NOTIZIARIO CEPEI n.10 (anno 2003)

 

 

EDITORIALE

 

Un anno molto difficile il 2003.

A parte gli eventi che ci hanno riguardato individualmente, la situazione mondiale non lascia certo spazio a facili ottimismi. E’ un po’ la storia che si ripete: l’uomo è un essere contraddittorio, capace di slanci sublimi dello spirito, ma anche di disastrose cadute nell’egoriferimento.

La contraddizione dell’umana esistenza, di cui la croce è simbolo per eccellenza, è stata oggetto di studio prima, e di vita vissuta poi, nella testimonianza di Lorenzo Bignamini. Nel precedente notiziario avete trovato in allegato un suo scritto proprio su questo tema. E’ stato dunque fonte di speranza vedere riconosciuto l’impegno di Lorenzo. Il 7 dicembre a Milano gli è stato conferito dal Sindaco l’ “Ambrogino d’oro” alla memoria. E’ questo un riconoscimento civile che viene dato a cittadini particolarmente attenti ai problemi sociali della città.

Anche questo premio è stato, nel corso degli anni, oggetto di spartizioni politiche e di ingerenze che poco hanno a che fare con lo spirito del riconoscimento. Vederlo assegnato a Lorenzo, che in vita non aveva particolari “spinte” politiche, dietro richiesta degli amici più cari e degli amici più noti e “importanti” che ne condividevano il valore, ha dunque un significato ancora maggiore.

E’ questo uno stimolo a portare avanti il nostro lavoro. La psicoanalisi, in quanto metodo di comune riflessione e di ampliamento della conoscenza, non può essere una pratica privatistica avulsa dal contesto sociale. In questo abbiamo sempre creduto ed è stata la ricerca della condivisione e del confronto il motivo che ci ha spinto a fondare il CEPEI.

Buon anno a tutti!

 

la redazione

 

 

- ATTIVITA’ -

 

Anche per il 2003 il CEPEI ha scelto di dedicarsi all’organizzazione di poche attività, mirando tuttavia alla qualità, come è nostra intenzione.

 

-          Nell’ambito delle proposte specialistiche per medici e psicologi psicoterapeuti, a maggio è stato organizzata la giornata di studio “Bambino e Famiglia: immagini ed aspetti della relazione di trasformazione”, accreditata ECM. Un evento per noi importante, perché il primo ad essere accreditato ECM (educazione continua in medicina) e completamente autofinanziato. La partecipazione di 13 psicologi e medici, l’ottenimento di 5 punti ECM, e il sostegno avuto da parte di Marco Garzonio del CIPA e di Marisa Callegari della IAI, sono stati per noi motivo di soddisfazione e di incoraggiamento.

 

-          - Sempre nell’ambito dei corsi ECM, in collaborazione con lo SNAMID di Como, abbiamo organizzato 3 incontri per medici di medicina generale sulla relazione medico-paziente.

 

-          Il gruppo PAIDEIA sull’educazione ha concluso il proprio percorso quest’anno

 

-          Il CEPEI ha collaborato con la compagnia teatrale “Dei Folli Misteri”, costituita da Alice Bettinelli e Manuela De Meo, nell’allestire lo spettacolo “ANSIA”. La trama: Alice deve abbandonare la gonna azzurra con la quale gioca per indossarne una grigia che la madre le impone. Questo momento segna la fine della tranquillità dell’infanzia. Seguono quadri-flash della vita di Alice nel rapporto con i genitori e la scuola fino al momento del primo passo verso l’indipendenza dalla protezione della famiglia rappresentato dalla decisione di Alice di partecipare alla sua prima festa. Questa scelta la porta ad un primo momento di attesa e paura per una situazione di non sicurezza che si concretizzerà all’arrivo in discoteca. Lì Alice vivrà un vero attacco d’ansia che si manifesterà attraverso la mancanza del respiro e il panico. Da Questo momento prenderà piano piano la decisione di staccarsi dal mondo esterno fino a d arrivare a barricarsi nella sua stanza: In questo momento fa la sua comparsa un personaggio allegorico con il volto dipinto che inizialmente riflette il rapporto conflittuale con tutte le persone che cercano di avvicinarsi a lei per poi crearle degli stimoli che permetteranno ad Alice di spostare l’attenzione dal mondo esterno al suo mondo interno. Segue un dialogo che porta la protagonista ad avere il coraggio di levarsi la gonna che le era stata imposta e a rimettersi quella azzurra. Alice rompe la barriera ed esce di scena. Ma la storia rimane aperta… Oltre alla rappresentazione dello spettacolo, “Ansia” è stato proposto all’interno di un progetto di prevenzione del disagio psichico giovanile nelle scuole medie superiori.

