenti in cui la vita pone l'uomo di fronte a circostanze che richiedono atteggiamenti diversi, egli può non essere in grado di procedere perché il conflitto tra i contrari si accentua e lo immobilizza. A questo punto il moto della libìdo non si arresta: essa regredisce verso l'inconscio e attiva possibilità esistenziali nuove. Se la coscienza non rifiuta queste nuove possibilità esistenziali, il moto progressivo della libìdo riprende. Da un punto di vista energetico dunque, l’evolutività della personalità può essere osservata nei suoi due momenti: il momento "positivo", rappresentato come il passaggio dal caos all'ordine, che può essere assimilato a un moto di estroversione della libìdo; il momento "negativo", rappresentato come il passaggio dall'ordine al caos, momento vissuto come sovvertimento (e spesso sofferenza o malattia), che può essere assimilato a un moto di introversione della libìdo.

Il processo di individuazione, come viene concepito da Jung, sintetizza il punto di vista strutturale e il punto di vista dinamico. Il suo evolversi è reso possibile dal dialogo continuo tra coscienza e inconscio che si realizza nell'alternarsi del moto progressivo (positivo) e del moto regressivo (negativo) della libìdo.

La coscienza individuale, infatti, nasce dal differenziarsi del soggetto umano dalla vita immediata e pulsionale, e dagli elementi comuni e aspecifici caratterizzanti la specie-uomo, che sono rappresentati dall'inconscio collettivo. È questo un processo spontaneo, genetico, che avviene naturalmente, e che porta alla formazione di quella struttura psichica che chiamiamo "io". Una volta formatosi l'Io deve consolidarsi, evitando di cedere nuovamente alle spinte irriflesse degli istinti, e pure differenziandosi sempre di più dall'universalmente umano, per riconoscersi, quale soggetto, una propria particolarità e specificità. L'Io, dunque, per mantenere la propria identità tende a negare i contenuti psichici non riconosce e che sfuggono al suo controllo, e li relega nell'inconscio. Essi vengono rappresentati in quella funzione psichica che Jung chiama "Ombra". Ogni qualvolta questi contenuti rimossi diventano autonomi e agiscono in modo inconsapevole dal soggetto, è l'Ombra a prendere il sopravvento sull'io.

D'altra parte l'Io, per differenziarsi dalla psiche collettiva ma, allo stesso tempo, per poter riconoscersi ed essere riconosciuto dal contesto sociale collettivo, tende ad identificarsi in atteggiamenti, valori e contenuti unici che lo caratterizzano agli occhi di sé e degli altri. Questa funzione psichica è stata denominata da Jung "Persona", vale a dire "maschera", modo di apparire all'esterno, e comprende il sistema di valori coscienti e socialmente riconosciuti nel quale l'Io si identifica. Persona e Ombra sono dunque poli antinomici del soggetto e, come tali, se non trovano un'armonia dialogica, possono contrapporsi in una rigida separazione. L'inconscio ha per la coscienza una funzione compensatoria e, più l'Io irrigidisce il sistema della Persona, più l'Ombra costituisce una spinta inconsapevole finalizzata a ridare vitalità al blocco dell’energia psichica conseguente alla contrapposizione delle due tendenze opposte. A questo punto, il soggetto deve ritrovare un dialogo con l'inconscio per attingere da esso nuove possibilità di esistenza di nuovi atteggiamenti, che superino la contrapposizione dei contrari e lo stallo energetico.

È questa la funzione dell'Anima, intesa come la capacità del soggetto di entrare in dialogo con se stesso e con l'inconscio collettivo, fonte di nuove possibilità, mai esaurite. È da questa capacità, che si esprime nell'attività simbolica, che il soggetto trova il tertium non datur come atteggiamento nuovo che supera la contrapposizione Persona-Ombra. L'individualità non è più identificata in un Io che si contrappone a un contesto sociale umano che lo categorizza e lo tiene imprigionato in una visione statica ma, al contrario, procede ulteriormente ad individuarsi quando è capace di attingere un nuovo atteggiamento, significativo anche a livello sociale, da un'interiorità che lo trascende.

È a questo punto che l'individuazione del soggetto supera gli angusti confini dell'Io per riconoscersi nel simbolo del Sé, quale centro della personalità, che trova la propria vitalità nel percepirsi come individuo inserito in una dinamica universale di valori con la quale è in costante dialogo. Se lo sviluppo dell'io è compito spontaneo e innato del processo di individuazione del bambino, o della prima metà della vita, lo sviluppo del Sé è compito consapevole adulto della seconda metà della vita. Nell'ottica del Sé, individuarsi significa diventare un essere singolo che realizza la propria intima e incomparabile peculiarità, ma che anche realizza questa peculiarità coordinandola col Tutto. Chi si impegna nel processo di individuazione, deve accettare la tendenza alla regressione e la perdita dell'Io, per viversi come l'esecutore responsabile dello stesso processo di individuazione che in lui si svolge.

Dice Jung nella conferenza intitolata "la voce interiore" del 1932 (Jung, Opere. Il divenire della personalità, vol. 17, Bollati-Boringhieri), rivolgendosi a una platea di educatori: "personalità è la suprema realizzazione dell'indole innata al singolo essere vivente... personalità è l'atto di supremo coraggio di fronte alla vita, l'affermazione assoluta dell'essere individuale e il più riuscito adattamento alle condizioni universali dell'esistenza, unito alla maggiore libertà possibile di autodeterminazione... la personalità si sviluppa nel corso della vita da tendenze in nuce che è difficile o addirittura impossibile decifrare, e solo le nostre azioni riveleranno chi siamo".

Nel parlare della personalità, Jung mostra la coincidenza dialettica dello sviluppo dell'individuo e del disegno universale che supera i confini dell'io del singolo; in questo senso, il cammino per l'individuazione viene visto, contemporaneamente, come una necessità che trascende l'individuo, e come una scelta consapevole del soggetto. "Senza necessità non muta nulla, men che meno la personalità dell'uomo, che è tremendamente conservatrice, per non dire inerte. Soltanto la più ferrea necessità riesce scuoterla... il detto: molti sono i chiamati, e pochi gli eletti, è particolarmente vero in questo caso; perché lo sviluppo della personalità è al tempo stesso un dono e una disgrazia: la sua prima conseguenza è il consapevole e inevitabile distacco dell'individuo dalla dimensione indifferenziata e inconsapevole della massa. Ciò significa isolamento... lo sviluppo della personalità è una fortuna che si può pagare solo a caro prezzo. Sviluppo della personalità però significa anche: fedeltà alla propria legge. Si può intimamente decidere di seguire la propria strada solo quando la si ritenga la migliore... è ciò che comunemente si definisce vocazione; un fattore irrazionale, che fatalmente spinge a emanciparsi dalla massa e dalle strade già battute".

In questi passi Jung delinea in tutta la sua drammaticità gli opposti che sottendono all'evoluzione della personalità, e quindi lo svolgersi del processo di individuazione: l'individuale e il collettivo; la necessità deterministica e la libertà; la finalità del singolo e la finalità universale. In altre parole, sono due le visuali e gli interrogativi che lo sviluppo della personalità pone: l'individuazione è processo spontaneo e inevitabile, oppure è scelta e volontà del singolo?

Jung sembra fermarsi a questi opposti, senza riuscire a venire a capo completamente di quella coniunctio oppositorum che ha sempre cercato di dirimere negli ultimi anni della sua vita. "Ora diventa chiaro quale immane dilemma si nasconda dietro al nostro problema: la personalità cioè non può mai svilupparsi senza che l'individuo scelga, coscientemente e con una decisione morale consapevole, di seguire la propria strada. Non solo una motivazione causale, cioè la necessità, ma anche la decisione morale consapevole deve dare il proprio impulso al processo di sviluppo della personalità. Senza l'una, cioè senza la necessità, il cosiddetto sviluppo sarebbe una pura e semplice acrobazia della volontà; senza l'altra, cioè senza la decisione consapevole, lo sviluppo finirebbe per arenarsi in un ottuso, inconsapevole automatismo".

