NOTIZIARIO CEPEI n°4 - 2001

 

 

2001 ED OLTRE

 

Ancora novità per il CEPEI.

 

Il sito WEB (http://web.tiscali.it/cepei) si è arricchito ulteriormente, è segnalato da diversi links psicoanalitici (ad esempio “The C.G. Jung Page”) e vale la pena farci una “visita”. A lui si affianca il fratello minore “ONIRICO”, un sito interamente dedicato ai sogni (anche in inglese e spagnolo) che troverete all’indirizzo: http://it.geocities.com/paolochess. Invitiamo tutti ad arricchire il nostro database di sogni.

 

Abbiamo accreditato il CEPEI presso il Ministero della Sanità per il programma di Educazione Continua in Medicina (ECM). Con questo abbiamo voluto offrire un servizio in più ai soci medici e psicologi, perché abbiamo intenzione di validare le nostre proposte, in modo tale che possano contribuire ai crediti formativi previsti per legge.

A questo proposito, ricordiamo il primo “seminario sui casi clinici”, che si terrà il 29 settembre a Milano.

 

Abbiamo intenzione di potenziare il “notiziario”, per arrivare alla stampa di 4-5 numeri all’anno. Per far questo tuttavia abbiamo bisogno del vostro contributo operativo. Già dal numero scorso abbiamo attivato la rubrica “spazio soci” proprio a questo proposito. Attendiamo articoli, suggerimenti, proposte, critiche e quant’altro. Anche per quanto riguarda il nostro sito WEB attendiamo suggerimenti e critiche (alcuni ci hanno già pensato tramite e-mail, e le loro segnalazioni non sono state disattese…). Segnalateci anche i vostri siti internet preferiti, per una possibile recensione.

 

Il “gruppo storico” sui casi clinici sta quest’anno lavorando sul tema dell’intersoggettività. Contiamo di organizzare il secondo convegno CEPEI su questa tematica per la prossima primavera 2002. Ogni contributo da parte Vostra sarà particolarmente gradito.

 

Insomma, come potete vedere, il nuovo anno è iniziato in pieno…

Buon lavoro a tutti!

 

La redazione CEPEI

 

 


 


Il difficile percorso evolutivo del malato grave: occasioni per una relazione di condivisione  (-2-)


 

 


c)       La quotidianità della malattia  pone di fatto la persona a confronto con la fatica di tollerare terapie che hanno spesso un carattere invasivo importante. Si collega a ciò il tema del rapporto medico-paziente, perché dalla percezione di sé come di una macchina da aggiustare (che sottolinea la totale dipendenza rispetto all’istituzione medica ), possa subentrare un livello di comunicazione  più fertile e comunque tra  soggetti umani completi.

 

Il tema del rapporto e dell’umanità di questo, apre la questione del nostro ruolo qualora ci   capitasse di  avventurarci in qualità di accompagnatori di simili percorsi; il che, come si diceva, è quasi inevitabile. Non è di compassione, come è tradizionalmente intesa, né di asettica distanza che queste condizioni hanno bisogno, ma del coraggio di porsi come interlocutori di un viaggio, qualunque sia poi l’esito della vicenda. Ciò include il coinvolgersi, vale a dire la reciprocità  esistenziale  di chi  accetta di accostare in  sé, con il tramite dell’altro, i fantasmi della discesa agli inferi, capace comunque di mantenere la distanza riflessiva.

Mi sono parsi significativi sul tema del rapporto, alcuni temi onirici che ho tratto dal lavoro con familiari di persone ammalate, dove la condivisione emozionale con il malato porta il soggetto a ribaltare i ruoli,  cioè essere lui/lei  l’ammalato accudito. In essi  anche l’evento estremo, la morte, proprio perché posto al culmine di un percorso, perde la sua cupa oscurità per divenire passaggio oltre il limite o, addirittura,  spedizione nello spazio interstellare, alla quale chi rimane in vita non può però partecipare.

 

 Talora infine la malattia conduce alla guarigione, o almeno ad una tregua del suo svolgersi; il vissuto  di cui si parla in  tali situazioni è sempre comunque di passaggio trasformativo. Esso prende il sapore di una  sorta di rivoluzione di valori e di visione della vita, che  si confronta in modo faticoso, ma mai arreso, con gli indelebili segni sul corpo che la malattia e le terapie hanno  provocato.    