 

-          A novembre è stato organizzato un incontro introduttivo sull’analisi dei sogni, aperto a tutti i soci. La partecipazione è stata numerosa, e il successo dell’incontro ne fa prevedere altri simili in futuro.

 

Insomma, le attività continuano. Per il 2004 abbiamo previsto altri incontri specialistici accreditati ECM e incontri per tutti i soci. A questo proposito, come sempre, richiediamo la vostra collaborazione e il vostro aiuto con l’invio di suggerimenti, articoli, recensioni di libri, e quanto altro possa stimolare la nostra attività e possa contribuire alla redazione del notiziario.

 

- ARTICOLI -

 

LE TAPPE DEL PROCESSO DI RISOLUZIONE DEL LUTTO IN BAMBINI E ADULTI

 

Riportiamo un articolo della psicologa Luciana Sassella, che riguarda un tema sviluppato negli anni dal CEPEI grazie al contributo di Francesco Turco. L’articolo descrive quello che è l’approccio tradizionale della psicologia alla morte e al lutto. Di seguito alleghiamo la sintesi della riflessione del “gruppo sulla sofferenza del corpo” che ha caratterizzato la particolare riflessione del CEPEI.

 

La morte è una delle realtà fondamentali dell'esperienza umana, ma è anche uno dei più grossi tabù che caratterizza la nostra società: nonostante sia un evento comune a tutti è, infatti, considerata motivo di scongiuri e argomento macabro e spiacevole. Purtroppo è solo nel momento in cui si ha un'esperienza diretta che ci si rende conto di quanto l'evento possa sconvolgere se stessi e la propria cerchia familiare, quindi, piuttosto che evitare il problema è meglio cercare di capire cosa succede a chi è colpito da lutto e come può reagire all'evento, per poi comprendere come aiutare queste persone ad affrontare la sofferenza che la morte indiscutibilmente comporta.

Per la comprensione della morte sono basilari i concetti di universalità e irreversibilità. Entrambi vengono appresi fin da bambini all'inizio in forma generica, poi in forma sempre più specifica, attraverso un processo di "generalizzazione" molto primitivo. Ci si può chiedere allora perché si ha così tanta paura della morte se fin da piccoli si impara a comprenderla.

Diversi autori hanno provato a motivare il profondo timore che l'uomo ha sempre nutrito nei confronti della morte. Freud, per esempio, ritenne che la morte ha sempre provocato angoscia nell’uomo, perché in relazione fin dall'infanzia con l'angoscia di separazione dalla madre e con l'impotenza del bambino che subisce questa separazione. Anche per Melanie Klein l'angoscia del bambino nasce dalla totale dipendenza nei confronti della madre e nel caso di una separazione, dalla preoccupazione che la madre sia stata uccisa dai suoi impulsi sadici e distruttivi; il bambino si sentirà perciò in colpa e collegherà la morte con un atto cattivo, che reclama vendetta e punizione e di cui quindi aver paura.