Risolvere la coniunctio oppositorum è forse compito degli ulteriori sviluppi della psicoanalisi, come Jung stesso si augurava. Penso allora che sia da stimolo, per una possibile risposta al dilemma posto da Jung, il seguente brano di Silvia Montefoschi (L'essere vero, pag. 199): "la nuova informazione sta nel fatto che tra gli innovatori si venne a mettere ben presto in evidenza una differenza. Alcuni, che costituivano poi la maggior parte, pur avendo fatto proprio il concetto dell'uno, conservarno in pratica la logica della separazione, sì che l'uno tornava a presentarsi come una entità altra da loro e dalla quale essi attendevano la trasformazione, anziché esser loro ad operare ad essa. E se viceversa pensavano d'esser loro ad operare, ribadivano il protagonismo umano che pone fuori di sè il risultato dell'operazione. Solo in pochi avevano compreso dal travaglio che in se stessi venivano patendo, che non c'era alcuno da cui attendersi alcunché e che, al tempo stesso, non era in loro potere porre in atto ciò che in atto non si poneva, pur continuando a sapere che dipendeva dal loro operare la realizzazione finale della visione unitaria del pensiero. Operare che però consisteva nella pura riflessione... e nella coscienza dell'assoluta coincidenza tra la loro presenza pensante e il processo del pensiero. La loro identità si collocava ormai solamente nella consapevolezza del processo o forse meglio, nel processo che in loro si faceva consapevole di sé".

Possiamo dunque dare risposta al quesito, inerente la separazione soggetto-oggetto, che Jung si poneva da quando era bambino. Narra Jung nella sua autobiografia ("ricordi, sogni, riflessioni" pag. 46): di fronte al muro della mia casa era un declivio, dal quale sporgeva un masso: era la mia pietra. Spesso, quando vero solo, andavo a sedermi su quella pietra, e cominciava allora un gioco fantastico, pressappoco di questo genere: "io sto seduto sulla cima di questa pietra, e la pietra è sotto", ma anche la pietra potrebbe dire "io" e pensare: "io sono posata su questo pendio ed egli è seduto su di me". Allora sorgeva il problema: "sono io quello che è seduto sulla pietra, o che io sono la pietra sulla quale egli siede?". Ora, alla luce di quello che abbiamo detto, possiamo rispondere a Jung: "entrambi!"

 

6. Psicoanalisi in evoluzione

 

Dott. Antonino Messina

 

Finora abbiamo parlato di psicoanalisi e evoluzione, ora parliamo di psicoanalisi in evoluzione.

Paolo Cozzaglio ci ha illustrato il processo individuativo in Jung.

Questo concetto porta più che mai il discorso sull’uomo.

La psicologia diventa via via studio e riflessione sulla psiche, quale elemento fondante l’uomo, e non solo studio di prodotti mentali.

Diventa sempre più importante l’agire terapeutico e l’attenzione viene rivolta prevalentemente alle relazioni. Il transfert acquista sempre più valore ed il controtransfert diventa linea guida.

Questo è l’orientamento dello sviluppo del pensiero psicoanalitico che investe tutte le scuole; ricordiamo in campo freudiano il classico studio del Racker (Studi sulla tecnica psicoanalitica – transfert e controtransfert - 1968).

Parimenti il discorso diretto alle singole persone, all’individuo, si sposta sempre più al collettivo, al sociale.

Nella prassi il metodo psicoanalitico viene rivolto ed applicato allo studio dei gruppi e dei movimenti.

In campo junghiano il discorso sul collettivo, ad iniziare dalla formulazione di inconscio collettivo, si fa sempre più frequente. Per Ernst Bernhard, colui che ha introdotto la psicologia analitica in Italia, il processo di individuazione del singolo, corrisponde al processo di individuazione del collettivo ossia l’evoluzione del sé viene vista come evoluzione delle coscienze. Il collettivo, differenziandosi ed acquisendo coscienza di sé, non può che agire sulle singole coscienze.

La presa di coscienza collettiva entra, così, in maniera preponderante nella terapia individuale dando sempre più risalto alla religiosità che la sottende.

Il pensiero psicoanalitico, poi, col suo interrogarsi sull’uomo, porta l’uomo – ossia l’analista – ad interrogarsi su se stesso, e poi, quando si interroga sul paziente, non fa altro che continuare ad interrogarsi su se stesso, in quanto esseri umani. Così facendo si interroga sull’essere "uomo" e quindi sull’essere nel mondo, sull’esserci e via via sull’Essere fino a scoprirne la consustanzialità.

Questo è un pensare riflessivo e, tramite la riflessione, l’uomo vive la sua evoluzione. Si accorge, così, che non è solo lui a pensare, ma è il pensiero a pensare in lui, ed ancora una volta sperimenta la sua consustanzialità con l’Essere: il pensiero dell’Essere si manifesta in lui.

Questo è il percorso del pensiero psicoanalitico, ma è anche il percorso di altri tipi di pensiero, perché è il percorso del pensiero.

Questo lo possiamo definire, se vogliamo, un metodo ontologico, ma di una ontologia intesa non come il discorso che l’uomo fa sull’Essere ma come il discorso che l’Essere fa di sé, tramite l’uomo.

Continuando così, il discorso va oltre la psicoanalisi, includendo in questo termine anche i sistemi di alcuni autori che hanno preferito cambiare termine, esempio Psicosintesi.

Va oltre ….. Silvia Montefoschi lo ha già fatto e ci ha dato e ci dà la sua testimonianza con i suoi scritti e la sua prassi.

Silvia Montefoschi definisce l’inconscio il nostro codice genetico. Ella poi coglie il processo individuativo come realizzazione della progettualità evolutiva del pensiero, che si dà nel soggetto umano per la realizzazione della coscienza collettiva.

Di questo modo di pensare, e di averlo stimolato in noi, ringraziamo Silvia Montefoschi che è qui presente e che ci onora con la sua partecipazione.

 

dibattito

  

INTERVENTO 1: Io, rifacendomi anche al titolo del convegno, pongo a tutti una domanda: ma allora per evolvere bisogna soffrire?

SILVIA MONTEFOSCHI: Io ricordo che mia sorella mi domandò "ma perché mai solo le fregature si chiamano esperienze?". Allora, entriamo nella logica... quand'è che si fa conoscenza? Quando un nuovo elemento entra nel sistema di conoscenza già dato, in cui l'Io ha riposto la propria identità, per modificarlo. Si passa quindi attraverso un momento di caos in cui l'Io trova il suo smarrimento, fino a che il nuovo elemento non ha modificato l'insieme del sistema di conoscenza, ed è stata fatta l'esperienza di un nuovo. Questo comporta una sofferenza.

Non è che bisogna soffrire per evolversi, è che l'evoluzione tutta è una sofferenza! Qui ci riallacciamo a tutto il discorso sull'evoluzione. Direi che, fino a che non usciamo dalla logica della separazione soggetto-oggetto, come giustamente Paolo Cozzaglio ha fatto notare, non se ne esce. Come Antonino Messina ha confermato, in me il pensiero ha detto. Non io, ma il Pensiero ha parlato, perché il pensiero è sin dall'inizio dei tempi: "in principio era il Pensiero e tutto è stato fatto attraverso il pensiero" (Vangelo di Giovanni, cap. 1). Segnalo, oltre tutte le teorie evolutive di cui si è parlato, il mio libro "dall'uno all'uno oltre l'universo", e anche "il principio cosmico". In essi l'evoluzione è letta in tutte le chiavi della conoscenza: la fisica, la biologia, la sociologia, come un progressivo salto del Pensiero stesso su un livello di riflessione superiore. Se conosciamo un minimo di zoologia, già da Linneo vediamo tutte le forme messe in ordine rispetto a questo progetto di evoluzione del Pensiero, a partire dalle forme più elementari, dai monocellulari, fino all'uomo. Sono tutti salti evolutivi in cui la forma vivente acquista sempre più coscienza di sé stessa, del mondo, e della sua relazione col mondo, fino ad arrivare all'uomo che ha saputo dell'intero universo. Dove ha visto l'uomo il big bang, se non nel proprio inconscio collettivo, ovvero nel proprio codice genetico?...