 

Una storia analitica: l’immaginario nell’esperienza di Sandra

 

Ho conosciuto Sandra nel giugno 2000. Era già allettata, perché un cancro la stava divorando e le stava togliendo tutte le forze. Da tempo voleva iniziare un'analisi, ma non aveva mai trovato il coraggio. Ora le sembrava il momento, e aveva chiesto ad un'amica come avrebbe potuto fare, dato che le poche forze non le consentivano di recarsi nello studio di un analista. L'amica di Sandra mi chiese se era possibile un setting così particolare, e se ero disponibile ad incontrarla.

Accettai, cogliendo le riflessioni condivise nel Cepei e l'insegnamento di Francesco: "In condizioni così estreme, quando l'uomo si pone l'interrogativo sulla propria esistenza, il setting è il dialogo stesso tra l'uno e l'altro del discorso".

 

Così incontrai Sandra a casa sua, e il suo essere a letto sostituì facilmente il lettino. Non mi posi dunque come “analista dietro il lettino”, ma mi sedetti di fianco a lei, non nascondendo il mio volto al suo sguardo profondo e interrogativo.

La prima cosa che mi disse fu: "Non sto molto bene, mi hanno dato in pasto ai medici, io che non mi sono mai fermata un momento nella mia vita, che sono stata sempre attiva... ora non ho più appetito... i miei mi dicono di mangiare, perché se no non riprendo le mie forze, e io non riesco mangiare... sono qui che attendo, ma non so che cosa…".

Il cibo da quel momento fu per noi una metafora, simbolo di una costante ricerca d’affetto e di nutrimento spirituale (spirito da spiritus, respiro, principio vitale…) che Sandra non si concesse mai nella sua vita. Le dissi che, anche se poteva essere paradossale, questo era un momento in cui si dava l'occasione di fare ciò che non aveva mai fatto con se stessa; analisi voleva dire cercare in se stessa il bandolo della matassa, trovare un cibo che non deperisce (A Sandra venne in mente il passo: "Sta scritto: non di solo pane vivrà l'uomo..." Matteo 4,4), trovare dentro di sé l'energia vitale inesauribile che l'aveva fatta essere attiva sul piano materiale.

I nostri incontri non potevano essere frequenti (ci incontravamo ogni 20 giorni circa, alcune volte ci sentivamo per telefono) e Sandra iniziò subito a scrivere su un diario la sua vita, il percorso d’autoanalisi.

 

La morte comparve nel nostro dialogo il secondo incontro. Sandra mi raccontò un sogno: "Vidi in cima ad una montagna mia cugina morta. Era vestita di un abito da sposa ed era immersa in una luce fortissima. Mi sorrideva, e salutandomi mi disse che mi aspettava".

A quel sogno commentò che, di fronte alla morte della giovane cugina, non aveva mai accettato che tutta la vita potesse finire, che tutti desideri e le speranze della cugina potessero essere ingoiati da un buco nero. Ma se ora la cugina si presentava nella luce in abito da sposa, voleva dire che la morte non era un buco nero, ma l'inizio di una nuova vita, un “matrimonio”.

La sposa del sogno, nel fascio di luce solare, richiama le nozze mistiche, la sintesi della personalità totale, dove materia e spirito si fondono in una nuova unità, simbolizzata dalla risurrezione, e dal compimento dell'opus alchemico. Il sogno prefigurava dunque a Sandra una nuova via e una nuova prospettiva, ma al contempo indicava la tematica di fondo che dovevamo affrontare nel dialogo analitico.

Più l'analista è disponibile a sperimentare sulla sua persona le difficili e molteplici vicende della condizione umana, più egli è aperto alla vita, e pronto ad accogliere in ogni istante la voce sempre nuova del proprio inconscio, tanto più e pronto a rispondere all'inconscio, perché è la matrice che ci genera è unica: l'inconscio collettivo. Ed è questa unica matrice che rende tutti partecipi del dramma umano e conoscitori dello stesso (Silvia Montefoschi, C.G.Jung un pensiero in divenire, Garzanti).

