NOTIZIARIO CEPEI n° 2 - anno 2000

 

 

I° CONVEGNO CePEI

 

Cari Soci ed Amici, nel relazionarvi di quest'anno di attività, vi annuncio il nostro primo convegno che si terrà il 18 novembre di quest'anno presso l'aula magna del convento dei frati minori cappuccini, in p.le Velasquez 1, a Milano.

Il titolo del convegno sarà "Sviluppo del Soggetto tra creatività e sofferenza: verso quale meta (-psicologia) evolutiva?" e, come potete vedere, riflette il percorso di riflessione compiuto dal nostro gruppo durante tutto l'anno. Come già sapete, infatti, per il 2000 ci siamo dati come tema portante quello della "evolutività" che, insieme a quello del intersoggettività, caratterizza il CePEI.

In queste pagine troverete una breve sintesi di ciò che il "gruppo sui casi clinici" ha pensato rispetto all'idea di evoluzione della personalità che emerge dalla pratica psicoanalitica dei Padri della psicologia del profondo (Freud, Adler, ecc.); sono queste riflessioni iniziali e non conclusive che, speriamo, verranno approfondite anche durante il convegno.

Sono inoltre continuati gli incontri di "gruppo e individuo", “maschile e femminile” e "la sofferenza del corpo".

Sulla "sofferenza del corpo" vorrei spendere due parole in più, visto che gli incontri sono stati numerosi e hanno portato a un confronto con i medici, che più da vicino si occupano della problematica della malattia, del dolore e della morte. A questo proposito, nel ricordare la recente scomparsa di Francesco Turco, ispiratore e motore della riflessione sulla “sofferenza del corpo” con la sua stessa esperienza personale, voglio porgere a lui un affettuoso saluto, convinto che, ora in un altro modo, ci aiuterà nel proseguire il lavoro.

Per concludere vi voglio invitare tutti al nostro convegno e pregarvi di invitare anche nuovi amici. La partecipazione è gratuita; verrà solo richiesta l'iscrizione al CePEI per il 2001, per chi vorrà ricevere gli atti del convegno.

 

Antonino Messina

 

 


PERSONALITA’ ED EVOLUTIVITA’

 

 


 Il gruppo di discussione sui casi clinici si è posto per quest'anno l'obiettivo di riflettere sul concetto di personalità. In particolare, se nella teoria psicoanalitica ci potesse essere l'idea di evoluzione della personalità o, al contrario, il concetto di personalità vada inteso in senso statico, come un insieme di caratteristiche immutabili nel soggetto.

Si sono presi in esame diversi autori psicoanalisti, sia dal punto di vista teorico, sia nella prassi psicoanalitica. In anticipazione di ciò che verrà discusso durante il convegno CePEI di novembre, riportiamo le linee salienti della riflessione emersa su Freud.

 

Freud apre la strada come primo autore e, allontanandosi dalle idee della psicologia sperimentale, pone come principio l'uomo come Soggetto a se stesso: "là dove c'era l'Es ci sarà l'Io". L'intenzione è quella di portare l'individuo alla coscienza di sé stesso. Evoluzione dunque come "coscientizzazione".

Il processo di coscientizzazione avviene mediante il raffronto tra i due principi, il principio di piacere e il principio di realtà. Tuttavia, la visione di Freud è pessimistica: la spinta delle pulsioni è troppo forte e l'io non c'è la fa da solo, per poter sconfiggere la supremazia dell'Es, ha bisogno di un principio di autorità che lo sostenga: il Super-io. La cultura e la civiltà non riuscirebbero a resistere all'attacco distruttivo e repressivo degli istinti delle folle, se non fossero aiutate dal ricorso a un autorità che le sostenga: Dio, il Padre, lo Stato, ecc.

in fondo Freud considera la società come qualcosa di separato dall'individuo, e non come un prodotto dell'individuo stesso. Nel processo di controllo delle masse contro la furia degli istinti, la scienza e per Freud più evoluta rispetto alla religione, perché ponendo la supremazia dell'intelletto recupera all'uomo ciò che veniva oggettivato all'esterno negli dei. Così sembrerebbe che la ragione possa aver la meglio anche su un principio di autorità posto all'esterno del soggetto, ma in realtà così non è. Nella descrizione del complesso di Edipo, Freud mostra la continua necessità di affrancarsi dalla dipendenza paterna, ma nello stesso tempo, l'insuperabilità di questa condizione di dipendenza: la spinta innovatrice di Edipo conduce al parricidio, alla colpa, alla punizione. In fondo questo è un problema ancora attuale della società: sembra che la società non riesca a superare il principio di autorità senza cadere in una regressione agli stadi più primitivi: l'oralità e l'indifferenziazione (consumismo, qualunquismo, indifferenza).