Ma tutto questo è costato all'evoluzione stessa una fatica enorme! I dinosauri, ad esempio, sono estinti perché dovevano nascere i mammiferi, che portavano ad un salto evolutivo di coscienza molto più elevato. È la dinamica stessa che porta con sé catastrofi e rinnovamenti, come dice René Thom. Infatti, secondo questa chiave di lettura, ho intitolato un mio libro "il sistema uomo, catastrofe e rinnovamento". Tutto avviene per rottura di un sistema, perché ogni volta che un nuovo elemento entra in un sistema, il sistema va nel caos, per rigenerare una situazione nuova. Jung già vedeva nel movimento regressivo della libìdo un momento molto positivo, perché se rimette in questione l'ordine dato, la libìdo, l'energia, l'eros, rientra dentro (con un senso iniziale di smarrimento: il caos) dopo di che, attingendo al mondo interiore, l'inconscio collettivo stesso progetta l'orientamento nuovo. È questo in Jung il concetto di coniunctio, tra il figlio e la madre, tra la coscienza e l'inconscio: l'immergersi continuamente nell'inconscio collettivo. L'inconscio collettivo è certamente il codice genetico, ma il codice genetico non porta solamente le informazioni sul già dato, porta con sé anche la pulsione verso l'evoluzione. Insomma... l'Essere c'è, l'universo è nato, e da questo momento è stata una progressiva evoluzione, che è passata attraverso continue catastrofi e rinnovamenti. Quando un sistema viene sovvertito, non può che soffrire!

È vero che l'umanità a volte si infligge la sofferenza senza far nessun salto di conoscenza, ma è pur vero che la sofferenza è insita nel processo evolutivo.

Quando noi siamo presi da un interrogativo tremendo, e dobbiamo prendere distanza dal già dato, dal già noto, dal già conosciuto, dalla nostra immediatezza, non è forse una fatica, non è un patire?

Tra l'altro di concetto di "benessere" a livello umano non esiste. Non esiste proprio perché l'uomo è una forma in transizione anche fisicamente. Il benessere è l'appagamento del bisogno, cosa che l'uomo, da che è nato come uomo, deve continuamente rimandare.

Perché l'uomo parla e l'animale no? L'animale è pensiero comportamentale, è pensiero agito. È pensiero quando sceglie la pagliuzza per fare il nido, è pensiero quando gli uccelli emigrano, tuttavia l'animale non sa di essere pensiero, non sa di essere un soggetto pensante. L'uomo lo sa. Nel momento in cui, per un salto evolutivo del pensiero, nasce l'uomo, l'uomo vede la sua modalità comportamentale e contiene l'impulso che in lui si dice, ne fa esperienza, lo conosce e gli dà un nome: la parola. Anche Levi Strauss suddivide le civiltà tra "il crudo e il cotto": quelle che mangiano il cibo crudo e quelle che, capaci di prendere distanza dall'immediatezza, lo mangiano cotto e lo cucinano.

Allora, per rispondere alla domanda, non è che bisogna imporsi la sofferenza, è tutto già un lavoro faticoso. Il contenimento della pulsione, che rende l'uomo uomo, è fatica. Già Jung dice che l'uomo sostituisce il simbolo (che porta alla nascita del rito) all'immediatezza pulsionale. Tutto il lavoro dell'evoluzione, dall'inizio dei tempi ad oggi, è un lavoro di passaggio dall'entropia positiva a un movimento ad entropia negativa. Ovvero, il creare sempre più ordine e più sintesi vuol dire contenere la tensione stessa, che aderisce a sé stessa nell'immediatezza e quindi arriva al livellamento energetico, per raggiungere il movimento ad entropia negativa, in cui l'energia viene liberata dal dato immediato per farsi disponibile al sistema. È ciò che chiamiamo forza di volontà. Essa è la disponibilità energetica che l'uomo ha, perché è stato in grado di sottrarla allo stato di entropia positiva. È quello che già Jung chiama il plus libidico.

Il metodo analitico, anche all'insaputa di Freud e di Jung, è perfetto, è sempre lo stesso. Ed è lo stesso metodo del farsi uomo dell'uomo, e dell'evoluzione del Pensiero, prima ancora della stessa nascita dell'uomo: contenere l'energia, dopo di che inizia immediatamente la sintesi e l'evoluzione... È tutto faticoso, il benessere è un'illusione. Il benessere sarà quando sarà, quando sarà superata questa spaccatura, che l'uomo porta ancora in sé, tra la dimensione animale e una dimensione divina.

In psicoanalisi di Dio non se ne parla mai... la psicoanalisi che nasce come presa e considerazione della problematica umana, tratta l'uomo ancora a livello animale se non tratta i problemi specificatamente umani: la morte, Dio, l'amore.

Da questo punto di vista possiamo leggere tutto. L'inferiorità di cui parla Adler non è che nasce perché l'individuo ha avuto un'infanzia difficile, altrimenti il poveretto che ha avuto un'infanzia facile è condannato a non evolversi... l'inferiorità è in realtà l'incompiutezza, la nostra incompiutezza di fronte all'infinito che pure abbiamo concepito. Gli psicoanalisti dimenticano tutto: la storia della filosofia, la storia della teologia, ma dico! Queste sono realtà! Perché mai si parla di delirio religioso? Certo, lo psicotico ha un delirio, ma perché? Perché lui stesso vive una spaccatura, e crede che la realtà sul piano di coscienza e ancora attaccata alla realtà percepita solo dei cinque sensi (pensiero concretistico) e dalla logica formale, la quale è appunto la conseguenza dei cinque sensi, per cui l'adesione immediata alla percezione sensoriale ci dà il senso della separazione. Lo psicotico è l'uomo attraversato da un grande pensiero, ma ritenendo che la realtà sia quella che cade solo sotto i cinque sensi, lui stesso si crede folle. Per la sua tendenza al concretismo, egli agisce quella che è una visione, come se ad esempio io, attraversata dal mio pensiero, fossi andata in giro con una corona di spine dicendo che sono Gesù Cristo. No, io vado dal droghiere a comprare il wc-net per pulire il bagno! Non c'è più la separazione tra soggetto e oggetto, tra individuale e universale... è vero che sono io quella che si alza la mattina a scrivere il pensiero che mi attraversa, ma contemporaneamente non sono io: io non posso fare che così! La necessità e la libera decisionalità coincidono, pena non essere me stessa.

Cosa vuol dire il simbolo del Cristo, questo uomo che spezza il pane e dà il vino, quindi dà sé stesso sotto forma di nutrimento, e dà la conoscenza che lui aveva fatto in sé stesso del divino? Chi è l'uomo-Dio, l'uomo che si rende conto di essere la forma finita del pensiero infinito? È l'uomo che dà questa conoscenza dicendo: "questa mi è costata carne e sangue!", la sofferenza...

PAOLO COZZAGLIO: Queste problematiche in realtà nascono dall'esperienza concreta che tutti noi facciamo. Infatti il nostro gruppo vuole continuare la riflessione questo pomeriggio partendo da esperienze di persone concrete immerse in forme diverse di sofferenza: quella psichica e quella del corpo. Il CePEI non ha preteso di risolvere la problematica, piuttosto si propone di continuare a discuterne insieme. Dobbiamo ricordarci che questi quesiti al momento attuale non sono affatto risolti, neppure a livello sociale. Basti pensare al discorso accennato da Silvia Montefoschi sul benessere. È un discorso che va in direzione contraria a quello che socialmente ci viene ancora proposto: la nostra società mira ad un benessere che escluda il dolore, anche nell'affrontare i momenti di disagio.

INTERVENTO 2: Volevo chiedere rispetto alla sofferenza dello psicoterapeuta, come esperienza diretta del cammino lungo l'individuazione che viene fatto con le persone con cui lavora. Sono una psicologa che deve ancora decidere se vuole fare o no la psicoterapeuta, e questa cosa la vivo come molto importante: io stessa mi sono chiesta "ma davvero ho voglia di tirarmi addosso i problemi degli altri?". Da un lato. Dall'altro c'è anche il grande fascino di questo tipo di lavoro, che comunque è stimolante e offre possibilità di riflessione e di crescita personale. Volevo sentire la vostra esperienza a questo riguardo: quanta sofferenza c'è nel vostro lavoro? In quale modo l'affrontate?