Fu proprio questa matrice comune che, a mio modo di vedere, permise una relazione terapeutica con Sandra; il terapeuta è la figura cui l'umanità attribuisce da sempre il potere divino di guarire. Ma da quale punto di vista Sandra poteva guarire?

Non intendiamo qui la guarigione del corpo. Anzi, in una prima fase, inevitabilmente e giustamente, i terapeuti si accanirono sulla guarigione del corpo di Sandra. Anche la famiglia in un certo senso perseguiva questa strada, insistendo che Sandra mangiasse a tutti costi.

Ma a Sandra premeva un altro tipo di guarigione. La guarigione dello spirito, intesa come il porsi la domanda e il venire a capo del senso della propria vita. Tutta la propria esperienza, tutta la propria attività, tutti propri desideri e i propri aneliti, dovevano finire nel buco nero dell'incoscienza mortifera (come già aveva temuto di sua cugina), o dovevano portare alla nascita di un'esperienza nuova?

Fu così che Sandra, non credente, parlò della morte come di uno stato trasformativo in continuità con la vita. Ad essa lei aveva spesso pensato, ma ciò che la spaventava era: la paura del passaggio e del dolore; la paura della dipendenza dagli altri (“da me non riesco più a curare il mio corpo”) e il senso di colpa per questo; il non poter parlare con nessuno della morte; ma, più di ogni altro, terminare questa vita senza aver risolto quello che lei definiva "il nodo" che si portava dentro da anni.

Con la famiglia della morte e del dolore non riusciva a parlare, perché tutti si spaventavano di questo suo dire. Solo alla fine Sandra trovò la forza per imporsi e per parlare, ad almeno alcuni dei famigliari, del suo processo trasformativo nel corpo. Riguardo al "nodo", una settimana prima di morire mi disse: "Avevo avuto sempre paura di iniziare un'analisi per dover affrontare questo nodo. Ora non faccio in tempo a sbrogliarlo, ma so che lo sbroglierò in seguito, quando mi troverò di là". Per sottolineare quello che diceva, mi raccontò un altro sogno: "Mi trovavo in casa, nel mio letto, intorno a me diverse apparecchiature mediche, flebo, medicazioni. Sapevo di dover salire al piano di sopra (che nella casa reale non esiste) dove mi attendeva un dentista che mi doveva cavare un dente, che mi doleva da tempo. Avevo paura del dentista, ma ora sapevo che era giunto il momento di compiere il passo, e mi incamminai fiduciosa".

 

Sandra terminò il racconto del sogno con un sorriso, che diceva più di ogni commento e di ogni interpretazione. E si incamminò lungo la via della trasformazione una settimana più tardi.

 

dr. Paolo Cozzaglio e dr.ssa Paola Manzoni

Cremona, 6 maggio 2001, convegno I.A.I.


 

 

 

- PSICOPATOLOGIA -

 

 

L’adolescenza in una prospettiva evolutiva (-1-)

 


L'adolescenza è quel periodo della vita umana, che normalmente è compreso tra gli 11 e i 21 anni circa, ed in cui l'individuo acquisisce le competenze e i requisiti necessari per assumere le responsabilità d'adulto. Alcuni autori (Giovacchini e Borowitz 1974 - Feinstein e Giovacchini 1989) suddividono ulteriormente il periodo in tre fasi:

a) prima adolescenza (o pre-adolescenza): età 11-15 anni;

b) adolescenza vera e propria (o adolescenza intermedia): età 15-18 anni;

c) tarda adolescenza (o terza adolescenza): età 18-21 anni.

