NOTIZIARIO CEPEI n.10 (anno 2003)
Un anno molto difficile il 2003.
A parte gli eventi che ci hanno
riguardato individualmente, la situazione mondiale non lascia certo spazio a
facili ottimismi. E’ un po’ la storia che si ripete: l’uomo è un essere
contraddittorio, capace di slanci sublimi dello spirito, ma anche di disastrose
cadute nell’egoriferimento.
La contraddizione dell’umana
esistenza, di cui la croce è simbolo per eccellenza, è stata oggetto di studio prima, e di vita vissuta poi, nella testimonianza
di Lorenzo Bignamini. Nel precedente notiziario avete trovato in allegato un
suo scritto proprio su questo tema. E’ stato dunque fonte di speranza vedere
riconosciuto l’impegno di Lorenzo. Il 7 dicembre a Milano gli è stato conferito
dal Sindaco l’ “Ambrogino d’oro” alla memoria. E’
questo un riconoscimento civile che viene dato a
cittadini particolarmente attenti ai problemi sociali della città.
Anche questo premio è stato, nel
corso degli anni, oggetto di spartizioni politiche e di ingerenze
che poco hanno a che fare con lo spirito del riconoscimento. Vederlo assegnato
a Lorenzo, che in vita non aveva particolari “spinte”
politiche, dietro richiesta degli amici più cari e degli amici più noti e
“importanti” che ne condividevano il valore, ha dunque un significato ancora
maggiore.
E’ questo uno stimolo a portare
avanti il nostro lavoro. La psicoanalisi, in quanto
metodo di comune riflessione e di ampliamento della conoscenza, non può essere
una pratica privatistica avulsa dal contesto sociale.
In questo abbiamo sempre creduto ed è stata la ricerca della condivisione e del
confronto il motivo che ci ha spinto a fondare il CEPEI.
Buon anno a tutti!
la redazione
- ATTIVITA’ -
Insomma, le attività continuano. Per il 2004 abbiamo
previsto altri incontri specialistici accreditati ECM e incontri per tutti i
soci. A questo proposito, come sempre, richiediamo la vostra collaborazione e
il vostro aiuto con l’invio di suggerimenti, articoli, recensioni di libri, e
quanto altro possa stimolare la nostra attività e
possa contribuire alla redazione del notiziario.
- ARTICOLI -
Riportiamo un articolo
della psicologa Luciana Sassella, che riguarda un tema sviluppato negli anni
dal CEPEI grazie al contributo di Francesco Turco. L’articolo descrive quello
che è l’approccio tradizionale della psicologia alla morte e al lutto. Di
seguito alleghiamo la sintesi della riflessione del “gruppo sulla sofferenza
del corpo” che ha caratterizzato la particolare riflessione del CEPEI.
Per la
comprensione della morte sono basilari i concetti di universalità e irreversibilità.
Entrambi vengono appresi fin da bambini all'inizio in forma generica, poi in forma sempre più specifica, attraverso un processo di
"generalizzazione"
molto primitivo. Ci si può chiedere allora perché si ha così tanta paura della
morte se fin da piccoli si impara a comprenderla.
Diversi autori hanno provato a motivare il profondo timore che
l'uomo ha sempre nutrito nei confronti della morte. Freud, per esempio, ritenne che
la morte ha sempre provocato angoscia nell’uomo,
perché in relazione fin dall'infanzia con l'angoscia di separazione dalla madre e con l'impotenza del
bambino che subisce questa separazione. Anche per Melanie Klein l'angoscia del bambino nasce dalla totale dipendenza nei confronti
della madre e nel caso di una separazione, dalla preoccupazione che la madre sia stata uccisa dai suoi impulsi sadici e distruttivi; il
bambino si sentirà perciò in colpa e collegherà la morte con un atto cattivo,
che reclama vendetta e punizione e di cui quindi aver paura.