Nel momento in cui ci si trova di fronte alla propria morte o a quella dei propri cari, si attraversano differenti stadi psicologici. Elizabeth Kubler Ross per prima ha individuato queste tappe che in genere si susseguono con una certa logica. La prima tappa è la negazione, la quale serve a dare il tempo di adattarsi all'idea della perdita: si subisce un calo della sensibilità e si ha un'assenza di reazioni di fronte al dolore o al piacere. La negazione si può manifestare attraverso diversi modi come la dimenticanza dell'evento stesso o la fuga di fronte a tutto ciò che può richiamarlo alla mente come ospedali, cimiteri, medici o preti. Poi subentra la collera e in seguito il patteggiamento con Dio o col destino. Quando né la collera, né la trattativa porta al risultato desiderato, si entra in

 

una fase di depressione reattiva, come risposta alla perdita di chi si ama. C’è anche chi raggiunge la condizione di serena accettazione: accetta il suo destino e il fatto di doversi staccare dai propri cari.

Gli amici e i familiari dopo la perdita si trovano ad affrontare un periodo di lutto.

Ma che cos'è il lutto? A differenza del cordoglio che comprende tutte le reazioni più intime collegate al dolore e allude prevalentemente alle emozioni interiori, il lutto è il tentativo di far rivivere il defunto nella coscienza e negli affetti delle persone vive attraverso tutte le manifestazioni esteriori e quindi anche quelle rituali che accompagnano e seguono la morte.

Il primo conforto per chi ha subito una perdita è quello di poter esprimere il proprio lutto: esprimersi ha sempre una valenza risanatrice, ma nella nostra cultura trova ostacolo sia nell’educazione all’autocontrollo, che inibisce le manifestazioni di dolore e di rabbia, sia nell'ignoranza diffusa su queste tematiche che rende anche il sostegno sociale improduttivo. Per aiutare la persona ad affrontare il distacco è più utile comprenderne i bisogni piuttosto che impedirgli di esprimere i propri sentimenti. La loro negazione porta solo la sofferenza più all'interno da dove poi può emergere in reazioni indesiderate. Nelle famiglie colpite da lutto spesso ci si dimentica di occuparsi dei bambini, non si parla del fatto di fronte a loro pensando così di evitargli sentimenti di tristezza e ansia, poiché gli adulti credono erroneamente che il bambino non possa comprendere l'accaduto. Anche i bambini attraversano gli stadi psicologici a cui ho accennato, ma per affrontarli hanno bisogno di modelli rappresentati dagli adulti e dai genitori, quando in un evento luttuoso sanno condividere con i bambini i loro stati d’animo incoraggiandoli a partecipare con il loro dolore. A volte il bambino durante un lutto può non avere reazione o sembrare disinteressato: cerca così di difendersi dalla morte fingendo che non sia avvenuta davvero, avverte la perdita come troppo grande per accettarla, quindi nega la realtà, fantastica che il genitore sia vivo e che sia in viaggio, attendendo il suo ritorno. Questa sua teoria è, spesso, convalidata dal comportamento degli adulti e dalle spiegazioni che gli forniscono sull’accaduto. Le reazioni saranno ancor più gravi e violente quando la persona che muore è il genitore del bambino. La morte del genitore a volte è avvertita come un atto di rifiuto e di aggressione nei suoi confronti e la persona amata diventa allora qualcosa che il bambino ama moltissimo, ma che pure odia con pari intensità per il fatto di averlo lasciato.

Attraverso un processo di identificazione il bambino può anche sviluppare in sé le caratteristiche tipiche del genitore e far proprie le sue abitudini, a volte rinunciando ai suoi interessi, impedendo così la formazione di uno spirito indipendente.

