Come già annunciato, sono
iniziate le seguenti attività:
1)
Psicologia
e religione (coordinatore dott. Paolo Cozzaglio). Gli incontri si
svolgono ogni due mesi e sono a temi. Ci si incontra nello studio della dott.ssa
Paola Manzoni, via Sansovino 14 (MI), ore 20.30.
2) Immagini del profondo
(coordinatore dott.ssa Clotilde Vecchi). Il cinema è veicolo tra i più incisivi
dell’immaginario. Sede: “Studio T”, via Ciro Menotti 12 (MI), ore 20.00
3) Gruppo sui casi clinici. Il
nostro gruppo “fondante” continua. Quest’anno ci siamo proposti di riflettere
sull’intersoggettività nella relazione
terapeutica. E’ questo un tema profondo, che non pensiamo di esaurire in un
solo anno. Lo consideriamo il naturale proseguimento della riflessione iniziata
l’anno scorso con il tema della “evolutività”. Ne parleremo tutti insieme al
prossimo convegno CePEI…
4) Seminari sui casi clinici.
Coordinati dal Presidente CePEI, dott. Antonino Messina. Prevediamo un primo
seminario per settembre, in data da definirsi. La modalità sarà quella di un
sabato mattino (9.00 – 13.00). E’ prevista la presentazione/discussione di un
caso clinico, da parte di un socio fondatore CePEI, e la successiva
supervisione di casi portati dai partecipanti. Possono partecipare ai seminari
tutti i soci psicoterapeuti. Preghiamo chi fosse interessato a contattarci in
anticipo. Vi verrà inviata una lettera con informazioni più dettagliate.
5) Gruppo sulla sofferenza del corpo. Sono
state organizzate diverse iniziative per la formazione dei medici di base. Il 6
maggio Paola Manzoni e Paolo Cozzaglio hanno portato un contributo al convegno
della IAI (istituto di analisi immaginativa) di Cremona.
E’ presente in rete il nuovo
sito web del CEPEI.
Lo trovate all’indirizzo:
http://web.tiscalinet.it/cepei
il sito è aggiornato
continuamente; sono indicate le date di tutti gli eventi CEPEI e organizza un
database di raccolta dei sogni. Visitatelo!
Inizia in questo numero del notiziario una rubrica
sulla “psicopatologia”. Lo scopo è quello di presentare dei contributi
stimolanti ed interessanti riguardo le diverse modalità di approccio
all’inquadramento diagnostico e terapeutico in psicoterapia e in psichiatria.
Iniziamo con un articolo di Antonino Messina
L'ansia: una lettura
antropologico-psicoanalitica
Ogni stato nevrotico obbliga l'individuo, per non avere ancora affrontato
e superato i suoi problemi, a continuare ad applicare schemi comportamentali
del passato, spesso infantili e quindi inadeguati. Tale ripetizione, sia come
momento attuale o come obiettivo futuro, non può che creare ansia ed angoscia,
in quanto inchioda l'individuo in una sorta di immobilismo psichico e non gli
concede il senso della dinamicità che è condizione essenziale della vita. Da
qui vissuti di disagio con perdita di obiettivi e di senso; non a caso l'ansia
è stata definita "mancanza di senso".
Chiaro, qui ci si riferisce a quell'ansia intesa come espressione
patologica degli stati surriferiti e non alla ansia di tutti i giorni che fa
parte del bagaglio dei turbamenti dell'animo umano ed esprime momentanee
incertezze della quotidianità, quale può essere ad esempio la sicurezza/in
sicurezza esistenziale, il dubbio su determinate scelte o la risposta a nostri
interrogativi o a nostre aspettative, come l'ansia dell'innamorato alla
corresponsione ai propri sentimenti o l'ansia del militante/simpatizzante
politico che il suo partito abbia la dovuta affermazione elettorale.
Da non confondere tale ansia, che si può definire fisiologica, con
l'ansia patologica suaccennata e che spesso può anche nascere da un conflitto
in cui l'individuo si pone fra le sue reali possibilità e l'immagine
costruitasi, indotta da aspettative di fittizi modelli da mass-media,
caratterizzati da iperefficientismo e da esagerata competizione. Ovviamente
tali aspettative non possono venire soddisfatte per il disequilibrio delle
forze in giuoco, cioè fra le sue possibilità che, anche se abbondanti, sono pur
sempre inadeguate rispetto a quelle che il modello esige. Tale inadeguatezza
viene subita e, non vedendone riconosciuta la reale genesi, può creare, oltre
alla ansia, fobie, angoscia e panico.