Nel momento in cui ci si trova di
fronte alla propria morte o a quella dei propri cari, si attraversano
differenti stadi psicologici. Elizabeth
Kubler Ross per prima ha
individuato queste tappe che in genere si susseguono con una certa
logica. La prima tappa è la negazione,
la quale serve a dare il tempo di adattarsi
all'idea della perdita: si subisce un calo della sensibilità e si ha un'assenza
di reazioni di fronte al dolore o al piacere. La negazione si può manifestare
attraverso diversi modi come la dimenticanza dell'evento stesso o la fuga di
fronte a tutto ciò che può richiamarlo alla mente come ospedali, cimiteri,
medici o preti. Poi subentra la collera e
in seguito il patteggiamento con Dio
o col destino. Quando né la collera, né la trattativa
porta al risultato desiderato, si entra in
una fase di depressione reattiva, come risposta alla perdita di chi si ama. C’è anche chi
raggiunge la condizione di serena accettazione:
accetta il suo destino e il fatto di doversi staccare dai propri cari.
Gli amici e i familiari dopo la
perdita si trovano ad affrontare un periodo di lutto.
Ma che cos'è il lutto? A differenza
del cordoglio che comprende tutte le reazioni più intime
collegate al dolore e allude prevalentemente alle emozioni interiori, il lutto è il
tentativo di far rivivere il defunto nella coscienza e negli affetti delle
persone vive attraverso tutte le manifestazioni esteriori e quindi anche quelle rituali che accompagnano e seguono
la morte.
Il primo conforto per chi ha subito
una perdita è quello di poter esprimere
il proprio lutto: esprimersi ha sempre una valenza risanatrice, ma nella nostra cultura trova ostacolo sia nell’educazione all’autocontrollo, che
inibisce le manifestazioni di dolore e di rabbia, sia nell'ignoranza diffusa su queste tematiche che rende anche il sostegno sociale
improduttivo. Per aiutare la persona ad affrontare il distacco è più utile
comprenderne i bisogni piuttosto che impedirgli di esprimere i propri
sentimenti. La loro negazione porta solo la sofferenza più all'interno da dove
poi può emergere in reazioni indesiderate. Nelle famiglie colpite da lutto
spesso ci si dimentica di occuparsi dei bambini, non si parla del fatto di
fronte a loro pensando così di evitargli sentimenti di tristezza e ansia,
poiché gli adulti credono erroneamente che il bambino non possa comprendere
l'accaduto. Anche i bambini attraversano gli stadi
psicologici a cui ho accennato, ma per affrontarli hanno bisogno di modelli
rappresentati dagli adulti e dai genitori, quando in un evento luttuoso sanno
condividere con i bambini i loro stati d’animo incoraggiandoli a partecipare
con il loro dolore. A volte il bambino durante un lutto può non avere reazione
o sembrare disinteressato: cerca così di difendersi dalla morte fingendo che
non sia avvenuta davvero, avverte la perdita come troppo grande per accettarla, quindi nega la realtà, fantastica che il
genitore sia vivo e che sia in viaggio, attendendo il suo ritorno. Questa sua
teoria è, spesso, convalidata dal comportamento degli adulti e dalle
spiegazioni che gli forniscono sull’accaduto. Le
reazioni saranno ancor più gravi e violente quando la persona che muore è il
genitore del bambino. La morte del genitore a volte è avvertita come un atto di
rifiuto e di aggressione nei suoi confronti e la
persona amata diventa allora qualcosa che il bambino ama moltissimo, ma che
pure odia con pari intensità per il fatto di averlo lasciato.
Attraverso un processo di identificazione il bambino può anche sviluppare in sé le caratteristiche tipiche del genitore e far
proprie le sue abitudini, a volte rinunciando ai suoi interessi, impedendo così
la formazione di uno spirito indipendente.
L’ipotesi di Bowlby,
secondo la quale il lutto sarebbe identico nell'adulto e nel bambino, è accettata
dalla maggior parte degli autori, le posizioni sono discordi invece per quanto
riguarda il tempo entro il quale questo processo autolimitato
dovrebbe decrescere gradualmente di intensità fino ad
arrivare a scomparire. Per alcuni va da tre a dieci settimane, per altri autori
dura all'incirca sei mesi, per altri ancora occorrono
almeno due anni. Il lutto viene considerato
un’esperienza globale della persona e i suoi sintomi si manifestano, infatti, attraverso alterazioni: nello stato
emotivo con alterazioni sensoriali, colpa e auto accuse, perdita
d'interesse nel mondo esterno e perdita della stima di sé unita alla sensazione
di inutilità e vuoto; nello stato fisico con debolezza, apatia,
inquietudine, agitazione e depressione, perdita di appetito e pianto; nelle
relazioni col mondo esterno, dove la persona in lutto risulta
particolarmente attenta a ciò che le succede intorno, si irrita al divertimento
altrui e preferisce l'isolamento. Ciò che distingue il lutto normale da quello
patologico, è la sua intensità, la durata delle reazioni nel tempo e il fatto
che i processi difensivi siano flessibili o si stabilizzino rigidamente. Il
successo o il fallimento dell'elaborazione del lutto, dipende da un gran numero
di fattori soggettivi e da come questi si adattano alle complesse circostanze
specifiche.