L’ipotesi di Bowlby, secondo la quale il lutto sarebbe identico nell'adulto e nel bambino, è accettata dalla maggior parte degli autori, le posizioni sono discordi invece per quanto riguarda il tempo entro il quale questo processo autolimitato dovrebbe decrescere gradualmente di intensità fino ad arrivare a scomparire. Per alcuni va da tre a dieci settimane, per altri autori dura all'incirca sei mesi, per altri ancora occorrono almeno due anni. Il lutto viene considerato un’esperienza globale della persona e i suoi sintomi si manifestano, infatti, attraverso alterazioni: nello stato emotivo con alterazioni sensoriali, colpa e auto accuse, perdita d'interesse nel mondo esterno e perdita della stima di sé unita alla sensazione di inutilità e vuoto; nello stato fisico con debolezza, apatia, inquietudine, agitazione e depressione, perdita di appetito e pianto; nelle relazioni col mondo esterno, dove la persona in lutto risulta particolarmente attenta a ciò che le succede intorno, si irrita al divertimento altrui e preferisce l'isolamento. Ciò che distingue il lutto normale da quello patologico, è la sua intensità, la durata delle reazioni nel tempo e il fatto che i processi difensivi siano flessibili o si stabilizzino rigidamente. Il successo o il fallimento dell'elaborazione del lutto, dipende da un gran numero di fattori soggettivi e da come questi si adattano alle complesse circostanze specifiche.

  BIBLIOGRAFIA

 

1)       AA.VV. (1985). La morte oggi, Feltrinelli, Milano.

2)       Freud S. (1975). Opere, Boringhieri, Torino.

3)       Furman E. (a cura di) (1976), A Child’s Parent Dies. Studies in Childhood Bereavement, tr.it. Muore il genitore di un bambino, Il pensiero Scientifico, Roma.

4)       Jankelevitch V. (1995). Pensare la morte, Cortina, Milano.

5)       Kubler Ross E. (1994). On death and dying, tr.it. La morte e il morire, Cittadella, Assisi.

6)       Monborquette J. (1996). Aimer, perdre, grandir. Assumer le difficults et le deuils de la vie, tr.it. Ricominciare a vivere, Edizioni Paoline, Milano.

7)       Morretta M. e Tommasi R. (a cura di) (1995). Il percorso del morire: l'esperienza della fine e la condivisione della sofferenza, Unicopli, Milano.

8)       Raimbault G. (1978). L’enfant et la mort, tr. it. Il bambino e la morte, La Nuova Italia, Firenze.

9)       Vianello R. e Marin M.L. (1984). La comprensione della morte nel bambino, Giunti Barbera, Firenze.

 

 

Luciana Sossella

Psicologa

 

 

 

GRUPPO SULLA SOFFERENZA DEL CORPO

 

Il gruppo nasce il 18 dicembre 1998 dalla proposta di Francesco Turco che, partendo dalla propria esperienza personale, formulò la seguente proposta:

 

 “Vengo ora alla proposta, sorretta e corredata dalla mia personale esperienza e testimonianza, proposta che è quella di avviare una attività sul tema della sofferenza del corpo, sulla malattia, sul dolore.

Tra i promotori del Cepei ci sono ovviamente esperti di sofferenza: della psiche, della mente, del sociale. E le problematiche legate alla sofferenza del corpo possono certamente essere ricondotte a quelle più generali della sofferenza tout-court. Ma, da una parte, la sofferenza del corpo riveste aspetti di specificità legati soprattutto alla gravità, alla drammaticità, all’urgenza con cui spesso il problema si presenta; dall’altra parte l’immediatezza della sua percezione induce o meglio costringe chi ne è colpito, in modo assai più cogente che per altre sofferenze, maggiormente occultabili a se stessi, a intraprendere un percorso conoscitivo nel profondo. Il tema della sofferenza del corpo si collega infatti a interrogativi e questioni cruciali dell’esistenza: la paura e il significato della morte, l’eternità o meno della vita, il senso della sofferenza e del dolore, il significato della malattia e della guarigione. Vale poi la considerazione che non vi è forse nessuno che non sia stato toccato, in misura più o meno diretta, dall’esperienza della sofferenza propria o di propri congiunti.Tutto ciò rende bene la rilevanza del tema: partendo dal dato immediato di percezione del corpo, siamo condotti, nostro malgrado, ad avvistare quella frontiera che dirime tra il sapere di sé quale realtà soltanto materiale, condannata al disfacimento nel nulla, e la coscienza di sé quale parte dell’ordine sotteso al tutto.Confine decisivo, il cui passaggio spalanca un orizzonte vastissimo, non solo in termini di riflessione e quindi di crescita, ma anche, a mio avviso, in termini cimici e terapeutici.