L'angoscia viene considerata uno stato più grave dell'ansia, in cui vengono
spesso coinvolte manifestazioni somatiche (tachicardia, sudorazione, vertigine
ecc.) senza arrivare a somatizzazioni vere e proprie. L'angoscia viene infatti
definita come tensione fisica da non soddisfatta pulsione sessuale, che non
riesce a sfociare nello psichico, mantenendosi giocoforza nel fisico.
Quanto detto non toglie valore a quanto affermato dalla psicoanalisi
classica, secondo cui l'angoscia nasce di fronte a una pulsione inespressa o
mascherata. Anna Freud chiarisce che la pulsione diventa ansiogena solo nella
misura in cui rischia di suscitare un pericolo reale.
Nel caso dell'inadeguatezza suaccennata non sempre è facile riconoscere
la compromissione pulsionale, comunque la problematica che l'individuo si crea,
diventa generatrice di tale stato di sofferenza che spesso si acuisce in quanto
viene ad incidere sulla sua identità, mettendola in crisi. L'individuo infatti,
ipervalutandosi nella sua possibilità e non potendo corrispondere al modello
indotto, non si riconosce più nella sua identità, almeno in quella sociale, e
vive tale suo stato non con accettazione ma con dolore, come non avere
soddisfatto non solo le proprie aspettative e quelle dell'ambiente sociale che
lo circonda, ma anche, e soprattutto, le aspettative dei genitori o i loro sostituti
anche interni e, in quanto convinto di averli delusi, teme di non poter avere
più il loro affetto e di poterli perdere. Questo è in linea con quanto affermato
dalla teoria freudiana, per la quale l'angoscia fondamentale sarebbe data dalla
perdita dell'oggetto amato. In non avere quindi soddisfatto le loro aspettative,
e l'avere potuto creare la loro disapprovazione, non fa che risvegliare e
risperimentare questo tipo di angoscia.
Analogamente la Klein parla di "perdita
dell'oggetto interno" che provoca angoscia in quanto viene a prodursi
la sensazione che l'oggetto buono interiorizzato non sia più sicuro.
Freud distingue la nevrosi d'angoscia e la nevrastenia, dall'isteria.
Definisce le prime due "nevrosi
attuali", intendendo con "attuali" il fatto che la loro
origine più che nei conflitti infantili, debba venire cercata nel presente (conflitti
attuali) e che i loro sintomi, più che espressione simbolica del passato, sono
dati direttamente dall'assenza o dall'inadeguatezza del soddisfacimento sessuale
e nell'impossibilità anche questo soddisfacimento, qualora presente, possa
venire vissuto nella pienezza dei sentimenti e delle emozioni (genitalità,
secondo Reich).
Anche nell'isteria vi è una inadeguatezza sessuale, per essere stata la
libìdo distorta dai suoi canali di scorrimento e convogliata verso il somatico,
convertita quindi in sintomo organico; la genesi poggia però su eventi
importanti della vita passata. In questa forma il conflitto psicologico è
rimosso, mentre nelle nevrosi attuali il conflitto è represso.
Come fanno osservare Laplanche e Pontalis, "il concetto di nevrosi a attuale tende attualmente a scomparire dalla
nosografia, poiché qualunque sia il valore precipitante dei fattori attuali, si
trova sempre nei sintomi l'espressione simbolica di conflitti più antichi".
Rimozione e repressione vanno comunque considerate insieme ed è più che
frequente il presentarsi della loro combinazione. Freud riteneva probabile che
ogni psiconevrosi (isteria, nevrosi ossessiva) si imperniasse intorno ad un "nucleo di nevrosi a attuale"
e Reich affermava nei suoi iscritti che
"le psiconevrosi avevano un nucleo di nevrosi attuale e le nevrosi attuali
avevano una sovrastruttura psiconevrotica".
Va anche notato che Freud considera soltanto il non soddisfacimento delle pulsioni sessuali, mentre nel successivo sviluppo della teoria e della prassi psicoanalitica, per la genesi dei sintomi nevrotici attuali si è ritenuta altrettanto importante la repressione dell'aggressività. L'evoluzione del pensiero psicoanalitico, spostandosi poi dalla teoria degli distinti a una teoria dell'io (Hartmann) e a una teoria relazionale (Fairbairn), ha messo maggiormente in evidenza il mondo degli affetti e l'interagire umano.
La repressione viene definita da Laplanche e Pontalis "operazione psichica che tende a far
scomparire dalla coscienza un contenuto spiacevole e inopportuno" e
l'operazione viene designata per il suo carattere pressoché conscio, cosicché
il contenuto represso diventa preconscio.
Questa più facile accessibilità alla coscienza non ne limita però i
danni, non a caso Reich ha ipotizzato che "l'aspetto antisociale dell'uomo non è altro che il risultato della
repressione di pulsioni biologiche primarie", così come ha pure
affermato che la repressione è la genesi dei vari governi totalitari (fascismo,
nazismo, bolscevismo) non che la matrice dell'intolleranza e dei vari razzismi.