SILVIA MONTEFOSCHI: Quello dello psicoterapeuta non è un lavoro altro dalla vita. Non si fa lo psicoanalista, si è... nel senso che, se noi stessi non passiamo attraverso questo processo di trasformazione, non possiamo certo andare avanti insieme all'altro. Allora il problema cambia: diventa il sentirsi chi si è. Nella mia esperienza, io non sono diversa al ristorante con il paziente, rispetto a quando lavoro con lui, e non ho sentito di dover difendere il ruolo di psicoanalista perché al ristorante ci si lascia andare ad immediatezze. Io sono io, in continua riflessione. È un continuo esercizio di volontà e di concentrazione di energia. All'età di tredici anni mi trovavo in vacanza nella vigna della villa di mia zia, e prima della vendemmia c'erano degli stupendi grappoli di uva. Mi alzavo prestissimo, quando tutti dormivano, facevo il giro di tutta la vigna, filare per filare, e dovevo rientrare senza aver colto un chicco d'uva. Era una necessità.

Tutti libri che ho scritto sono scaturiti dal dialogo con l'altro, e io stessa non potevo crescere se non con l'altro che cresceva con me lungo questa via. Allora il problema è interrogarsi su se stessi. Mi rifaccio a una bellissima frase di Rilke, che nelle "lettere ad un giovane poeta" narra di un poeta che chiede un giudizio sulle sue poesie. Rilke risponde "io non do giudizio, ti dico una cosa sola: se per te non scrivere poesia equivale a morire, allora scrive poesia; se puoi farne a meno, fa dell'altro".

PAOLO COZZAGLIO: Uno psicoterapeuta, come già chi ha fatto la domanda affermava, non può fare il suo lavoro se non patendo quelle stesse cose che si trova a dover "curare". A me stesso capita di stare male, e di far fatica a lavorare in questi momenti. E la cosa che mi ha sempre colpito, che in fondo mostra la comunicazione universale a livello dell'inconscio, è quando la persona che viene in analisi porta dei sogni che colgono pienamente il malessere dell'analista. Per me questo è una cosa grandiosa, che dice la verità del lavoro che si sta facendo. Se non ci fosse una reciprocità, quindi anche un poter riflettere sulle medesime problematiche umane ed universali che tutti ci portiamo dentro, sarebbe un lavoro molto falso rispetto alla vita.

INTERVENTO 3: Io vorrei aggiungere qualcosa della mia personale esperienza. Non è che nel lavoro psicoterapeutico ci si accolla qualcosa dell'altro, ma il terapeuta riconosce che è passato dallo stesso problema dell'altro. Non è neanche il ricordo di questo passaggio, ma è comprendere cosa succede nell'altro, quale dinamica si dà, proprio perché ci si è passati. Come si può comprendere l'angoscia dell'altro se non si è mai stati nell'angoscia? Il concetto non è quello di aiutare l'altro, ma quello di riconoscere il movimento dell'essere che nell'altro si dà e che in te si era dato, e che fa si che tu sai che puoi riconoscere quella dinamica e puoi portare l'altro a riconoscerla.

SILVIA MONTEFOSCHI: Si, ma ora ci dobbiamo chiedere qual è la chiave di lettura che ci permette di comprendere l'altro. La chiave di lettura è riconoscere dentro di noi la stessa problematica umana. Questo è detto sin dal mio primo libro "l'uno e l'altro". La problematica umana è sempre la stessa. Noi, come esseri umani, abbiamo la stessa struttura anatomica, viviamo nella stessa epoca culturale, ci portiamo lo stesso corredo cromosomico che porta con sé tutte le informazioni, e che si trasmette di generazione in generazione. Per cui non è possibile che la problematica di Tizio, di Caio e di Sempronio, sia diversa dalla mia.

E allora perché si fa un'analisi personale per svolgere questo lavoro? Non per eliminare nell'analista tutti problemi, metterli da parte, e presentarsi lì ormai disinfettati per dire al paziente "sei tu che proietti i tuoi problemi su di me". No. È per conoscere in sé qual'è la problematica psichica. Allora non è tanto l’aiutare l'altro... il problema che l'altro porta è un problema umano, universalmente umano. Noi lo riconosciamo nella nostra riflessione e glielo restituiamo, e lui si riconosce a sua volta in esso, se è in grado di riconoscersi. Non abbiamo nessun potere di togliere all'altro il suo dolore, se non comprendendo in noi la finalità, il movimento stesso, di quel dolore. L'unica conoscenza di cui non possiamo dubitare è quella che facciamo dentro, non quella che facciamo fuori di noi. Se io dentro non ho conosciuto l'angoscia, io fuori l'angoscia non la vedo. Non è prendersi sulle spalle i problemi dell'altro, ma è nella relazione (e sin dall'inizio la psicoanalisi è nella relazione) che noi procediamo nella conoscenza della dinamica umana come dinamica unitaria. Il problema del singolo è il problema collettivo.

INTERVENTO 4: Vorrei raccontare un sogno. Ho sognato di dover piantare nel giardino dentro di me delle rose, prese come simbolo della bellezza e della creatività. Tuttavia, dopo aver fatto l'analisi del sogno, ho capito quello che in fondo ho sempre saputo, come una cosa che si intuisce ma che non si sa coscientemente: ho capito di essere passata dalla bellezza alle spine lungo tutta la mia vita, come momenti che vivevo separati tra di loro. Invece il sogno mi diceva che dovevo piantare dentro di me questi due aspetti: la sofferenza rappresentata dalle spine del gambo, e la bellezza rappresentata dalla rosa. La rosa intera rappresentava la coniunctio di questi due aspetti, ed è stata per me una liberazione.

INTERVENTO 5: Io sono un educatore professionale. Mi chiedevo se la sofferenza di per sé porta ad un'evoluzione. Se questo infatti può valere a livello generale, poi in realtà nel soggetto non è così, non è automatico, perché se la sofferenza causa una serie di problematiche da cui la persona non sa uscire, si trova al limite di un abisso, o magari sceglie il suicidio come uscita. Forse ciò che salva è comunque una fede di fondo, fede nel senso più vasto del termine, fede nel fatto che l'esperienza di sofferenza può portare ad un'evoluzione. Il mio quesito è quale importanza può avere il poter favorire una certa fiducia, una certa fede, nel fatto che ciò che l'uomo sta vivendo abbia un senso.

SILVIA MONTEFOSCHI: Io non ho detto che la sofferenza porta all'evoluzione, ho detto che la sofferenza è inevitabile in quanto inerente al processo evolutivo. Può esserci qualcuno che non ha la possibilità di cogliere la sofferenza legata all'evoluzione perché non ne coglie il senso, e come lei dice può giungere anche al suicidio - comunque ha tempo di là per risolvere il problema, non è poi un grosso guaio... Ma la cosa più importante è che questa visione è una visione di fede! Noi parliamo dell'evoluzione del pensiero che è poi l'evoluzione dello spirito! Diceva Giovanni "la volontà del padre è la vita eterna", e la vita eterna noi la pensiamo solo quando arriviamo a riporre nella nostra identità nel soggetto pensante e non più nell'oggettivazione materiale. Questa è la coniunctio! Non è soltanto il rimanere qui, perché finché siamo qui c'è la sofferenza. L'oggettivazione materiale della vita è già di per sé una terribile sofferenza: pensiamo che per mantenere la vita, una vita mangia un'altra vita… noi mangiamo il pollo, il maiale... già il fatto che noi quando nasciamo contraiamo una sindrome ad esito certamente mortale...

Noi sappiamo della morte, è sempre presente. O si affronta il problema della morte, lo si vede, e lo si arriva cogliere come passaggio in un'altra dimensione, oppure noi siamo paralizzati. Per questo l'umanità, sin dai primordi, deve aver saputo della sua continuità. E chi glielo fa fare a un soggetto di alzarsi la mattina -pensate la fatica che costa la vita umana- se poi tanto, a breve distanza, sparisce nel nulla?