 

Alla morte di Francesco, nel 2000, il gruppo è proseguito coordinato da Paola Manzoni sino al novembre 2002, quando di comune accordo si è deciso che questa esperienza poteva ritenersi conclusa. Paola così riassunse il percorso di quattro anni di lavoro:

 

“Gli anni che abbiamo attraversato recentemente sono stati terribili, perché ci hanno esposto alle perdite degli affetti più cari, talvolta secondo il graduale ed ineluttabile evolversi della vita, altre volte in modo più violento, irrompendo nella nostra esperienza attraverso la malattia di un congiunto o di un amico.

Rispetto a questo vissuto che ha accomunato un numero molto ampio di persone che gravitano attorno al CEPEI, in modo non dissimile a quanto avviene per altri gruppi sociali che aggregano membri di mezza età, il gruppo sulla sofferenza del corpo ha avuto il valore straordinario di fornire uno spazio dove il dolore poteva essere portato e lenito attraverso l’ipotesi di un senso evolutivo immanente anche all’atto finale della vita, nella prospettiva del tutto “laica” che ci caratterizza. Rispetto a questo discutere o più semplicemente starci accanto provo quasi un sentimento di fierezza, perché penso che ci siamo dati un tempo umano che molti altri non riescono a trovare.

Talvolta ci sono stati toni eccessivamente eroici, forse scaramantici: sarà pur vero che la morte è sorella o addirittura amante, ma è ineliminabile la speranza di avere un tempo che consenta un vissuto di almeno parziale dispiegamento e compiutezza.

Spesso il silenzio si è posto anche tra di noi, anzi si potrebbe dire che con il parlare di casi abbiamo consentito di mascherare l’esperienza personale. D’altro canto forse questa ha bisogno del ricovero dato da un dialogo individuale che la fa elaborare con la dovuta riservatezza.

Personalmente sento da alcuni mesi che è venuto il tempo di occuparmi di altro, di lasciarmi prendere dai temi che la vita personale e professionale mi sta proponendo. Ogni altra aggiunta in questo momento mi appare teorica e quindi rischierebbe di assumere il valore dubbio di un indulgere. Rimane con me la consapevolezza di essere passata da un’esperienza indelebile che si rinnoverà nelle molteplici vie della comunicazione interpersonale autentica.

 

Ripercorrendo la storia di questi anni, il gruppo ha cercato di fare un bilancio di questa esperienza. La grande ricchezza è stata per tutti il prendere le mosse dall’idea iniziale di Francesco: il condividere lo sguardo sulla sofferenza e sulla morte con persone malate gravemente. L’idea di Francesco era proprio quella di non separare i vissuti dei “sani” da quelli dei “malati”, ma di condividerli in un’esperienza comune di vita.

I messaggi più importanti che ne sono scaturiti sono due:

 

1) la possibilità di aiutare chi soffre e chi gli sta intorno a vivere la sofferenza come un’opportunità di vita. L’opportunità che la sofferenza dà sul ripensarsi nella malattia e nella vita.