Sembra allora che in Freud consapevolezza sia sinonimo di controllo. Se la tecnica psicoanalitica per eccellenza, l'interpretazione, il ricondurre l'inconscio alla coscienza, dovrebbe essere almeno in potenza evolutiva, tuttavia essa rischia di essere una gabbia che "rinormalizza" e riporta a una situazione di equilibrio già dato. In fondo Freud non coglie ancora del tutto la spinta evolutiva che ci può essere in ogni nevrosi, e che verrà evidenziata maggiormente da Jung.

Forse anche la posizione psicoanalitica dell'analista dietro al lettino del paziente richiama, tra gli altri significati, il ruolo di analista come "coscienza giudicante" e rinormalizzante. In fondo Freud e sempre stato ossessionato dall'incombente presenza del Dio ebraico, dal dio di Mosè, "che tutto vede e tutto giudica".

Anche l'inconscio, come ricettacolo degli istinti primordiali, dei desideri illeciti repressi, della necessità di una falsificazione continua che avviene nei sogni per poter permettere al sognatore di dormire, non viene visto da Freud come il motore di una spinta evolutiva della personalità. Significativo è, a questo proposito, un brano de "l'uomo dei topi" dove Freud parla del contrasto tra sé morale e sé malvagio: "gli risposi che ero pienamente d'accordo con la sua idea di uno sdoppiamento della sua personalità; egli non doveva far altro che assimilare questo nuovo contrasto tra un sé morale e un sé malvagio, con il contrasto, da me già definito, tra coscienza e inconscio... il sé morale è cosciente, il sé malvagio inconscio. Allora egli disse che, pur considerando se stesso un individuo morale, ricordava distintamente di aver fatto nell'infanzia delle cose che venivano dall'altro sé. Io rilevai che egli aveva, incidentalmente, toccato una delle caratteristiche fondamentali dell'inconscio, ossia il rapporto tra questo e la condizione infantile. L'inconscio, gli spiegai, era la condizione infantile, quella parte del sé che si è separata durante l'infanzia, che non ha preso parte agli stadi successivi dell'evoluzione della personalità e che, conseguentemente, è stato rimosso."

È evidente qui che per Freud  l'inconscio è la parte non evolutiva della personalità, all'opposto di quella che sarà la concezione di Jung, per il quale l'inconscio e i suoi archetipi saranno il motore evolutivo della personalità.

Ci si può chiedere infine, se alcuni problemi tecnici possano discendere da questa concezione freudiana. In particolare il problema della "resistenza alla guarigione". Freud legge la resistenza alla guarigione come la tendenza a trarre soddisfazione dalla propria sofferenza: "ci era ben noto che taluni pazienti traggono una certa soddisfazione dalle proprie sofferenze per cui, in realtà, oppongono tutti una certa resistenza alla guarigione.”

Ma se la guarigione è sinonimo "adattamento", non potrebbe essere che il sintomo permane sinché non viene colta la sua spinta evolutiva?

 

 

Paolo Cozzaglio

 


 

 

 

IL MITO DI EDIPO NEI TEMPI LUNGHI DELL’EVOLUZIONE

 


Il mito di Edipo traduceva nel linguaggio dei greci micenei un rito arcaico agrario, dimenticato e a loro incomprensibile.

Il rito era quello, ancora ricordato nella letteratura babilonese, delle nozze del giovane re con la dea e della rituale e cruenta morte del vecchio re alla fine del ciclo. Era un rito di remissione alla dea madre, alla potenza della natura, funzionale alle prime civiltà dei coltivatori.

Gli allevatori del centr'asia avevano poi portato, per ondate successive in medioriente, in Grecia ed Europa i riti e la prassi del governo maschile stabile, tenuto oltre il ciclo stagionale: gli dei erano andati organizzandosi in un pantheon gerarchico, governato dal dio della montagna e del fulmine.

I guerrieri Achei Micenei, cresciuti nella direzione del potere di conquista, avevano posto leoni a guardia delle loro roccaforti. In continuità con i guerrieri Achei, i Greci classici avevano raffigurato sui frontoni dei primi templi leoni prevalenti su bovidi azzannati e vinti. Dorate criniere solari succedevano alle corna lunate, della autoctona premicenea, civiltà mediterranea regolata sui ritmi stagionali delle semine e dei raccolti.