Quindi questa è la visione della sofferenza inerente alla vita stessa nella sua evoluzione, come passaggio da una condizione ancora materiale, in cui il pensiero è ancora oggettivato nella forma materiale in cui si dà necessariamente il dolore e la morte, ad una condizione in cui finalmente il pensiero realizza sé stesso come il vero Vivente. Questo era il messaggio del Cristo, quello della consustanzialità tra uomo e Dio: "chi conosce me conosce il Padre, chi conosce il Padre conosce me". Non sono parole dette a vanvera! Segnano la storia dell'evoluzione.

PAOLO COZZAGLIO: Volevo aggiungere una considerazione. Ci sono modi di leggere la realtà e la sofferenza che aumentano la sofferenza. La coincidenza di quello che pensiamo con quello che siamo e quello che facciamo, si vede anche in questo caso. Per fare un esempio, se io penso la malattia mentale in un certo modo faccio i manicomi, se la penso in un altro modo magari mi trovo a dialogare con la persona che sta soffrendo nella psiche in quel momento. Il problema della sofferenza è anche questo, il dare senso a ciò che uno sta patendo e soffrendo, ed è ciò che tutti gli autori che abbiamo visto hanno cercato di proporre.

Anche la fede rientra in questa considerazione: l'immagine che abbiamo di Dio è molteplice. Ci può essere un'immagine di Dio che ci annulla, che ci annienta, e un'immagine di Dio che invece ci libera... non è neutro il modo di pensare.

INTERVENTO 6: Io sono un’insegnante, quindi ho un'esperienza di tipo diverso, più sui bambini che non sugli adulti. Introduco il concetto etico: quando s'incontra come psicoterapeuta, o come educatore, o come insegnante, la distruttività allo stato puro, il "male". Voglio introdurre il concetto di bene e di male. Quando cioè si incontra una persona che è proiettata in una dimensione di male. A me è capitato anche nei bambini di incontrare questa distruttività, e di rimanerne completamente sconcertata.

ANTONINO MESSINA: Il male... alcuni soggetti lo portano in maniera molto accentuata. Sappiamo che è una cosa che esiste e con cui dobbiamo fare i conti.

SILVIA MONTEFOSCHI: Mi sembra che la domanda sia più radicale. Se noi siamo il punto d'arrivo del pensiero, del Pensiero Primo, che sa tutto di sé, via via nella sua evoluzione, noi dobbiamo interrogarci sempre. E mi sembra che la domanda ponga questo problema: che cosa è il male, che cosa è il bene? Da quello che abbiamo detto, nell'animale esiste questa immediatezza comportamentale, per cui se l'animale sbrana l'altro, l'altro animale fa parte della necessità della sua sopravvivenza. Con l'uomo nasce l'Io, e qui ci troviamo a fare i conti con qualche cosa di nuovo. L'uomo non aggredisce soltanto perché ha bisogno di mangiare, ma l'Io, quell'io che è stato necessario all'inizio perché si fosse un "chi" in cui il Pensiero sapesse di sé, è diventato ora un limite.

L'Io è il soggetto che sa di sapere di sé, quale soggetto pensante ed agente, e dell'altro da sé, come oggetto. L'Io ha bisogno dell'altro come suo oggetto, che al tempo stesso lo limita nella sua libertà. Di qui l'interdipendenza. Di qui l'odio verso chi si è dipendenti. Inoltre l'Io corre continuamente il rischio di diventare lui l'oggetto dell'altro, che è soggetto pensante ed agente. Di qui la diffidenza, per cui la tonalità affettiva di tutta la relazionalità umana è là persecutività. Uno si sveglia la mattina e dice: oddio, devo telefonare a Caio, perché se no Sempronio se la prende... La persecutività e la diffidenza, perché c'è questo concetto dell'io. Ma l'intersoggettività non sta nel rapporto con l'oggetto -perché il rapporto soggetto-oggetto non è l'intersoggettività- ma nel riconoscere l'altro come te stesso.

In più, come dinamica, il male sta nello scaricare immediatamente le tensioni, mentre il bene sta nella capacità di contenimento della riflessione.

Oggi il fatto da lei riportato, quello dei bambini, non è affatto raro, proprio perché crescono in questo culto dell'appagamento dell'immediatezza, e le povere maestre vengono criticate dai genitori se cercano di dare ai bambini un contenimento. L'uomo, a differenza dell'animale, non segue solo il suo codice genetico ma, come abbiamo detto, ha dell'energia in più che non gli serve solo per sopravvivere, ma alimenta l'Io. E per difendere il proprio io, come altro dall'altro, necessariamente si esprime un'aggressività. Tutto deve essere spiegato, non è che esiste il male e il bene, che il Padreterno ne sa e noi non ne sappiamo... insomma il male esisterà finché esiste l'interdipendenza, dovuta alla separazione di chi è soggetto da chi è oggetto. Solo se io riconosco l'altro come me stesso, certo non lo posso aggredire, perché distruggerei me stesso. Ma questo vuol dire rinunciare all'io come proprietà privata.

 

 

CREATIVITA’ NELL’EVOLUZIONE SOGGETTIVA

 

Dott. Lorenzo Bignamini

Medico, psicologo clinico, psicoanalista

 

Il Dio che gioca è un’immagine presente in molte culture verso cui l’homo ludens origina e trova ispirazione. Il dio che gioca e giocando crea, rivela il significato spirituale del gioco. il gioco accomuna alcune pratiche psicoterapeutiche sia con i bambini che con gli adulti. Gioco ed immagine sono le funzioni che danno forma all’indicibile che contraddistinguono l’arcaicità, l’intensità e la profondità delle emozioni che albergano nelle "profondità dell’anima". L’archetipo del gioco sembra essere inoltre una possibilità del funzionamento psichico che dirige e modella la mente nel suo sviluppo. Sia Freud che Jung hanno ipotizzato, l’uno l’esistenza di una "pulsione di giuoco" e l’altro un "istinto di gioco". In Winnicott l’oggetto transizionale non è tale perché esclusivamente simbolico, ma illusione di una realtà che si prefigura come la prima esperienza ludica. L’ipotesi qui sostenuta è che il terapeuta che gioca rivoluziona il ruolo dell’analista-specchio, offrendo uno spazio di ascolto al gioco del paziente o condividendolo concretamente nella realtà terapeutica.

Il caso presentato è tipico del lavoro con i pazienti psicotici dove la funzione del gioco è sia espressiva che relazionale, facilitante una migliore coesione in supporto alla fragilità dell’Io. La terapia utilizzata è secondo il metodo che Dora Kalff ha trasmesso e consiste nell’attivare un percorso di cura attraverso la manipolazione della sabbia e la possibilità di rappresentare simbolicamente il proprio mondo interno. Nella terapia kalfiana la cura è un processo di ricreazione psichica e di passaggio dal caos al cosmo, processo profondamente spirituale che ricorda l’immagine mitica della creazione con il Dio che gioca.

Segue l’illustrazione di un caso, un ragazzo con diagnosi di schizofrenia, Eros e la proiezione commentata delle diapositive di alcune sedute di terapia con la sabbia.

 

dibattito

 

INTERVENTO 7: Come si manifesta la schizofrenia in modo visibile?

LORENZO BIGNAMINI: Direi invece che è un po' invisibile. La schizofrenia è una modalità di essere. È uno stato che porta ad un isolamento che viene vissuto in modo negativo. In questo caso abbiamo visto il percorso interiore di una persona che l'ha portata a voler sopprimere sé stessa. L'uomo agens, di cui parlavamo alla fine, è ancora un uomo che subisce, non che agisce. In questo senso vediamo una visibilità esteriore, se prescindiamo da alcune forme in cui compare una bizzarria di comportamento.

INTERVENTO 8: La persona che lei ha seguito, andrà avanti tutta la vita ad usare psicofarmaci per raggiungere un equilibrio?

LORENZO BIGNAMINI: Sono degli strumenti anche i farmaci, come la terapia della sabbia, l'assistente sociale... non c'è uno strumento solo che risolva il problema. La terapia è un percorso. Anche l'analisi non risolve tutto. Silvia Montefoschi diceva prima che è importante fare tutto nella vita, anche i gesti più semplici e quotidiani come l'andare dal droghiere a prendere il prosciutto. Il pensiero in sé non dà da mangiare.