 

2) la necessità di stimolare la comunicazione (fatta di gesti e di parole) sia con chi vive di persona la sofferenza, sia con gli operatori che lavorano a stretto contatto con la sofferenza. Si è rilevato infatti che tra gli operatori (medici e paramedici) spesso c’è la paura (pe4r non dire il disinteresse) a confrontarsi con la sofferenza degli altri. La necessità di comunicare la propria intimità è cosa che spesso è difficile fare proprio con le persone che abitualmente si sentono più intime. Il corpo sofferente spesso comunica anche simbolicamente questo bisogno di intimità (ad esempio il lavare la persona).

Pensare alla morte e alla malattia è un po’ una “scuola” di vita. Un po’ come fare i genitori. Ma come si può codificare, insegnare, questa riflessione? Forse non si può insegnare, ma è possibile prendere coscienza che la malattia è un evento della nostra vita. E’ possibile non sentirla come “ignoto” e dunque non averne una tremenda paura.

Il gruppo sulla sofferenza del corpo ha avuto, in questo senso, un taglio decisamente esistenziale, in cui la riflessione che ne è scaturita è diventata coralità, un modo di vedere la vita che porteremo sempre dentro di noi, pronta per essere comunicata ad altri.

 

 

- SOGNI, RICORDI, RIFLESSIONI –

 

I SOGNI: APPUNTI PER UNA LETTURA (1)

 

 

L’interpretazione dei sogni (Die Traumdeutung) di Freud è stata scritta nel 1899. Agli inizi della psicoanalisi si trattava di risvegliare la coscienza individuale a leggere la problematica che si dava in noi stessi. Era la necessità della scoperta di un mondo interiore che svelava l’ipocrisia e la contraddittorietà di una visione sociale cosciente unilaterale e rigida. Per questo motivo Freud esplicita l’idea di un conflitto insanabile tra la problematica personale e quella sociale collettiva. La spontaneità del soggetto, repressa in un mondo istintuale regredito ancora alla coscienza animale degli impulsi, si contrapponeva alle rigide limitazioni sociali superegoiche. La sessualità come “istinto bestiale” anziché attuazione del rapporto conoscitivo interpersonale dell’amore.

Il sogno denuncia questo conflitto, lo svela velandolo, affinché la coscienza ne possa prendere visione senza immediatamente reprimerlo di nuovo. Ecco che per Freud il linguaggio onirico è l’attuazione mascherata di un desiderio proibito. Mascherata, perché se la coscienza se ne accorgesse, si allontanerebbe risvegliando il sognatore e non lasciando proseguire il discorso.

Il linguaggio onirico sta al posto di un linguaggio esplicito; il contenuto latente è celato dal contenuto manifesto.

Se il “proibito” (come dirà Freud: il rimosso) causa il sogno, il sogno stesso viene letto come una ripetizione continua di un proibito che non può attuarsi. E allora, perché tanta fatica? Perché lottare con il proibito nel sonno, quando già lottiamo con esso nella veglia? Il conflitto appare veramente insanabile.

Jung avrà una visione ulteriore del linguaggio onirico: il sogno non è solo causato da un conflitto, ma indica la direzione per risolverlo. Indica anche altro, al di là del conflitto. E’ un momento necessario della nostra vita, non solo per proteggerci da qualcosa di inaccettabile che vuole emergere; non “guardiano del sonno”, ma vera e propria guida, “psicopompo” verso un mondo che ancora non conosciamo. Sogno come portatore di novità per il sognatore.

Infine Silvia Montefoschi si interrogherà radicalmente sul senso stesso del sogno nella vita. Perché, come singoli sognatori dovremmo affannarci, se ciò che scopriamo non fosse universalmente valido? Perché la psicoanalisi dovrebbe negarsi, o solo toccare tangenzialmente, le domande fondamentali che hanno accompagnato l’umanità al suo nascere? Amore - vita eterna - Dio, sono temi ascientifici che devono essere esclusi dalla psicoanalisi intesa come modalità conoscitiva umana (attuazione dialettica del “conosci te stesso”)? Rispondendo negativamente a questa domanda Montefoschi amplierà ulteriormente il linguaggio onirico, dandogli una prospettiva universale. In fondo darà ragione al principio freudiano del “sogno come appagamento di un desiderio”, inteso però non come appagamento “virtuale” ed “illusorio”, ma come “desiderio potenziale universale” che può diventare atto e dunque “forma vivente”.