La repressione rimane la causa primaria della nevrosi d'angoscia e degli
di attacchi di panico.
L'ansia e la crisi di angoscia si sviluppano all'interno del rapporto
individuo-natura.
L'individuo è parte integrante della natura, ma spesso, o per un cattivo
adattamento ad un sociale convenzionale o, secondo la concezione junghiana, in
quanto spinto da un eccessivo Logos o da una unilaterale tendenza allo
spirituale, tende a negare o a minimizzare la sua parte natura e a reprimere la
sua istintualità biologica.
Tutto questo non può che comportare squilibrio e manifestarsi
simbolicamente come disturbo che spaventa l'individuo, e lo spavento a sua
volta ne acuisce la portata e complica ulteriormente la situazione.
Hillmann nel suo "saggio su
Pan" afferma che "il mito
greco pose Pan come dio della natura" e che questo dio è "tuttora vivo, anche se lo sperimentiamo
soltanto attraverso disturbi psicopatologici, poiché gli altri suoi modi di
manifestarsi sono andati perduti nella nostra cultura".
La presenza di Pan e dei suoi correlati nella nostra psiche è molto
importante e Hillmann fa notare che Plutarco nel "tramonto degli oracoli" con il suo grido "Pan, il grande, è morto!" E
evidenziarla come la natura fosse stata privata della sua voce creativa, e come
avesse perso la forza di parlarci, e come altresì fosse cessata la sua funzione
di mediazione sulla coscienza.
Pan così non poteva, e non può, che presentarsi sotto forma
psicopatologica: incubo, panico, furore, attacchi di panico non sono che la
manifestazione del "Pan represso".
Questo effetto della repressione possiamo leggerlo come un tributo, per
quanto eccessivo, che l'individuo deve pagare ad un grado di civilizzazione non
ancora evoluta e ben definita, alla cui realizzazione e si fa pongono regole di
comportamento che coprono l'insicurezza dell'individuo e scivolano in un
convenzionalismo iperegoico (narcisismo, Sè-grandioso) e superegoico (moralismo
pre-edipico, anziché codice morale edipico) in cui l'etica non ha ancora
trovato la sua autentica espressione.
Chiaro che nell'insorgenza delle crisi d'angoscia e degli attacchi di
panico vi è, legata allo sconvolgimento emozionale, una compromissione
biologica in senso perturbativo biochimico-recettoriale, la cui dinamica è
molto utile conoscere se non altro per poter intervenire con adeguata
farmacologia, onde lenire le sofferenze di cui l'individuo in quei determinati
momenti è in preda.
L'antico e pur sempre a attuale "mens
sana in corpore sano - corpus sanum in mens sana" sta ad esprimere il
normale rapporto che deve esistere fra individuo e natura. Solo un giusto
equilibrio fra queste forze può permettere all'individuo il superamento della
patologicità e può consentirgli di vivere la sua naturale propensione verso la
trascendenza.
Non a caso è stato detto che lo spirito passa attraverso (metaxù) la
natura.
Il difficile percorso evolutivo del malato
grave: occasioni per una relazione di condivisione (-1-)
Il Cepei è un gruppo nato dal naturale
sviluppo degli incontri di discussione su casi clinici, che collegava tra loro
alcuni professionisti accomunati da una stessa visione psicoanalitica
junghiana. Questo nel rispetto delle differenti formazioni e competenze di
ciascuno, alcune delle quali applicate al settore medico, altre a quello psicologico. Per mantenere la comune
focalizzazione junghiana, avevamo deciso che eventuali nuovi ingressi nel
gruppo avrebbero dovuto essere preceduti da un lavoro di supervisione compiuto
con l’analista “più anziano” (di età e di esperienza…), nel cui studio ci
trovavamo a discutere. Fu così che venne accolta favorevolmente la proposta di
quest’ultimo, nell’autunno del ’98, di trasformare questo gruppo in
associazione, darci un nome, e ampliare il raggio di azione dei nostri incontri.
Il nome scelto fu “centro di psicologia evolutiva intersoggettiva” (Cepei) che
sottolineava due elementi per noi essenziali, emersi come elementi comuni, scaturiti
dalle nostre riflessioni:
1) l’idea di evolutività; logica che regge l’universo
e, al medesimo tempo, lo sviluppo individuale della personalità (o processo di
individuazione, in termini junghiani), e che dunque descrive il rapporto
analitico come prassi terapeutica con valore trasformativo;
2) l’idea di intersoggettività; “campo di gioco”,
presupposto e fine di ogni relazione umana, dove l’uno e l’altro del discorso
si riconoscono come Soggetti, e come tali possono condividere e riconoscersi
nelle comuni esperienze di vita.