 

L'adolescenza nasce come categoria umana, degna di studio, all'inizio di questo secolo. Lo psicologo americano Stanley Hall, nel 1904 pubblica Adolescence, una grandiosa opera in cui riunisce un'ampia serie d'informazioni ottenute mediante il metodo dei questionari. L'adolescenza è vista come una nuova nascita, in quanto si ha un rinnovamento degli aspetti della personalità. Hall introduce prima il temine Sturm und Drang (tempesta ed assalto) e poi "adolescent turmoil" (turbamento adolescenziale) per definire più vividamente ciò che accade durante questo periodo della vita ricco di tempeste emotive, odi ciechi, prese di posizione estremistiche. Hall considera come i fenomeni da lui riscontrati, siano caratteristiche costanti dell'adolescenza, determinate biologicamente, e perciò indipendenti da variabili culturali ed ambientali. Margaret Mead (1928) svolge una ricerca d'osservazione partecipe dei giovani adolescenti dell'isola di Taw nell'arcipelago di Samoa. I suoi risultati la portano ad interpretare le manifestazioni conflittuali adolescenziali della società industrializzata, paragonata a quella naturale da lei studiata a Samoa, secondo certi aspetti:

-la famiglia occidentale è piena di conflitti emotivi: tra genitori e figli spesso persiste troppo a lungo un legame esclusivo che genera dipendenza eccessiva ed incapacità nello stabilire contatti e vincoli profondi con gli altri;

-l' autorità paterna è frustrante ed autoritaria;

-la cultura ha generato tramite la morale e la religione  gravi conflitti nella sfera sessuale.

Queste osservazioni sono paragonate alla vita a Samoa degli adolescenti, in cui il giovane subisce un educazione che lo porta ad obbedire ed esercitare l'autorità, a potere scegliere un'altra famiglia se i suoi genitori sono troppo autoritari o frustranti e  vivere la sessualità in maniera naturale e non problematica.

Secondo Neubauer (1992), il lavoro della Mead ha aperto la strada a tutta una serie di ricerche che hanno dimostrato l'importanza dell'influenza culturale sulla specificità d'ogni esperienza adolescenziale. Karl Mannheim (1928) considera necessaria una distinzione tra i concetti usati per identificare i gruppi sociali. Individua nei gruppi adolescenziali una o più unità di generazione, che sono gruppi concreti basati su vincoli naturali e spontanei o su di un progetto che ci s'impegna a realizzare. Le unità di generazione sono legate alla posizione sociale ed implicano una connessione di generazione ed un sentimento di partecipare allo stesso destino. J.Coleman (1961) individua l'esistenza di una "cultura giovanile" diversa da quella degli adulti. Nelle società tradizionali era la famiglia che preparava i figli all'età adulta, mentre nella società industrializzata è il sociale stesso che si assume la responsabilità dell'educazione dei giovani. Il lavoro empirico di Colemann e la successiva elaborazione teorica di Bosma (1990) convergono nel rilevare come l'adolescenza conosca parecchi momenti più o meno prolungati d'esplorazione e crisi, che possono risolversi o meno secondo l'orientamento assunto dalla costellazione delle forze in gioco nella costruzione di un elemento rilevante dell'identità.

Per Piaget l'adolescenza è in primo luogo caratterizzata dall'inserimento dell'individuo nella società degli adulti e non dai fenomeni biologici puberali. In secondo luogo l'adolescenza è caratterizzata dallo sviluppo e dalla maturazione delle fibre nervose che determinano lo sviluppo delle strutture formali dell'intelligenza. La "maturazione del sistema nervoso si limita all'insieme delle possibilità e dei vincoli caratteristici di un livello cognitivo dato ed un certo ambiente sociale é indispensabile per l'attuazione di tali possibilità". Queste possibilità sono delle forme innate, a priori, in cui le stimolazioni ambientali agiscono da stimolatori.

La psicoanalisi "scopre" l'adolescenza con Freud (1905), che descrive la pubertà come il momento in cui la vita sessuale infantile raggiunge la sua forma definitiva. Per Freud, come per altri autori in seguito, il punto centrale della vicenda adolescenziale si gioca nella scelta oggettuale, che si divide in due tempi: é connessa alla vicenda edipica infantile e dipende dalle vicende della latenza. Scrive Freud: " La scelta oggettuale avviene in due tempi e in due ondate. Il primo tra i due e cinque anni dove il periodo di latenza lo fa recedere, contrassegnato dalla natura infantile delle mete sessuali. Il secondo, avviene alla pubertà e determina la strutturazione definitiva della vita sessuale.......La scelta oggettuale nell'epoca puberale deve rinunciare agli oggetti infantili e ricominciare di nuovo come corrente sensuale". Le tappe di un ideale percorso vedono l'adolescente partire da un iniziale re-investimento delle figure familiari per arrivare ad un superamento che lo veda capace di "distaccarsi dall'autorità dei genitori", espressione che indica per Freud la capacità di investire la libido su persone reperite al di fuori delle dinamiche incestuose. Lo sviluppo ideale comporta l'investimento oggettuale verso una persona adulta del sesso opposto, anche se possono avvenire scelte omosessuali o relazioni feticistiche.