 

LA LETTURA JUNGHIANA DEI SOGNI

 

Jung e, più recentemente, Resnik, vedono il sogno come una rappresentazione dimensionale. Più che un’immagine, una “drammatizzazione” spaziotemporale, al di là però dello svolgimento nel tempo e nello spazio; non una sequenza causale, ma una concomitanza spaziotemporale di una rappresentazione densa di senso. L’immagine rappresentativa è quella del teatro, anziché del cinema.

Jung si discosta perciò dal concetto freudiano di sogno come “soddisfacimento mascherato di un desiderio” (inaccettabile al sognatore), debitore della visione scientifica fondata sulla causa efficiens, perché questa porta ad un metodo “archeologico” nell’accostamento al materiale onirico. Il sogno rimanderebbe in questa visione alle esperienze infantili e agli istinti primordiali, primi tra tutti la sessualità e l’aggressività. La lettura simbolica dei sogni diverrebbe così densa di segni stereotipi e di riduzioni.

Dalla visione freudiana Jung sviluppa una teoria più ampia, sempre scientifica, che considera il sogno come il prodotto di fenomeni fisiologici spontanei, ma che parte dalla visione di una causa finalis. Finalismo, anziché casualismo. “Ogni struttura psichica, considerata dal punto di vista causale, è la risultante di contenuti psichici precedenti. Ogni struttura psichica, considerata dal punto di vista finalistico, ha un senso e uno scopo tipicamente suo nella vita psichica attuale. Dobbiamo applicare questo metro anche al sogno” (8 – pg. 257). Di fronte a un sogno la domanda corretta è: perché costui sogna questo, in questo momento?

Il sogno è difficilmente intelligibile non perché non debba esserlo di necessità (occultamento di qualcosa di inaccettabile) ma perché, senza il lavoro della coscienza sistematizzante e comprensiva dell’uomo, è non intelligibile anche la natura. Il sogno non si comprende immediatamente, come non si comprende immediatamente la sequenza delle basi del DNA. “Il sogno è un fatto naturale, e la natura non manifesta la minima tendenza a mettere a disposizione i suoi frutti per così dire gratis e in conformità con le aspettative dell’uomo” (8 - pg. 316).

 

Detto questo, tutti gli autori che si sono accostati allo studio del sogno (a partire da Freud), pongono un contesto di fondo all’interpretazione del sogno: il contesto relazionale. Diremmo noi, intersoggettivo. Se il sogno è rappresentazione naturale grezza, che si dà alla coscienza, di un’attività automatica del corpo, dell’incoscienza, la sua interpretazione nasce a priori come dialogo tra l’inconscio e il conscio. Ed essendo dialogo, la sua interpretazione si dà soprattutto nella dialettica del rapporto analitico. Freud direbbe che non esiste interpretazione al di fuori della dinamica transferale. Jung proponeva all’analista di dirsi (e di dire) innanzitutto di fronte a un sogno: “non so cosa possa voler dire, non lo capisco”, e di trovarne il senso insieme all’altro del discorso, al paziente. Potremmo dire che il simbolo onirico è una rappresentazione della scena intersoggettiva che si svolge in analisi. Anzi, l’interpretazione è ogni volta il rinnovamento dell’intersoggettività (il senso condiviso e comune dato al sogno dai due del discorso: analista e paziente) partendo da una situazione di interdipendenza: il paziente direbbe “ciò che sogno non comprendo se tu non mi sveli il significato”, e l’analista direbbe “ciò che mi racconti non comprendo se tu con me non lo condividi nel suo significato”. Dalla interdipendenza comune dell’inconscio, si passerebbe ogni volta all’intersoggettività cosciente. “Preferisco, quando la comprensione è unilaterale, dire tranquillamente che non capisco: infatti la comprensione del terapeuta, in fondo, non conta e tutto dipende invece dal fatto che comprenda il paziente. L’intendere dovrebbe quindi essere piuttosto unintendersi’, frutto di una riflessione comune” (16 – pg. 157).