In una età storica in cui i sacrifici non erano più quelli reali del re figlio alla dea madre, ma erano diventati quelli simbolici delle figlie agli obiettivi dei padri (Ifigenia sacrificata per permettere la partenza delle navi verso Troia), Omero accennava ad Edipo come ad un eroe scomodo. Difficilmente includibile nella linea dei poemi epici tutti indirizzati alla prevalenza maschile eroica in una prospettiva di dominio (prima del nemico, poi, nel ritorno di Odisseo, delle passioni e delle fascinazioni individuali) L’Edipo omerico, allo svelamento della sua storia fatale, era almeno costretto a reggere la sua sventura e virilmente continuava a governare nonostante la persecuzione notturna delle Erinni della madre.

Anche Sofocle che riprese il mito nella tragedia del V secolo, nella luminosa Atene classica, non ne conosceva ne sospettava le origini rituali arcaiche. Il dramma per lui e per la Grecia classica, al tempo del primo argomentare morale di Socrate, era quello dello scontro tra la maschile volontà di rispettare la legge della città e l’ineluttabilità del fato. I Greci classici, solidali alle leggi civiche, faticosamente pattuite fra uomini e dei, tendevano ad attribuire la tragedia di Edipo ad un precedente colpevole sregolamento, suo o dei suoi avi: ma Sofocle sospendeva il giudizio su Edipo. Sentiva, pur non dichiarandolo esplicitamente, che la caduta nella trappola della madre lo rendeva sacro, lo avvicinava a Dioniso capro e a ogni capro espiatorio. L’accostamento al capro espiatorio ricollegava Edipo indietro agli antichi riti sacrificali ma lo prospettava anche in avanti verso una ancora oscura percezione della sofferenza e della caduta come momento attivo di conoscenza, come una esperienza nuovamente anche mentale (oltre l’antica esperienza fisica) dell’organica complessità del vivere. Edipo ultimo eroe in Omero reggeva la sua sventura e continuava a regnare. Edipo uomo intrappolato in Sofocle era costretto a farsi carico di un destino rovinoso e a lui incomprensibile e soffriva della sua impotenza conoscitiva ancora più che della sua disgrazia. Sprofondava alla fine, rapito dagli dei o dagli inferi: perdonato dalle madri, nel suo non aver capito, per il suo aver sofferto.

 

Sofocle, dopo la peste che aveva colpito Atene era stato uno dei fautori del ripristino del culto di Asclepio in città. Aveva ospitato l’altare del dio nella sua casa. Topi venivano allevati nei sotterranei dei templi per nutrire i serpenti sacri al dio-serpente Asclepio.

11 dio luminoso Apollo, padre di Asclepio, era il ‘lòimios’, l’appestatore

 

Paola Marzoli


 

 

 

IL METODO DIALETTICO: evoluzione e intersoggettività

 

 


Le scienze psicologiche e la psicoterapia si pongono come obbiettivo lo studio, l’individuazione e la risoluzione delle problematiche che riguardano l’interiorità psichica dell’individuo umano, inteso nella sua soggettività.

Si deve quindi, prima di ogni cosa, riconoscere questa individualità soggettiva, che si manifesta nella sua unicità come capacità riflessiva: sono io, e solo io soggetto, che vivo questo sentimento , che esperimento questa emozione etc.

Noi possiamo considerare ogni fenomeno della realtà secondo due modi o punti di vista differenti:

a)       Naturalistico, che è il modo delle cosiddette scienze naturali, il metodo scientifico, il metodo dell’oggettività che risponde ai  criteri della logica fisico-matematica.

b)       Psicologistico o Dialettico, che è il metodo che ci fa considerare la realtà da un punto di vista soggettivo cioè in base all’influenza che essa ha sulla nostra interiorità e che quindi ci permette di prendere coscienza della nostra soggettività.

Il soggetto infatti si costituisce e prende coscienza di sé mediante il confronto con la realtà esteriore e con sé stesso, attraverso il riconoscimento ed il continuo superamento del proprio limite.

Appare evidente che solo il metodo Dialettico ci permette lo studio, l’individuazione e quindi la possibile soluzione delle problematiche dell’interiorità soggettiva. Il metodo naturalistico, che viene utilizzato da tutti i vari sistemi dottrinari psicologici e psicoterapeutici, nella presunzione di trattare del soggetto e dell’interiorità, in realtà nega il soggetto stesso, perché lo rende oggetto: quello di cui si tratta sono “contenuti” del soggetto; pur veri, validi, universali ma sempre contenuti.