L’associazione nasceva inoltre per
intensificare ed allargare i rapporti, estendendoli anche a persone comunque
interessate ai temi della psicologia del profondo, anche se non strettamente
“addette ai lavori”. Si progettarono
gruppi di discussione e di ricerca su alcuni temi per noi portanti, tra cui la
questione del rapporto maschile e femminile, psicologia e religione, gruppo ed
individuo.
In questo stesso periodo una persona a
noi molto vicina, che chiameremo per riservatezza solo con il nome di
battesimo, Francesco, ebbe diagnosticato un tumore al pancreas non operabile.
Egli era un uomo di cinquant’anni, professore universitario di discipline
ingegneristiche, persona di ampia cultura, da tempo in analisi. Superato il
primo mese di prostrazione, dovuto all’elaborazione della diagnosi e all’inizio
della terapia oncologica, fu lui a proporci di inserire tra i gruppi
organizzati dal Cepei il tema della “sofferenza del corpo”, con evidente allusione
alla specificità di questo soffrire rispetto al disagio ed alla sofferenza di
tipo psichico con cui, come psicoterapeuti, avevamo un rapporto quotidiano.
Francesco fece questa proposta perché si riconosceva proprio nei temi portanti
del gruppo (evolutività, intersoggettività) e ad essi riportava il vissuto
stesso della propria malattia.
Dalla primavera del ’99 si sono perciò
svolti degli incontri a cadenza mensile
che, soprattutto all’inizio, hanno fatto leva sull’esperienza di Francesco e
sul suo desiderio di condividere la propria esperienza. La partecipazione è
stata da subito numerosa ed intensa, motivata dalla volontà affettiva di non
lasciarlo da solo in tale cammino, ma anche, e soprattutto, sulla sua
insistenza della necessità di una riflessione sul senso della malattia e della
sofferenza, che non lasciasse al caso o all’improvvisazione il rapporto
terapeuta-paziente; via via il gruppo
si è irrobustito e, con straordinaria coincidenza sincronica, ci ha condotto
allo sforzo di riflettere sulle
connessioni tra evolutività e
sofferenza in modo nuovo, alternativo rispetto al vecchio concetto di stampo
cattolico dell’espiazione.
Una riflessione da subito considerata
importante, fu che “malattia”, “dolore”, “morte”, non sono esperienze avulse
dalla vita e dalla normalità ma, al contrario, sono esperienze di vita che
tutti attraversano, e come tali non sono relegabili ad approcci di tipo
specialistico e settoriale (“psico-oncologia”, interventi psicologici nel
momento in cui ogni approccio medico risulta fallimentare sulla malattia
corporea). Trovare il senso della malattia, del dolore e della morte, equivale
alla ricerca del senso della vita, perché entrambe le polarità fanno parte
della nostra esperienza e dei nostri interrogativi umani. Proprio per
evidenziare questo sentire, il gruppo sulla “sofferenza del corpo” era composto
da persone malate e persone sane, medici e psicologi, tutti accomunati
dall’intenzione di condividere le proprie esperienze e le proprie ricerche di
senso.
Francesco è giunto a partecipare per
l’ultima volta all’incontro del giugno 2000, il giorno prima di un’emorragia interna che lo ha condotto,
nell’arco di un mese, oltre la vita. La sua sopravvivenza dalla diagnosi è
stata di due anni, contro ogni previsione medica che aveva sentenziato una
prognosi infausta di sei mesi. Per lui, e per noi, non è stato significativo
tanto il prolungare la “sopravvivenza” di alcuni mesi o giorni, quanto il
significato e la profondità di ogni attimo di vita vissuto, contro la fredda
visione “statistica” della prognosi.
In questo lasso di tempo il gruppo ha
avuto modo di costruire un proprio modo di dare un significato al verificarsi
di esperienze di malattia nella vita dell’individuo, riflettendo sulle polarità
malattia-guarigione, morte-vita, sofferenza-benessere. Temi salienti di tale
confronto sono stati in particolare due: da un lato il concepire la malattia
come possibile occasione di “accelerazione” del cammino individuativo; dall’altro
il tema del rapporto medico–paziente.
Una prima occasione di occuparci del
tema della relazione medico-paziente, è venuta dalla Asl di Como che,
attraverso lo stimolo di uno dei soci fondatori del Cepei, ha incluso nei
seminari di aggiornamento obbligatorio rivolti ai medici di medicina generale,
il tema del rapporto con l’utente. Il titolo di queste sessioni fu “il paziente
difficile”, dove per “difficile” si è inteso una difficoltà di ordine soprattutto
relazionale, non necessariamente collegata ad una patologia grave.