 

Jung delinea innanzitutto dei presupposti teorici per lo studio e l’interpretazione del sogno:

 

a) che il sogno abbia un suo significato

b) che il sogno fornisca un contributo essenziale alla conoscenza cosciente (16 – pg. 159)

 

ad essi si aggiungono

 

c) la concezione finalistica del sogno

e) come detto sopra

d) il contesto relazionale intersoggettivo del sogno

 

I punti a, b e c, delineano la spinta inconscia dell’economia del sogno nel processo di individuazione. In questo senso Jung parlerà della funzione equilibratrice dell’inconscio rispetto alla coscienza, o attività compensatoria onirica. Il presupposto d sarà la base per individuare la dinamica soggetto-oggetto dei simboli onirici o, come ad esempio Resnik evidenzia, inserire i simboli del sogno nel contesto delle “relazioni oggettuali” (Jung, forse più appropriatamente parlerà di imago, anziché di oggetto).

 

Il “principio di compensazione” è per Jung la regola fondamentale del comportamento psichico in generale. “La vita psichica, quale sistema autoregolantesi, è equilibrata come la vita del corpo, cosicché per ogni iperfunzione si determinano tosto e necessariamente delle compensazioni: senza di ciò non potrebbe esistere né un normale ricambio organico né una psiche normale” (16 – pg. 164). In questo senso potrebbe sembrare che il “principio di compensazione” sia sinonimo del “principio omeostatico” freudiano. La diversità deriva dalla differente concezione dell’energetica psichica di Jung, rispetto alla libido di Freud. La libido freudiana segue il principio omeostatico entropico, per cui l’energia aspira allo stato di quiete, come equilibrio delle forze nello stato energetico meno dispendioso. La libido junghiana segue al contrario il principio antientropico dell’organizzazione progressiva del vivente in strutture complesse energeticamente dispendiose. Il principio di compensazione serve allora come stato di tensione energetica in cui il fronteggiamento degli opposti stimola il salto su un livello energetico superiore al precedente. Jung descriverà il simbolo proprio come rappresentazione di questo processo energetico che chiamerà “funzione trascendente”. Per questo Jung darà la seguente definizione dell’attività onirica: “il sogno è un’autorappresentazione spontanea della situazione attuale dell’inconscio espressa in forma simbolica” (8 – pg. 282).

Come si esplica allora il principio di compensazione? “Il sogno non soltanto non obbedisce alla nostra volontà, ma si pone addirittura, e molto spesso, in stridente contrasto con le intenzioni della coscienza. Il contrasto però non è sempre così marcato: talvolta il sogno può anche staccarsi in misura assai tenue dall’atteggiamento o dalla tendenza della coscienza, apportando lievi modificazioni… il concetto di ‘compensazione’ riassume significativamente tutti i tipi di comportamento del sogno” (8 – pg. 309).

La compensazione è un confronto di punti di vista diversi, confronto dal quale emerge un “equilibramento” o una “rettifica”.

Esistono, a questo riguardo per Jung, tre possibilità.

1) se l’atteggiamento della coscienza verso la situazione vitale è unilaterale, il sogno si situa all’estremità opposta

2) se la coscienza ha un atteggiamento relativamente vicino al “punto medio”, il sogno si accontenta di varianti

3) se l’atteggiamento della coscienza è adeguato, il sogno coincide con la tendenza della coscienza e quindi la sottolinea.

 

Dott. Paolo Cozzaglio