 

SOFFERENZA ED INDIVIDUAZIONE

 

Dott.ssa Paola Manzoni

 

L’esperienza che presentiamo ora in conclusione di giornata, grazie alla testimonianza del dr. Galimberti, è dedicata al tema della malattia e del dolore che l’accompagna, esprimendosi sia a livello del piano corporeo che del piano psichico.

Questa tematica ha costituito, nei due anni di vita del CePEI, un ambito importante di confronto che attualmente si propone di travalicare il carattere solo teorico degli incontri, per dar luogo ad alcune attività di sostegno alle persone che vivono queste esperienze: malati, medici, familiari.

Pensiamo infatti che in queste situazioni ci siano delle peculiarità nei processi di comunicazione, che meritano attenzione:

Vorrei togliere il dubbio, che può emergere riflettendo sulla relazione tra sofferenza ed individuazione, che tutto ciò in sostanza sia un ritorno all’antica idea cattolica della sofferenza come espiazione. Ci aiuta moltissimo in questo senso la distinzione che Teilhard De Chardin fa tra "croce d’espiazione" e "croce d’evoluzione", e che emerge da tutta la sua opera. Secondo l’autore, non a caso geologo e paleontologo oltre che teologo, la croce, dunque il dolore e la contraddizione, in una prima accezione rinvia all’intero sistema psicologico, contraddistinto da una nozione catastrofica del male e della morte, considerati come conseguenza naturale della colpa originaria dell’uomo; nonché da intima diffidenza nei confronti dell’uomo stesso ed insieme della materia, avvertita quale principio di caduta e corruzione.

Ma se liberiamo la mente da questa impostazione, ci suggerisce il De Chardin, e proviamo ad interiorizzare in modo profondo il senso del termine evoluzione, cogliendone la natura di sforzo organizzante, brancolante, che lascia indietro una lunga scia di disordini, sofferenze, che per struttura stessa del processo evolutivo biologico implica la morte, e rinvia ad un principio attrattivo del dinamismo universale, ecco che la prospettiva sul dolore cambia.

Inserendo in questa giornata dedicata all’evoluzione del soggetto, il tema della sofferenza, ci sentiamo sulla stessa lunghezza d’onda; e riteniamo che ciò possa avere anche un effetto bonificante, non nel senso certamente di togliere il dolore che quando si dà, purtroppo si dà, ma di alleggerire il fardello già carico di chi soffre.

 

Dott. Paolo Cozzaglio

 

La testimonianza che vogliamo proporre non a caso è narrata da un medico. Tutti infatti sappiamo che la medicina è una delle modalità più strutturate che l'uomo ha avuto per accostarsi alla problematica della malattia e della morte. Ma, proprio per questo motivo, ci possiamo chiedere che cosa caratterizza la medicina come modalità di accostamento al problema esistenziale per eccellenza: quello del dolore. Forse possiamo distinguere due modalità della medicina:

1) la medicina come scienza

È la medicina più rappresentata attualmente. È quella che privilegia lo studio delle malattie al rapporto col malato. È quella che sostituisce alla clinica (contatto diretto col corpo umano come "luogo della sofferenza") le indagini e le immagini strumentali.

E’ l'impostazione della medicina della specie, la medicina classificatoria, che presuppone una certa configurazione della malattia. E’ la medicina delle "flow-charts", degli "alberi diagnostici" e dei "protocolli terapeutici". Il paziente in quanto "homo patiens" non è importante, va messo tra parentesi: il malato deve essere sottoposto al vaglio della nosologia, e la bussola del medico è la malattia e i suoi processi morbosi.

2) la medicina come disciplina empirica che si avvale di scienze

È la medicina che nasce alla fine del 700, quando iniziano gli studi di anatomia patologica. L'anatomia patologica è la scienza che ha come scopo la conoscenza delle alterazioni visibili del corpo: la malattia. Come dice Focault nella sua "Nascita della clinica", si tratta di rendere visibile l'invisibile: il medico deve percorrere a questo punto la via dal manifesto al nascosto. L'attenzione e sull'uomo malato, di cui la malattia è espressione di sofferenza. La malattia è quell'entità nascosta, la sofferenza invisibile, che si svela nel rapporto con il corpo del malato. Vita-malattia-morte costituiscono una visione concettuale unica. La vita viene letta a partire dalla morte. L'uomo non muore perché si è ammalato, ma si ammala perché fondamentalmente può morire!

Scrive Focault: "dall'integrazione della morte nella medicina, nasce la medicina come scienza dell'individuo… la malattia ha potuto staccarsi dalla contronatura e prender corpo nel corpo vivente degli individui solo quando la morte si è integrata epistemologicamente all’esperienza medica della morte".

La nostra riflessione crede a questo secondo modello della medicina, che parte dal malato.

O meglio, che guarda l'uomo di fronte a quella situazione esistenziale che la medicina chiama "malattia", momento estremo di trasformazione al quale il Soggetto è chiamato a dare un senso.

Non si tratta di psicologizzare il malato; troppo spesso si pensa che la via che si apre allo psicologo inizia nel momento in cui il medico fallisce, vale a dire quando la malattia non può essere più sconfitta. Se così pensiamo, giungiamo a una reificazione della psiche, nello stesso modo in cui il corpo diventa malattia da indagare e non più tramite di un rapporto con il malato.

Non si tratta neppure di psicologizzare la sofferenza, in una visione falsamente positiva e volontaristica che nega la morte come domanda posta alla vita.

Si tratta, per la medicina, di recuperare il suo senso originario che è quello della cura del malato.

 

Dott. Giovanni Galimberti

Medico di medicina generale

 

La mia non è una relazione ma è il racconto di un'esperienza, quella personale di questi anni. Sono medico di medicina generale ormai da 20 anni, e ritenendomi a metà del mio cammino professionale, cerco di fare il bilancio iniziale di questa mia attività. Parlare con voi serve a me come riflessione su ciò che ho operato.

Quello che dico non può prescindere dalla mia storia personale, visto che nasco innanzitutto come uomo prima ancora che medico. Scelgo la facoltà di medicina perché è dentro di me il desiderio di avere una relazione con l'uomo, nel tentativo di essere di aiuto all'uomo. Questo è sicuramente frutto dell'educazione che ho ricevuto nella mia famiglia, ma è stato influenzato in me anche dal periodo del '68. In quegli anni alcune idee, alcuni slogan, alcuni messaggi forti erano entrati dentro di me ed avevano lavorato, preparando me ad una scelta universitaria e di vita che fosse coerente con ciò che ritenevo giusto. Gli anni di formazione universitaria mi hanno portato a una formazione professionale essenzialmente tecnica. Questo lo si scopre non mentre lo si vive, ma dopo, quando si riflette su ciò che si fa. Forse un unico docente in sei anni mi ha parlato della medicina non come tecnica, ma anche come umanità. Parlo del professor Malliani, che è stato mio docente di patologia medica, ed è uno degli animatori del VIDAS, associazione di assistenza volontaria ai malati terminali. Solo lui, al quarto anno di università, ebbe il coraggio di parlare di qualcosa che andava oltre i sintomi e la diagnosi, il coraggio di dire che il medico deve essere anzitutto un uomo, e che il paziente è un uomo, che la relazione non è con la malattia ma è con il paziente. I primi mesi dopo la laurea li passo in un reparto ospedaliero di chirurgia generale. Qui scopro in me stesso una grande difficoltà, quella di non sapermi relazionare nei confronti del malato terminale, nei confronti del malato che sta vivendo una grossa esperienza di sofferenza fisica o psichica, nei confronti del paziente che attende la morte. Ricordo di aver sperimentato la fuga. La fuga fisica: l'incapacità di sopportare la presenza del malato terminale.

In particolare non potrò dimenticare l'esperienza avuta con il veterinario che seguiva i miei cani. Egli venne da noi nel reparto chirurgico per un cancro pancreatico in fase terminale. Io ricordo gli ultimi giorni della sua vita, quest'uomo trasformato dalla malattia anche nel colore della pelle, quel colore giallo-verde che è veramente raccapricciante.