La seconda iniziativa, più specifica
rispetto ai temi di cui stiamo trattando, riguarda il vissuto del dolore nella
relazione con il malato grave, su cui stiamo lavorando con i medici della zona di Como e con il
servizio di “cure palliative” di un
ospedale milanese.
E’ allo studio un gruppo di supporto
rivolto ai familiari degli ammalati, che ha l’intento di discutere e realizzare attività di sostegno coerenti
con le caratteristiche del Cepei, proponibili anche ai servizi territoriali.
Ogni anno organizziamo un convegno di una giornata: l’anno scorso il tema
non poteva che essere quello dello “sviluppo del soggetto tra creatività e
sofferenza” (Milano, 18 novembre 2000) come riflessione sull’intera prassi psicoanalitica;
quest’anno lo dedicheremo alla questione del rapporto terapeutico nell’ottica
della relazione intersoggettiva, discutendo casi ed autori significativi sotto
questo rispetto.
Ognuno di noi infine, come singolo
psicoterapeuta, incontra persone e, nelle umane vicende che spingono queste
ultime ad una ricerca di interazione, oltre che di approfondimento interiore, è
molto probabile che prima o poi capiti il caso di un soggetto ammalato
gravemente, o di un familiare affetto da un lutto significativo. Dal punto di
vista meramente “tecnico”, ciascuno di noi agisce al momento secondo la prassi
psicoanalitica che ha maturato nella formazione della propria professionalità;
tuttavia, rimane per noi di comune riferimento l’esperienza di condivisione
del cammino di Francesco, che ha
forgiato una visione unitaria di queste condizioni estreme, che rimarrà
insostituibile nella nostra memoria ed esperienza.
La mia formazione di ex allieva della
scuola di Analisi immaginativa, non poteva che spingermi a dedicare una
particolare attenzione alle immagini della malattia, elaborate da ammalati o da loro parenti, come elementi di una
comunicazione che si svolge in primo luogo al loro stesso interno, quando
comunicare con gli altri è nel sociale così difficile, dato che il nostro mondo
normalmente rifugge dalla malattia e ancora di più dalla morte; anche se pure
in questa difficoltà nascono spesso delle solidarietà e delle intensità
raramente provate nella quotidianità.
Il materiale che propongo alla vostra
attenzione è frutto di una prima elaborazione di suggestioni che ho raccolto
dalla comunicazione con Francesco e con alcuni altri miei interlocutori sulla
questione. Tali immagini sono un dato grezzo ancora, poche sono espressione e
momento di un lavoro analitico intenzionalmente
perseguito. Lo potrebbero diventare un domani, una volta ne fosse accolta la
loro paradigmicità e la loro flessibilità
a cogliere altre situazioni che
non quelle per cui sono nate; sarei ben lieta se da questo momento di incontro
nascesse un successivo lavoro di sviluppo in tal senso.
Ad un primo tentativo di sintesi, mi
sembra che le immagini che si incontrano sono riportabili a tre categorie: a)
immagini relative all’impatto della
malattia nel proprio corpo; b) immagini relative al percorso stimolato dalla malattia; c) immagini infine relative al rapporto con le terapie.
a) In generale la
pena collegata ad una malattia grave è espressa nella forma di una percezione del proprio corpo come contorto da
essa, che è qualificata come elemento di disequilibrio dell’organismo. Nelle
malattie oncologiche in particolare, l’irruzione della malattia in fase di
diagnosi è spesso espressa come invasività da parte di un elemento con
caratteristiche divoranti; immagine tra l’altro condivisa tra paziente e specialisti che spesso forgiano – in
particolare in campo chirurgico- una
terminologia accentuatamente bellicista
(estirpare o combattere il male, farlo fuori, ecc.).
b) Ad un livello
successivo di convivenza con la malattia può scattare l’idea di accostarla anziché combatterla, vale a dire
individuarne il contenuto di una progettualità più drammatica, poiché tali
pazienti vivono la sofferenza di prevedere
un limite, ma comunque vitale. Francesco esprimeva ciò nella forma della similitudine
tra cellule tumorali e cellule embrionali.
Una donna sieropositiva elabora la
stessa idea attraverso un sogno in cui vede, oltre una vetrata, – in una camera
del Sacco, dove viene curata, e che è il luogo della sua malattia - suo marito mostrarle una bambina con le
trecce, che è la loro bambina.
Questo passaggio è essenziale ed è
quello che può collegare in modo forte la malattia alla prospettiva evolutiva
così come la intendiamo noi.