1)
AA.VV.
(1985). La morte oggi, Feltrinelli, Milano.
2)
Freud S. (1975). Opere, Boringhieri, Torino.
3)
Furman E. (a cura di) (1976), A
Child’s Parent Dies. Studies in Childhood Bereavement, tr.it. Muore il
genitore di un bambino, Il pensiero Scientifico, Roma.
4)
Jankelevitch V. (1995). Pensare la
morte, Cortina, Milano.
5)
Kubler Ross E. (1994). On death
and dying, tr.it. La morte e il morire, Cittadella,
Assisi.
6)
Monborquette J.
(1996). Aimer, perdre, grandir. Assumer le difficults et
le deuils de la vie, tr.it. Ricominciare a vivere, Edizioni Paoline, Milano.
7)
Morretta M. e Tommasi R. (a cura di)
(1995). Il percorso del
morire: l'esperienza della fine e la condivisione della sofferenza, Unicopli, Milano.
8)
Raimbault G.
(1978). L’enfant et la mort, tr. it. Il bambino e la morte, La Nuova Italia, Firenze.
9)
Vianello R. e Marin M.L.
(1984). La comprensione
della morte nel bambino, Giunti Barbera, Firenze.
Luciana Sossella
Psicologa
- SOGNI, RICORDI, RIFLESSIONI –
L’interpretazione dei
sogni (Die Traumdeutung)
di Freud è stata scritta nel 1899. Agli inizi della
psicoanalisi si trattava di risvegliare la coscienza individuale a leggere la
problematica che si dava in noi stessi. Era la necessità della scoperta di un
mondo interiore che svelava l’ipocrisia e la contraddittorietà di una visione
sociale cosciente unilaterale e rigida. Per questo motivo Freud
esplicita l’idea di un conflitto insanabile tra la problematica personale e
quella sociale collettiva. La spontaneità del soggetto, repressa in un mondo istintuale regredito ancora alla coscienza animale degli
impulsi, si contrapponeva alle rigide limitazioni sociali superegoiche.
La sessualità come “istinto bestiale” anziché attuazione del
rapporto conoscitivo interpersonale dell’amore.
Il sogno denuncia questo conflitto, lo svela velandolo,
affinché la coscienza ne possa prendere visione senza immediatamente reprimerlo
di nuovo. Ecco che per Freud il
linguaggio onirico è l’attuazione mascherata di un desiderio proibito.
Mascherata, perché se la coscienza se ne accorgesse,
si allontanerebbe risvegliando il sognatore e non lasciando proseguire il
discorso.
Il linguaggio onirico sta al posto di un linguaggio
esplicito; il contenuto latente è
celato dal contenuto manifesto.
Se il “proibito” (come dirà Freud:
il rimosso) causa il sogno, il sogno
stesso viene letto come una ripetizione continua di un
proibito che non può attuarsi. E allora, perché tanta
fatica? Perché lottare con il proibito nel sonno, quando già lottiamo con esso nella veglia? Il conflitto appare veramente insanabile.
Jung avrà una visione ulteriore del
linguaggio onirico: il sogno non è solo causato da un conflitto, ma indica la
direzione per risolverlo. Indica anche altro, al di là del
conflitto. E’ un momento necessario della nostra vita, non solo per proteggerci
da qualcosa di inaccettabile che vuole emergere; non “guardiano del sonno”, ma vera e propria
guida, “psicopompo”
verso un mondo che ancora non conosciamo. Sogno come portatore di novità per il
sognatore.