Io ho sperimentato il non essere più capace di entrare nella stanza dove era ricoverato. Non sono più riuscito a rivolgergli la parola, fino alla liberazione del giorno in cui, tornando in ospedale, ho trovato il letto vuoto. Era morto durante la notte, ed io da alcuni giorni non ero più riuscito ad andare a salutarlo... È stata un'esperienza di vergogna, perché sentivo di aver tradito un poco quella che era la scelta di rapporto col paziente. Avevo scelto la mia laurea in medicina con l'illusione di apprendere la globalità della relazione con l'uomo.

Per fortuna in seguito è venuta un'esperienza che ha cambiato il mio modo di essere. Nel 1980, con mia moglie e mio figlio piccolo, sono partito per un'esperienza di lavoro nello Zaire. Sono stati due anni di lavoro molto intenso dal punto di vista fisico, anni in cui la morte è entrata nel mio quotidiano. In Africa, è intuitivo, la morte è la norma. Mi occupavo in particolare di bambini e di donne in gravidanza, e il neonato era spessissimo un candidato alla morte precoce. La sofferenza del parto era per la donna africana un evento molto frequente.

Rientrando in Italia, mi sono accorto che l'aver visto la morte come norma della vita, mi aveva fatto accettare la visione fatalistica della morte che ha la gente africana, senza il senso di disperazione della malattia grave e della morte che avevo sperimentato qui. Mi ero scoperto cambiato. Era stato sicuramente un processo inconscio, di cui in Africa non mi rendevo conto. Rientrato in Italia, non ero più quello di prima, avevo un'accettazione dell'evento malattia grave, fine della vita e morte, diversa da quella di prima.

Divento in seguito medico di base alla periferia di Como e, coerente con la scelta che avevo fatto all'inizio dell'Università, mi interrogo su quali sono gli "ultimi" che in conto nella mia attività professionale. Ho la sensazione di individuare due categorie di persone sicuramente emarginate: gli anziani, intesi come dementi e come invalidi, e il malato terminale, che in quegli anni era ancora considerato in un'ottica ospedaliera di abbandono e di rifiuto. Non accettavo più che l'uomo che stava arrivando al momento più importante della sua vita, al compimento della sua vita, subisse l'onta dell'anonimato e dell'abbandono, relegato in quella camera singola di ospedale che era nota come la camera delle persone che morivano senza più speranza. Nacque in me il desiderio di strutturare il mio lavoro in riferimento a queste due categorie di persone e di malati. La stessa amministrazione comunale cercava, per mia fortuna, di potenziare il servizio socio-sanitario, e questo mi ha permesso di presentare il progetto dell'assistenza domiciliare integrata. Non è stata un'esperienza facile all'inizio, soprattutto per quanto riguarda il far passare l'idea della "morte a domicilio". Rinunciare all'apparente tecnicismo dell'ospedale, visto come la miglior gestione per l'ammalato terminale, non è stato semplice né per i medici, né per le famiglie. È stato un cammino dell'equipe che ha lavorato con me in questi anni, e di tutta la comunità. È stato un cammino per i pazienti e per i loro familiari.

In questi anni ho incontrato diverse persone, e di alcune delle loro storie vi voglio oggi raccontare. Tutti e tre i casi di cui parlerò trattano di pazienti ammalati di cancro, anche se l'esperienza della sofferenza fisica psichica non è solo del paziente oncologico. Forse questo è solo l'esempio più chiaro a tutti.

Il primo caso è un uomo di 71 anni che muore per tumore allo stomaco. Di origine veneta, probabilmente amava qualche bicchiere di vino in più del dovuto. Non amava invece la medicalizzazione, non andava volentieri nell'ambulatorio del medico. Lo vedo infatti nel momento in cui la malattia è purtroppo manifesta. Ne segue un intervento chirurgico solo a scopo palliativo. In ospedale viene fatta anche una chemioterapia. Arriva il momento in cui quest'uomo non riesce più a recarsi in ospedale, e inizia l'assistenza domiciliare. Passerà a casa ancora quattro mesi. Un uomo rude nel suo modo di fare, abbastanza "maschilista" secondo la cultura degli uomini di quel tempo, il rapporto con la moglie si era disgregato negli ultimi anni. Tre figli, tutti tre maschi. In questi mesi la famiglia si ricompatta. La malattia crea la solidarietà che il benessere aveva sciolto... io noto che in questi mesi l'uomo e la donna, costretti a rifrequentarsi con assiduità dalla malattia, consci dei tempi ormai non lunghi, recuperano un rapporto molto positivo, la capacità di stimarsi e di rispettarsi che prima era stata persa. I tre figli, stupiti da questo cambiamento, si inseriscono nel tessuto familiare e si assumono l'onere di aiutare la madre nella gestione del padre. Questo migliora lo stato fisico del paziente, e la sopravvivenza va ben oltre la previsione dei tecnici. Ne tre mesi che seguono quest'uomo non pronuncia mai la parola "cancro". Non ha mai voluto saperla. Gli ho sempre dichiarato la gravità della sua malattia, la condizione di non guarigione, ma egli non ha mai avuto il desiderio che fosse pronunciata questa parola.

Il secondo caso è un uomo di 61 anni, grandissimo lavoratore, sempre attivo. Un uomo che non è mai stato malato. Il primo impatto della sua salute malata diventa una malattia terminale: un tumore renale con metastasi avanzate. Effettua un intervento chirurgico, dove per lui è drammatica l'esperienza del ricovero in ospedale, l'esperienza dell'anonimato. Aveva capito della gravità della sua malattia dall'atteggiamento dei medici ospedalieri, che non sembravano interessati alla sua situazione. Uscendo dall'ospedale dice "qualsiasi cosa io debbo fare, la faccio a casa". Rifiuta dunque qualsiasi radioterapia o chemioterapia. Anche in questo caso una moglie e tre figli maschi. La famiglia fa fatica ad accettare che il padre rifiuti le terapie, ma poi collaborano con l'assistenza domiciliare. Il dolore è importante e viene sedato con la terapia antalgica. Il paziente chiede che gli venga concessa l'assoluta lucidità, con un dosaggio di farmaci non spinto all'eccesso. La famiglia mi chiede di non pronunciare mai la parola "cancro" in presenza del paziente. L'uomo per un lungo periodo sembra accettare questo gioco delle parti. La prima volta che mi trovo a tu per tu con lui, senza la presenza di nessun familiare, in modo inaspettato quest'uomo mi chiede chiaramente di essere seriamente informato delle sue condizioni di salute e sulla sua aspettativa di vita, perché ha dei problemi di tipo legale che vorrebbe risolvere prima del decesso. Mi sento obbligato ad informare quest'uomo sulla verità ed egli, nelle ultime cinque settimane che gli rimangono da vivere, a contatti con il notaio ed i legali. Tre giorni prima di morire, in presenza della moglie, mi ringrazia di avergli permesso di sbrigare queste faccende, perché si ritiene pronto a morire.

Il terzo caso è una donna di cinquant'anni, che manifesta una forma tumorale lenta, un linfoma. Questa malattia si somma a molte altre malattie che la donna aveva. L'evoluzione della malattia fa in un primo momento pensare a un recupero integrale della salute, ma la signora si presenta sempre molto preoccupata e pessimista sulla sua condizione. Era preoccupata per i due figli giovani, ma non ha mai lottato per la propria sopravvivenza. Tutte le volte che uscivo da casa sua la frase era: "dottore, non si preoccupi, il vestito comunque l'ho già scelto... le mie cose le ho già risolte...". Questa donna dirà sempre questa frase, nei momenti in cui la malattia sembra essere sotto controllo, e nei momenti in cui la malattia sembra essere galoppante. Come se percepisse, o comunque pensasse, che la medicina ufficiale nei confronti della sua problematica non fosse in grado di dare una risposta concreta e sicura. La malattia prenderà ad un certo punto una piega inattesa. Il decesso è pure triste: la donna ha una complicanza di peritonite settica improvvisa, e il decesso subentra in poche ore, con uno strascico di polemica da parte del marito verso la struttura ospedaliera.

Per concludere mi sembra importante riprendere il titolo del convegno di oggi. "Sviluppo del soggetto tra creatività e sofferenza". Sviluppo mi sembra un concetto che derivi chiaramente dalle mie parole. C'è stato un cammino delle persone malate, ma soprattutto un cammino da parte mia, un cammino come uomo e come medico.