Da affanno insensato, la malattia si
trasforma in un percorso di vita , che ha le caratteristiche della discesa
nell’Ade ( perché mai in fondo i grandi elaboratori di miti poetici come Omero
avrebbero descritto per i loro eroi questo tipo di percorso, se anche loro non
lo avessero considerato essenziale nella vita?), in cui ciò che è veramente mortifero è se mai la vita non svolta,
l’assenza di relazioni, il non lasciare
un segno. La malattia si pone in questo senso come un guado, che si può
compiere grazie alla compagnia degli uomini. La possibilità dell’esito mortale
non è negata, anzi paradossalmente esercita talora una forma di fascinazione
che è desiderio di lasciarsi andare, divenire o ritornare ad essere elementi essenziali
del cosmo; proprio questo richiamo tuttavia
rimbalza nel desiderio di poggiare ancora
i piedi sulla terra.
dr. Paolo
Cozzaglio e dr.ssa Paola Manzoni
Cremona, 6 maggio 2001, convegno I.A.I.
1 - continua
- SPAZIO SOCI -
EQUILIBRI FISIOLOGICI E FATTORI EMOTIVI NEL MOVIMENTO-DANZA
La vita può essere un
aggiustamento o una lotta tra le emozioni.
Una emozione che persiste può essere
cambiata solo da un'altra emozione di maggior intensità. Possiamo osservare
quotidianamente in noi e negli altri ipertensioni muscolari, posture in
tensione e ritmi respiratori irregolari che derivano da cambiamenti emotivi e
coinvolgono le attività fisiche e mentali giornaliere. Nella civiltà si possono
incontrare spesso situazioni di pressioni emotive. L'animale umano non può scappare
(fuggitivo) o combattere (predatore) quando è disturbato dalla paura
o dalla rabbia come farebbe suo fratello di giungla nella stessa situazione.
Allo stesso tempo dobbiamo tenere presente
il nostro stato evolutivo sapendo che memorizziamo nelle nostre cellule le
impronte di queste percezioni sensoriali. Se l'umano civilizzato potesse tirar
fuori attraverso espressioni corporee tutti gli impulsi emotivi come fanno gli
animali disinibiti, non esisterebbe l'ipertensione. Ma le amenità sociali
fortunatamente sono con noi e l'uomo deve affrontarle con le sue tensioni al
meglio delle sue abilità, nel modo più intelligente possibile. Ipertensione è
la contrazione statica dei muscoli che stringono le ossa nella loro presa; sono
i muscoli che gridano di lasciarsi andare quando sono stati incatenati.
L'ipertensione può rivoltarsi contro e
distruggere con un'esplosione o rompere le sue barriere e piegare la sua furia
su qualcun altro.
Coprire il vulcano non sarebbe benefico
per nessuno. Allora si stabiliscono riflessi condizionati oppure si soffre di
disequilibri estremi in tutti i sistemi.
Tutte le inibizioni del funzionamento
organico creano cambiamenti di pressione nei sistemi vascolare, nervoso e
muscolare proibendo la libertà dei ritmi nel corpo intero. Si proverà a
trattenere le ossa molto ferme cosicchè non si scoprirà la sconfitta. Ogni
essere umano ha la sua area 'cucciola',
la sua tasca da fardello dove ci si aggrappa: il collo, il ginocchio, l'addome,
il coccige; dovunque c'è il blocco, lì i muscoli vengono irrigiditi il più possibile
per tenere le ossa bene insieme e darsi un senso di sicurezza nello spazio. Per
questo a volte il disorientamento chiudendo gli occhi e perdendo i riferimenti
spaziali, può aiutare in un primo momento di un percorso. L'irrigidimento
introduce nuovi stress nella struttura dell'equilibrio. I muscoli sono incapaci
di usare l'energia generata dai meccanismi di PAURA e RABBIA. Con l'impulso adrenalinico
generato nel sangue provocato da emozioni di rabbia e paura, questi muscoli
continuano a prepararsi per la lotta o la fuga.
I movimenti di espansione sono inibiti,
i muscoli stimolati all'impegno diventano tesi e stretti intorno alle ossa.