Infine Silvia Montefoschi si interrogherà
radicalmente sul senso stesso del sogno nella vita. Perché, come singoli
sognatori dovremmo affannarci, se ciò che scopriamo
non fosse universalmente valido? Perché la
psicoanalisi dovrebbe negarsi, o solo toccare tangenzialmente,
le domande fondamentali che hanno accompagnato l’umanità al suo nascere? Amore - vita eterna - Dio, sono
temi ascientifici che devono essere esclusi dalla
psicoanalisi intesa come modalità conoscitiva umana
(attuazione dialettica del “conosci te
stesso”)? Rispondendo negativamente a questa domanda Montefoschi amplierà
ulteriormente il linguaggio onirico, dandogli una prospettiva universale. In
fondo darà ragione al principio freudiano del “sogno come appagamento di un desiderio”, inteso però non come appagamento
“virtuale” ed “illusorio”, ma come “desiderio potenziale universale” che può
diventare atto e dunque “forma vivente”.
LA LETTURA JUNGHIANA DEI SOGNI
Jung e, più recentemente, Resnik,
vedono il sogno come una rappresentazione dimensionale. Più
che un’immagine, una “drammatizzazione” spaziotemporale,
al di là però dello svolgimento nel tempo e nello spazio; non una sequenza causale,
ma una concomitanza spaziotemporale di una
rappresentazione densa di senso. L’immagine rappresentativa è quella del
teatro, anziché del cinema.
Jung si discosta perciò dal concetto freudiano di sogno come
“soddisfacimento mascherato di un desiderio” (inaccettabile al sognatore), debitore
della visione scientifica fondata sulla causa
efficiens, perché questa porta ad un metodo
“archeologico” nell’accostamento al materiale onirico. Il sogno rimanderebbe in
questa visione alle esperienze infantili e agli istinti primordiali, primi tra tutti la sessualità e l’aggressività. La lettura
simbolica dei sogni diverrebbe così densa di segni stereotipi e di riduzioni.
Dalla visione freudiana Jung sviluppa una teoria più ampia,
sempre scientifica, che considera il sogno come il prodotto di fenomeni
fisiologici spontanei, ma che parte dalla visione di una causa finalis. Finalismo, anziché
casualismo. “Ogni struttura psichica,
considerata dal punto di vista causale, è la risultante di contenuti psichici
precedenti. Ogni struttura psichica, considerata dal punto di vista finalistico, ha un senso e uno scopo tipicamente suo nella
vita psichica attuale. Dobbiamo applicare questo metro anche al sogno” (8 –
pg. 257). Di fronte a un
sogno la domanda corretta è: perché costui sogna questo, in questo momento?
Il sogno è difficilmente intelligibile non perché non debba
esserlo di necessità (occultamento di qualcosa di inaccettabile)
ma perché, senza il lavoro della coscienza sistematizzante
e comprensiva dell’uomo, è non intelligibile anche la natura. Il sogno non si comprende immediatamente, come non si
comprende immediatamente la sequenza delle basi del DNA. “Il sogno è un fatto naturale, e la natura non manifesta la minima
tendenza a mettere a disposizione i suoi frutti per così dire gratis e in
conformità con le aspettative dell’uomo” (8 - pg. 316).
Detto questo, tutti gli autori che si sono accostati allo
studio del sogno (a partire da Freud), pongono un contesto di fondo all’interpretazione del sogno: il contesto
relazionale. Diremmo noi, intersoggettivo. Se il sogno
è rappresentazione naturale grezza, che si dà alla coscienza, di un’attività
automatica del corpo, dell’incoscienza, la sua interpretazione nasce a priori
come dialogo tra l’inconscio e il conscio. Ed essendo
dialogo, la sua interpretazione si dà soprattutto nella dialettica del rapporto
analitico. Freud direbbe che non esiste
interpretazione al di fuori della dinamica transferale. Jung proponeva all’analista di dirsi (e di
dire) innanzitutto di fronte a un sogno: “non so cosa
possa voler dire, non lo capisco”, e di trovarne il senso insieme all’altro del
discorso, al paziente. Potremmo dire che il simbolo onirico è una
rappresentazione della scena
intersoggettiva che si svolge in analisi. Anzi, l’interpretazione è ogni volta
il rinnovamento dell’intersoggettività (il senso condiviso e comune dato al
sogno dai due del discorso: analista e paziente) partendo da una situazione di interdipendenza: il paziente direbbe “ciò che sogno non
comprendo se tu non mi sveli il significato”, e l’analista direbbe “ciò che mi
racconti non comprendo se tu con me non lo condividi nel suo significato”. Dalla interdipendenza comune dell’inconscio, si passerebbe
ogni volta all’intersoggettività cosciente. “Preferisco, quando la comprensione
è unilaterale, dire tranquillamente che non capisco: infatti
la comprensione del terapeuta, in fondo, non conta e tutto dipende invece dal
fatto che comprenda il paziente. L’intendere dovrebbe quindi essere piuttosto
un ‘intendersi’, frutto di
una riflessione comune” (16 – pg. 157).