In verità  sia Freud, sia Jung, Adler e tutti i loro seguaci e successori si avvalgono, più o meno esplicitamente, di concetti e metodi dialettici: è necessario però che questo venga esplicitato.

Il metodo con cui noi possiamo prendere in considerazione l’interiorità soggettiva e l’esperienza psichica, non può essere che un metodo proprio del soggetto, la modalità formale in cui esso si costituisce: il metodo Dialettico.

Il metodo Dialettico quindi non può non essere riconosciuto che come unica forma specifica e originaria della conoscenza psichica: i contenuti dell’esperienza psichica sono e non possono che essere tutti i contenuti dell’essere; il metodo di conoscenza non può che essere che il metodo attraverso cui l’essere interiore si costituisce, pena la sua stessa contraddittoria negazione.

Nella prassi psicoterapeutica la Dialettica trova nel linguaggio la sua realizzazione; con la comunicazione attraverso il  linguaggio infatti il soggetto può obiettivarsi trasformandosi in alterità, può trasmettere così all’altro la propria interiorità, prenderne coscienza ed evolvere.

Se il soggetto si costituisce ed evolve nel rapporto dialettico con l’esteriorità, a maggior ragione questo si realizzerà nel rapporto con una esteriorità che a sua volta è soggetto e quindi vive tutte le contraddizioni dell’esperienza dell’io.

          Sergio Bettinelli

 


 

 

DAI GRUPPI DI LAVORO

 

 


INDIVIDUO E GRUPPO

 

L’esperienza di cui si e già parlato nel numero precedente ha generato un processo caratterizzato da una forte ambivalenza tra il desiderio di “stare” e quello di andare via dal gruppo: questo ci ha indotto ad utilizzare l’estate come “pausa di riflessione” che ha stimolato i due conduttori a riflettere sul loro ruolo (come è stato fatto, cosa ci sta insegnando, cosa fare di diverso).

Ci è sembrato dunque di cogliere che nel percorso fatto dal gruppo siano emerse, sia un’esigenza di “contenimento” sul piano emozionale (di oscillazioni, spinte divergenti, disagi che ne conseguono), sia una esigenza di “orientamento” sul piano operativo (se avere o no una finalità vincolante, su cosa e come usare il tempo e le risorse del gruppo).

La “corrente profonda” ci è però sembrata connotata da una ricerca del possibile, dal vivere l’incontro come una sorta di terreno vergine da “annusare” più che da strutturare, dal gusto di lasciar accadere ciò che spontaneamente si va ponendo.

Ci è parso quindi utile capire quali attitudini potessero esserci necessarie per svolgere queste funzioni, rispettando questa intenzione. Una ci sembra la capacità di ascolto, intesa però come in Bion, come capacità “negativa”, cioè la disponibilità a reggere l’incertezza, il rischio della dispersione, la dimensione di un “vuoto generativo” popolato da molti possibili embrioni che solo l’attesa e l’attenzione possono consentire di coagularsi in una forma che può scaturire e delinearsi senza “tradimenti” efficientistici.

L’altra è la visione d’assieme ovvero la capacità di fidarsi dell’intuizione per cogliere un’immagine possibile di un “intero” che “vive”, emanato sì dall’interazione dei singoli, ma che prescinde da loro, come già espresso da Lewin con il concetto di campo”.

Ed è proprio da questo concetto che è emersa la metafora del ruolo del conduttore come giardiniere, a spiegare le molte attività che possono operativamente realizzare e funzioni di contenimento e di orientamento senza deturpare, ma invece nutrire il processo del gruppo, finché arrivi a riconoscersi in una forma che rispetti la “natura” nel suo “intero”, cosicché questo possa tramite ciò trasformarsi senza snaturarsi.

Fare il giardiniere vuoi quindi dire preparare il terreno, cioè favorire una definizione di regole minime e condivise per incontrarsi e per confrontarsi, creando un clima che stimola l’approfondimento dei contributi individuali, provvedere a far circolare acqua, cioè le informazioni, concimare il terreno, facendo il punto di ciò che emerso per restituirlo al gruppo sotto forma di stimoli (ipotesi, domande, sintesi). Ma vuol dire anche, talvolta, potare, ovvero segnalare ciò che è secondario per riconcentrare l’attenzione sul “tronco”, il filo che si intravede tessere dalle elaborazioni in corso, o ancora fare innesti di idee, proponendo sintesi che aprono nuove possibilità di esplorazione.