Pochi non hanno mai provato questo. Lo si sente anche nel gergo quotidiano:
"non riesco a lasciarmi andare", "sono tutto bloccato, oppure in
una morsa" "non riesco a respirare", "sono una corda di
violino". Queste sono tutte espressioni di muscoli che stringono la
struttura ossea, interferendo con gli equilibri del sistema nervoso, muscolare
e vascolare e le reazioni meccaniche di tutta la trama del corpo. La parola
'espressione' la interpretiamo come pressione di forze che devono uscire in
modo che una nuova energia simpatetica arriverà ai muscoli che hanno pressioni
emotive da esprimere senza avere il permesso di farlo. L'unico modo di
es-pressione che un muscolo ha da una pressione interna, è di contrarsi e
contraendosi muove le ossa. Negandogli l'espressione, si blocca. Ci sono due
vie di scampo per l'essere umano inibito: la conoscenza delle forze universali
coinvolte nell'espressione del corpo (movimento organizzato) e una conoscenza
delle "vecchie associazioni" (pattern primari di movimento rispondente
all'emergenza emozionale incontrata nella vita animale-umana; vedi i due
codici). L'uomo deve imparare a dare ai suoi muscoli profondi qualcosa da fare
quando c'è un impulso emotivo che cala su di lui, oltre alla tolleranza che è
già energia impiegata. Gli sforzi per prevalere sulla confusione e per
restituire qualcosa approcciando l'ordine nei limiti della propria vita
individuale, è l'ambizione di tutti noi. Il problema può essere affrontato dal
livello meccanico per raggiungere quello più profondo e più soggettivo,
incontrando prima il disequilibrio oggettivo e tangibile che non può essere
controllato. Possiamo superare la pressione emotiva nei nostri muscoli
mettendoli al lavoro. Possiamo ottenere equilibrio osseo spostando l'attenzione
su parti individuali lavorando fisicamente, dimodochè tutta l'energia trasferita
può essere usata in un canale invece che persa tenendo ferme parti che
dovrebbero muoversi in ritmi di reazioni meccaniche. Trattenendo singole parti
del corpo in modi fissi e restringendo la libera azione del tutto, si producono
conflitti tra materiali e forze, tra coscienza e inconscio. Anche se siamo
consci di quello che ci fa sentire arrabbiati o spaventati, potremmo trovare
impossibilità ad affrontare l'emozione filosoficamente. Dato che la catena di
eventi prodotti è impossibile da ripercorrere, possiamo metterci in contatto
con gli effetti fisici entrando in comunicazione con essi e le sensazioni che
li hanno creati o che ci stanno intorno. Gli effetti fisici sono generalmente
un centro di gravità alto con una respirazione alta, l'impulso all'azione nelle
estremità (testa, braccia, mandibole), una insoddisfacente stabilità sulla
terra senza un senso di centro, l'enorme difficoltà a connettere testa e coda,
un collo statico.
Quando siamo arrabbiati non abbiamo un
nemico oggettivo da afferrare perché siamo civilizzati e ci 'controlliamo'.
Quando i muscoli sono tesi verso l'alto per il bisogno di essere usati,
incrementano la zavorra mettendola fuori posto (disequilibrio) e negando
l'apparato aggressivo. I muscoli profondi che servono alla respirazione non
spingeranno il peso e la respirazione verso il basso, così non si coordineranno
con l'apparato locomotore. Hanno tutti gli impulsi
ma negandosi il bisogno di usarli. La
lotta interna continua, la digestione viene interferita, adrenalina viene
versata nel sangue e, senza essere usata crea disturbi nell'equilibrio chimico.
Il conflitto continua fino a che la parte debole non regge e c'è la caduta
(ferita, frattura, trauma, lussazione, slogatura, ecc.). Il limite è stato
raggiunto. E' possibile eliminare pressione da stimoli non usati e riguadagnare
equilibrio fisico e mentale deviando l'energia ad altri usi muscolari. Qui
risiede la grande potenzialità del movimento che anche nella sua spontaneità,
proprio perché il corpo si percepisce e possiede una sua intelligenza, è
terapeutico, più o meno intrinsecamente. Col movimento possiamo creare più spazio
interno e liberare le ossa dalla morsa delle tensioni muscolari, possiamo
scaricare adrenalina in eccesso, possiamo inoltre creare una memoria di
equilibrio interno a cui il corpo farà riferimento nella necessità e dare un
senso di centro dinamico nel vissuto del proprio ritmo interno (battito
cardiaco, pulsazione del sangue, ciclo respiratorio).
Modi tangibili per usare l'energia
bloccata dell'apparato superiore coinvolto nel senso di lotta. Tutti gli
esercizi e i movimenti preparatori saranno pensati e possibilmente vissuti in
quel senso, ma dato che ognuno di noi è diverso, ognuno potrà col suo corpo, la
sua intelligenza, la sua individualità, rispondere a modo suo alla proposta
facendo suo e solo suo quel movimento. L'abilità di mettere le parti del corpo
nella possibilità di azione, avrà l'effetto di rilassatezza più velocemente che
provando ad avere a che fare con le ansie galleggianti che sono così legate
agli stress. Esse non sono tangibili.
Spesso il corpo dice chiaramente quello
che la bocca rifiuta di dire. Solo se comprendiamo come il materiale-corpo
agisce in risposta alle forze della vita, possiamo comprendere come aggiustare
al meglio queste forze nel nostro pensiero. Cambiando le attitudini del corpo è
un modo di cambiare le attitudini mentali; al contrario, cambiando le attitudini
mentali, cambieranno quelle del corpo. E in questo movimento verso la crescita
scopriremo una più grande libertà per l'azione e per la conservazione della
vita. Vivendo, l'intero corpo trasporta il suo significato e racconta la sua
storia - stando in piedi, seduto, camminando - Bisogna comprendere i problemi
sottostanti la dinamicità umana, abbassando il centro di gravità (tornando alla
terra, vivendo e assumendosi il proprio peso) e approfondendo i ritmi della respirazione.