Jung delinea innanzitutto dei presupposti
teorici per lo studio e l’interpretazione del sogno:
a) che il sogno abbia un suo significato
b) che il sogno fornisca un contributo essenziale alla
conoscenza cosciente (16 – pg. 159)
ad essi si aggiungono
c) la concezione finalistica del
sogno
e) come detto sopra
d) il contesto relazionale
intersoggettivo del sogno
I punti a, b e c, delineano la
spinta inconscia dell’economia del sogno nel processo di individuazione. In
questo senso Jung parlerà della funzione equilibratrice dell’inconscio rispetto
alla coscienza, o attività compensatoria onirica. Il presupposto d sarà la base per
individuare la dinamica soggetto-oggetto
dei simboli onirici o, come ad esempio Resnik
evidenzia, inserire i simboli del sogno nel contesto delle “relazioni
oggettuali” (Jung, forse più appropriatamente parlerà di imago, anziché di oggetto).
Il “principio di compensazione” è per Jung la regola
fondamentale del comportamento psichico in generale. “La vita psichica, quale sistema autoregolantesi,
è equilibrata come la vita del corpo, cosicché per ogni iperfunzione
si determinano tosto e necessariamente delle compensazioni: senza di ciò non
potrebbe esistere né un normale ricambio organico né una psiche normale”
(16 – pg. 164). In questo senso potrebbe sembrare che
il “principio di compensazione” sia sinonimo del “principio omeostatico”
freudiano. La diversità deriva dalla differente concezione dell’energetica
psichica di Jung, rispetto alla libido di Freud. La
libido freudiana segue il principio omeostatico
entropico, per cui l’energia aspira allo stato di
quiete, come equilibrio delle forze nello stato energetico meno dispendioso. La
libido junghiana segue al contrario il principio antientropico
dell’organizzazione progressiva del vivente in strutture complesse energeticamente dispendiose. Il principio di compensazione
serve allora come stato di tensione energetica in cui il fronteggiamento
degli opposti stimola il salto su un livello energetico superiore al
precedente. Jung descriverà il simbolo proprio come rappresentazione di questo
processo energetico che chiamerà “funzione trascendente”. Per questo Jung darà
la seguente definizione dell’attività onirica: “il sogno è un’autorappresentazione spontanea
della situazione attuale dell’inconscio
espressa in forma simbolica” (8 – pg. 282).
Come si esplica allora il principio
di compensazione? “Il sogno non soltanto
non obbedisce alla nostra volontà, ma si pone addirittura, e molto spesso, in
stridente contrasto con le intenzioni della coscienza. Il contrasto però non è
sempre così marcato: talvolta il sogno può anche staccarsi in misura assai
tenue dall’atteggiamento o dalla tendenza della coscienza, apportando lievi
modificazioni… il concetto di ‘compensazione’
riassume significativamente tutti i tipi di comportamento del sogno” (8 – pg. 309).
La compensazione è un confronto di punti di vista diversi,
confronto dal quale emerge un “equilibramento” o una
“rettifica”.
Esistono, a questo riguardo per Jung, tre possibilità.
1) se l’atteggiamento della coscienza verso la situazione
vitale è unilaterale, il sogno si situa all’estremità opposta
2) se la coscienza ha un atteggiamento relativamente vicino
al “punto medio”, il sogno si accontenta di varianti
3) se l’atteggiamento della coscienza è adeguato, il sogno
coincide con la tendenza della coscienza e quindi la sottolinea.
Dott. Paolo Cozzaglio