La creatività la intendo in questo senso: ho studiato e ho appreso una medicina tecnica, una medicina curativa e onnipotente, in me studente e nei docenti che insegnano di saper fare e risolvere tutto; scopro che la medicina deve scoprire una sua dimensione umana, e che non esiste solo la medicina curativa, intesa come risoluzione della malattia, ma che esistono situazioni che si deve imparare a gestire, come il dolore e la sofferenza. Non esiste il farmaco, la terapia, la diagnostica, l'intervento chirurgico, la psicoterapia, che risolve la malattia in modo assoluto e definitivo, esiste anche l'accettazione di una medicina che sia palliativa, intesa come riduzione del sintomo esasperato, della sofferenza. Scopro che la sofferenza, diversa nella sua manifestazione fisica da quella psichica, ha una dimensione non solo farmacologica, ma soprattutto una dimensione relazionale: il rapporto con chi soffre. Non il rapporto con la malattia che crea sofferenza, o con la sofferenza in se come entità nosologica, ma il rapporto con il paziente che soffre. Questa relazione deve diventare condivisione, compassione, soffrire-con. È l'unico modo per accettare di non poter redimere la sofferenza dell'altro. È il fare un cammino con la sofferenza dell'altro.

Un altro problema che ho dovuto affrontare è quello del dualismo tra verità e menzogna. È un dualismo che anche oggi è molto importante. Cosa significa dire sempre la verità al malato? Quali sono le situazioni in cui si può non dire la verità al malato? Qual è il diritto del malato e qual è il diritto del nucleo familiare? Qual è l'obbligo che il medico ha di rispettare la volontà del nucleo familiare del paziente? Qual è l'obbligo che il medico ha di sbattere in faccia la verità? Esiste una cattiva verità? Esiste una buona menzogna? Questi interrogativi io non ho ancora risolto.

Il titolo del convegno poi aggiungeva: "verso quale meta?". Non so verso quale meta, forse è una meta che non raggiungerò mai, perché ho visto che la meta era diversa vent'anni fa, quindici anni fa, cinque anni fa, anche oggi ho una meta... ma in futuro probabilmente sarà diversa. Tutta la vita è la meta.

Forse tutto questo mi prepara a quello che per me domani sarà la mia sofferenza, la mia malattia, la mia morte.

 

dibattito

 

INTERVENTO 9: Come mia esperienza personale, abbiamo avuto in famiglia un carissimo amico medico, con una moglie ammalata di tumore, la quale non ha mai saputo di avere un tumore. Io ho contestato molto questo fatto, che il nostro amico non abbia mai voluto rivelare alla moglie la malattia. Lui mi ha sempre detto che era perché la moglie non avrebbe avuto la capacità di sopportarla, di sopportare il pensiero della morte. E secondo me è una grave mancanza, perché questa donna ha vissuto per due anni ancora, e in questi due anni avrebbe potuto fare delle esperienze di vita diverse.

SILVIA MONTEFOSCHI: Io credo che qui siamo giunti al punto culminante di tutta questa nostra giornata: "verso quale meta evolutiva?". Non a caso è emerso il tema della morte. Riconosco tutto il valore dell'opera del dottor Galimberti nell'essere vicino alla sofferenza dell'altro, la compassione come patire-con, ma se non si affronta il tema e il senso della morte, cos'è la morte, in nessun modo possiamo partecipare alla sofferenza dell'altro. Se non siamo noi ad aver fatto i conti con la morte, e il superamento dell'idea della morte, in nessun modo noi possiamo essere vicini a colui che abbiamo davanti. Il silenzio è un atteggiamento ancora peggiore, perché se della morte non se ne parla, vuol dire che deve essere qualcosa di terribilmente negativo. Così la persona non solo deve patire in solitudine quest'angoscia, in più, se non se ne parla, deve essere una cosa feroce.

Allora qual è la meta? È riuscire a fare i conti con che cosa è la morte. Giustamente il dottor Galimberti ha detto che la morte è un evento della vita, ma porta dove? L'uomo è l'unica forma vivente che sa di morire, ma nel momento stesso in cui ha saputo di morire, ha saputo pure della sua immortalità. Non a caso il culto dei morti nasce molto presto. Se l'uomo non avesse saputo di una continuità della sua presenza soggettiva come soggetto pensante, l'umanità non sarebbe neanche nata, sarebbe morta subito. Chi ce lo fa fare infatti ad affrontare la fatica della vita umana, se noi portiamo l'idea che a brevissima distanza spariremo nel nulla? Quando noi nasciamo contraiamo una sindrome ad esito mortale, e allora? È questo il tema!

Io ho lavorato con Francesco Turco, che Antonino Messina oggi ricordava come ispiratore del gruppo di riflessione sulla sofferenza. Francesco ha fatto insieme a me il percorso che è terminato con la sua morte. Mi ricordo che lui, quando ha avuto la diagnosi di cancro, ha completamente mutato la sua visione del mondo, ed ha cominciato a prendere distanza dal riporre la propria identità nel concretismo delle cose. Francesco chiamava questa malattia "la sua amante", e capiva la possibilità di una rinascita. Poi la malattia ha avuto un miglioramento, e Francesco si è sentito guarito. Io gli dicevo: "Francesco, non si guarisce dalla malattia... la vera guarigione che questa malattia ti ispira, è la guarigione dall'idea della morte come la tua fine". È certo, l'umanità, soprattutto nelle religioni istituzionalizzate, parla dell'anima immortale, ma nessuno sa cosa sia; non è un argomento persuasivo. È solo se noi l'affrontiamo in prima persona, che possiamo capirla.

Da bambina mi dicevo: "non mi importa di morir domani, ma quello che non riesco ad accettare è che si debba in assoluto morire!". Io non so cosa sia oggi la morte. So della continuità della Presenza. Nel momento in cui la nostra identità è veramente riposta nella presenza del soggetto pensante, il pensiero non è mai morto, il pensiero non muore!

Allora la cosa importante è affrontare il tema della morte, portare la persona a parlare della morte. Ecco verso quale meta evolutiva: la vita eterna. E questo è tutto lo sviluppo del soggetto tra creatività e sofferenza. A che serve infatti la creatività, se la potenza del pensiero, dello spirito, è un'illusione? La cosa importante per la medicina è che veramente i medici, in prima persona, lavorino su sé stessi sul tema della morte. Perché la vita non ha senso se non si comprende il senso della morte.

Voglio raccontare un sogno molto bello di una persona che ultimamente ha scoperto di avere un cancro alla mammella. La notte dopo l'intervento chirurgico sognò di volare sollevata, avvolta da un velo nero, vede la terra dall'alto, ma poi sa di dover discendere nel luogo della sua nascita. Scendendo, il velo nero va a finire in una pozzanghera piena di animaletti, un pullulare di vita indifferenziata. La sognatrice sa di doverlo lavare, e lavandolo il velo diventa un velo candido da sposa, e vede nel luogo della sua nascita un arco da dove parte la via che va verso l'infinito.

Quando una persona malata si avvicina alla morte, comincia a sognare la dimensione dell'al di là, al di qua, le presenze che sono di là, si fanno presenti qua o viceversa. Una persona sognò che si trovava nell'altro luogo, il cosiddetto al di là, e c'era un uomo seduto sulla sedia, e una voce le diceva: "vedi, sta qui seduto da quindici anni, perché è rimasto attaccato all'idea di esser morto di cancro...". Il sognatore svegliandosi si rese conto che era proprio un suo conoscente, morto quindici anni prima.

Io credo che una possibile preparazione del medico, un medico come lei che si è posto il problema e non vede soltanto l'aspetto tecnico, sia proprio quello di elaborare il tema della morte, e vedere che l'umanità è la forma vivente in transizione. L'umanità è infatti in transizione tra l'animale e Dio, se per Dio intendiamo il Pensiero che si fa finalmente consapevole di sé come il vero Vivente. Se io penso alla mia morte dico: "finalmente! Che bellezza! Qui il percorso è finito, ora s'apre un'altra grande avventura!"

È questa la meta evolutiva!

 

 

pro manuscripto - Milano, dicembre 2000