A volte e quasi sempre, per fare questo c'è bisogno di un momento di recupero
delle proprie funzioni primarie tornando a stati evolutivi psicomotori
primitivi. La conoscenza è la via alla conservazione e ad un uso efficiente
dell'energia, per cui nella dimensione ecologica. Il corpo pensante sta in
piedi, si muove e agisce le sue potenzialità attraverso la conoscenza delle
forze naturali nei suoi equilibri dinamici.
I
DUE CODICI GENERALI DI RISPOSTA ALL'AGIRE
(codici
di sopravvivenza grazie alla memoria limbica)
PREDATORE
(non sono più dipendente)
C'è l'urgenza di crescere perché il
nostro bisogno di dipendenza non è stato soddisfatto, oppure perché abbiamo
provato assenza di protezione da neonati. Il nostro cervello ha sentito che
sarebbe stato meglio astenersi dal fare richieste per evitare la catastrofe, e
che l'esprimere un bisogno o una dipendenza rischiava di provocare queste
ultime. Per cui noi possiamo: giocare a fare l'adulto competente,
l'essere rigido, esigente, che non può avere la nostra confidenza, guardiamo a
distanza, essere dinamico piuttosto che minaccioso, non ci intratteniamo con le
difficoltà delle relazioni intime, siamo quasi sempre in disaccordo con le
opinioni dagli altri. Non abbiamo paura,
ma siamo spesso in collera.
FUGGITIVO
(resto dipendente)
Non sentiamo l'incoraggiamento a
crescere, non avendo riconosciuto o acquistato le strutture e i limiti
necessari. Il nostro cervello ha risentito dell'incapacità ad agire per noi
stessi e che la nostra sopravvivenza dipende dalla buona volontà degli altri
che ci prendono in carico. Per cui noi possiamo: giocare a fare il
bambino maldestro e monello, provare a far fare agli altri quello che non
possiamo fare da soli, mantenere la nostra dipendenza e aggrapparci a chi ci
sta intorno, non sopportiamo i cambiamenti, né prendere decisioni, non abbiamo
un parere personale o non possiamo esprimerlo. Non siamo spesso in collera ma abbiamo sovente paura.
La paura
ha un ritmo cardiaco alto e una temperatura della pelle bassa.
Nel momento del terrore il tempo sembra
non fermarsi. Con il cuore che martella, i muscoli che tremano, le spalle
incurvate, la persona che si muove è paralizzata dal disastro che incombe.
Si può avere la sensazione di essere
caduti nell'abisso. Da bambini le ombre di una stanza al buio ci fanno
immaginare fantasmi e mostri. Impariamo a rassicurarci con la preghiera
silenziosa dei rituali del sonno. Da adulti, di fronte all'ignoto, possiamo
sentirci come sull'orlo di un precipizio, con i capelli ritti in testa. Rabbrividiamo,
mentre un sentimento misterioso risale da dietro le ginocchia, nell'inguine, su
per la spina dorsale. Tutta la nostra attenzione è rivolta all'incontro con il
temuto ignoto. A livello più primitivo la paura favorisce la sopravvivenza,
sveniamo o fuggiamo. Via via che si sviluppa la coscienza, tendiamo a essere
trascinati in un rapporto disperato e tuttavia crescente e continuo con
l'ignoto intangibile.
A che serve la collera ? A livello della giungla è una questione di sopravvivenza,
proprio come essere ogni volta che si è minacciati da un attacco. Nell'essere
vivente, la rabbia dà energia ai muscoli e rafforza la volontà (Darwin). La
rabbia ci consente di sapere che il nostro mondo è stato buttato all'aria, c'è
qualcosa di sbagliato, tutto è nel caos. Quando si comincia ad identificare
quello che viene percepito come minaccia per la nostra autonomia, l'attenzione
si focalizza sul come eliminare l'intrusione che sta creando un simile sconvolgimento.
E quando cominciamo a elaborare delle strategie
per rimettere le cose in ordine, ci accostiamo ad uno stadio della funzione
egoica del pensiero.
Il comportamento espressivo della
collera, cioè la minaccia e l'attacco, è la forma di ragione più primitiva. Con
lo svilupparsi della coscienza impariamo ad aggredire certi problemi in modo
simbolico. Qui riconosciamo il sopracciglio corrugato, il pugno serrato, il
corpo in tensione e l'attenzione ferocemente focalizzata. Un tempo veloce e
gesti taglienti.