E’ insomma una declinazione del ruolo al “femminile”, più attento a “ripulire” lo spazio espressivo che a delimitarlo, a immettere “sostanze” compatibili, che a selezionare ciò che pare più coerente con una forma precostituita, a “lasciar nascere” e quindi a lasciarsi stupire che da quel che accade, a controllare l’aderenza a un disegno.

Il contenimento si ritraduce quindi come alimentazione della fiducia nel processo, facendo attenzione agli agenti “parassiti” e l’orientamento nel sostenere il gruppo nella gestione dell’attesa e nella capacità di accogliere con stupore ciò che via via va prendendo forma.

Rimane aperto un quesito: può un gruppo, nel lungo periodo, appagarsi solo del suo processo?

Finora ciò e riscontrabile in un'esperienza quale quella dei T-group e i gruppi di terapia (o analoghi) ovvero i gruppi auto-centrati.

Ma allora, il gruppo che ha come focus la relazione individuo-gruppo, sta "tradendo" un mandato, o sta rivelando qualcosa della natura di questa relazione?

 

Clotilde Vecchi

 


 

 


maschile e femminile

 

Si è conclusa ad inizio estate una prima edizione del gruppo di discussione dedicato a questo argomento, con partecipanti “junior”, vale a dire ragazzi tra i 20 e i 25 anni, tutti caratterizzati dall'avere un alto livello culturale (in altri termini, tutti studenti universitari con svariati interessi, dal teatro alle arti marziali).

Con loro abbiamo varato una formula di lavoro breve (in tutto si è trattato di sette incontri, con una cadenza mensile) che può avere qualche interesse menzionare, perché pensata in termini mediati rispetto ad un gruppo di psicoterapia, che non è stato, ed una discussione a livello solo del piano razionale che rischia dopo i primi incontri di essere ripetitiva.

Dopo le prime tre riunioni si è introdotto infatti nella discussione il livello dell'immaginario, e con questo del simbolico. Concretamente abbiamo cioè dedicato un incontro ad un lavoro di immaginazione visiva, svolto in gruppo, stimolato da un avvio molto ampio ma pertinente il comune interesse. Nel lavoro successivo si è chiesto alle persone non tanto di interpretare quanto visualizzato, ma di approfondire il loro sentire con la richiesta di eseguire un compito: ossia ciascuno di portare il libro, racconto, musica, film, che sentissero per certi versi prossimo, secondo un processo di libera associazione, a quanto elaborato spontaneamente nel momento di ascolto della funzione immaginativa.

Cercare dentro di se una più ampia integrazione tra pensare e sentire: questo dunque è stato il primo elemento di riflessione personale ed espressa al gruppo, conseguito in modo non convenzionale sul tema del rapporto maschile-femminile. Dal punto di vista contenutistico, hanno trovato spazio nel gruppo soprattutto considerazioni sul mutamento delle relazioni affettive nel passaggio dalla fase di adolescenza al periodo adulto; e sui vissuti di separazione che la crescita richiede.

 

Paola Manzoni


 

 

 


GRUPPO SULLA SOFFERENZA DEL CORPO

 

Nel corso del primo semestre 2000, sono continuati gli incontri a cadenza mensile su questa tematica, che hanno coinvolto nella discussione medici, psicologi ed alcuni ammalati, che hanno contribuito con la diretta testimonianza della loro esperienza.

Sono stati avviati inoltre i primi contatti con professionisti ed associazioni già attive nel campo, per valutare la possibilità di proficue collaborazioni.

L'elaborazione sintetica del punto di vista CePEI, che comprende alcune idee di fondo e un orientamento di massima per la progettazione di iniziative future, è stata espressa in un manifesto del gruppo, che può essere richiesto telefonando allo 0335/6825823.

Dopo il congresso del 18 novembre (che peraltro include una sessione dedicata specificatamente al tema della sofferenza) il gruppo riprenderà gli incontri di confronto, con una centratura sulla questione del rapporto con il soggetto sofferente.

Sono accolti nel gruppo medici, psicologi, volontari, preferibilmente se hanno esperienza diretta di tali relazioni.

Data prevista di inizio: sera del 24/11, venerdì.

Periodicità: una riunione al mese.

 

 

Paola Manzoni