E' solo però con Anna Freud (1936 e 1958) che la riflessione psicoanalitica assume una teoria propria, riconoscendo a questo periodo una specificità in cambiamenti qualitativi. In polemica con la psicologia accademica dell'epoca, Anna Freud non considera la pubertà come l'inizio della vita sessuale, della capacità d'amare e del carattere, ma come la vita sessuale abbia inizio fin dalla prima infanzia ed è qui che si svolgono i principali progressi dell'individuo. La pubertà è la prima ricapitolazione del periodo sessuale infantile. Con la pubertà, l'adolescente si trova a soffrire d'alcuni conflitti: un Es relativamente forte che si oppone ad un Io relativamente debole; l'Io utilizza meccanismi di difesa diversi rispetto all'infanzia, mentre l'Es risulta immutabile. Con la pubertà, alla forte spinta libidica dovuta al riaffiorare della sessualità infantile che assume uno spiccato investimento genitale, si oppone un Io rigido che si è così formato durante il periodo di latenza grazie allo svilupparsi del Super-Io e che utilizza diversi meccanismi di difesa. Le fasi adolescenziali sono caratterizzate dalla forza degli impulsi dell'Es che sono condizionati dalla maturazione delle caratteristiche fenotipiche secondarie e dalla raggiunta capacità riproduttiva. La libido, a differenza di quell'infantile, investe ora prevalentemente l'area genitale. La capacità dell'Io di tollerare o no gli istinti dipende dal carattere che si è formato durante il periodo di latenza. L'Io dispone di meccanismi di difesa che variano secondo la costituzione del soggetto e delle norme particolari del suo sviluppo. Secondo A. Freud, ascetismo ed intellettualizzazione sono gli atteggiamenti principali assunti dall'Io in questo periodo. L'ascetismo si organizza a partire dai nuclei della vita istintiva che sono soggetti a proibizioni spiccate nel periodo prepuberale, come le fantasie incestuose. In genere si ha un blocco di tutti gli istinti come fosse in atto una proibizione sessuale indifferenziata. Talvolta si passa dall'ascetismo ad accessi istintivo. Il conflitto riguardante l'istinto è risolto dall’intellettualizzazione, quando è elaborato soprattutto a livello conscio. Questa modalità trasferisce la percezione di esigenze istintuali in pensieri astratti, permettendo l'attivazione di una funzione dell'Io sintetica tra processi istintuali e contenuti ideativi. Ascetismo ed intellettualizzazione sono le due difese cui l'Io ricorre per tenere a bada la forza dell'Es che nella pubertà minacciano di eliminare la differenza tra Io ed Es.

Per Erik Erikson (1950 e 1968), il dilemma dell'adolescenza è quello espresso dalla tensione fra identità e diffusione dell'identità. Erikson sostiene un punto di vista evolutivo della personalità, per cui le varie fasi dello sviluppo si succedono una con l'altra intersecandosi ed attuando continui mutamenti. Per questo è possibile considerare l'identità come un entità dinamica (sistema di tensione), che utilizza le opportunità favorevoli presenti nel contesto per superare blocchi di crescita e promuovere avanzamenti verso la maturità. L'identità viene acquisita durante l'adolescenza, mentre durante l'infanzia sono operativi introiezione ed identificazione. Lo sviluppo adolescenziale comporta l'adozione di certe identificazioni infantili scartandone altre in accordo con i propri interessi, talenti e valori. La confusione dei ruoli è, per Erikson, la mancanza di acquisizione dell'identità, e consiste nel passare da un identificazione all'altra, provando e riprovando ruoli sociali diversi. Durante il periodo adolescenziale il soggetto ricostruendo l'identità, deve rinunciare a certe prospettive per sceglierne una: questa scelta deve essere sensibile alle esigenze dell'Io (bisogni, talento, predisposizioni). L'acquisizione dell'identità spinge l'individuo verso la ricerca dell'altro, instaurando rapporti intimi e duraturi. L'intimità diventa quindi la "competenza" dell'individuo, per cui non teme di fondere la propria identità con quella di un'altro, per paura di perdersi: l'adulto sarà quindi l'individuo che sarà in grado di affrontare gli stadi ulteriori di sviluppo in cui il suo interesse sarà sempre più volto, anziché sull'Io, sul Noi. Erikson ed allievi introducono il concetto di "compiti di sviluppo": queste sono tappe fondamentali che se non vengono affrontate per tempo portano il soggetto a compromettere il suo processo evolutivo. Il compito principale nell'adolescenza è quello dell'indipendenza legato ai compiti di sviluppo riferiti a fenomeni universali. Si hanno compiti di sviluppo:

- in rapporto con l'esperienza della pubertà ed il risveglio delle pulsioni sessuali;

- in rapporto con l'allargamento degli interessi personali e sociali e con l'acquisizione del pensiero ipotetico deduttivo;

-in rapporto con le problematiche dell'identità (o della riorganizzazione del concetto di sé). Lazarus (1966) utilizza il termine "far fronte ai compiti di sviluppo" per esprimere lo sforzo che l'adolescente deve svolgere per costruire la propria identità, risolvendo gli ostacoli che incontra. "Far fronte" (coping) è la condizione per affrontare lo stress psicologico, quando la persona si rende conto che la situazione in cui si trova inserita pone delle richieste che vanno al di là delle proprie forze, mettendo in discussione il proprio benessere.

Peter Blos (1962, 1967, 1969 e 1979) utilizza il termine di "carattere" per denotare l'entità psicologica personale che si ristruttura e si consolida nell'adolescenza. Il carattere è quell'aspetto della personalità che modella la risposta di ogni individuo agli stimoli che provengono sia dall'ambiente sia da sè. Per Blos il carattere di un individuo si forma tramite la differenziazione ed indipendenza dall'ambiente circostante. Scrive Blos: "Nella prima adolescenza e nell'adolescenza vera e propria si ha una riorganizzazione della vita affettiva per cui si ha uno stato di caos. L'elaborazione di difese caratteristiche, spesso estreme anche se fugaci, salvaguardia l'integrità dell'Io. Certe manovre difensive dell'adolescenza dimostrano di avere valore adattativo e quindi facilitano l'integrazione di inclinazioni, disposizioni, facoltà e ambizioni realistiche; la sistemazione di queste multiformi tendenze costituisce un prerequisito per la partecipazione alla società in qualità d'adulto". La realizzazione di questo processo avviene attraverso delle sfide nella formazione del carattere. Nella prima, "l'adolescenza viene considerata come il secondo processo di individuazione, essendosi il primo completatosi verso la fine del terzo anno di vita con l'ottenimento della costanza d'oggetto. In entrambe i periodi esiste una vulnerabilità dell'organizzazione personale, con impellenti cambiamenti nella struttura psichica in conseguenza della spinta maturativa che non può essere bloccata". Per Blos durante questa fase si situano alcuni passaggi chiave: l'acquisizione di un sé stabile e di confini tra il sé ed il mondo oggettuale; la perdita di rigidità e forza da parte del Super-Io edipico; una maggiore stabilità degli stati d'animo e dell'autostima per la minore dipendenza dalle fonti esterne di sostegno. Perché l'individuazione adolescenziale si realizzi, è necessaria una capacità regressiva che gli permetta di recuperare le pulsioni infantili, senza averne eccessivo timore. Durante la seconda sfida si attuano le capacità rielaborative e di controllo dei traumi infantili. L'adolescente riesce cioè ad integrare nell'Io le difficoltà schiaccianti che gli sembrano derivare dall'infanzia. Questa capacità determina autostima, se il giovane riesce ad elaborare i traumi infantili. La terza sfida concerne la capacità dell'Io di stabilire una "continuità storica nell'ambito che lo concerne" (Blos,1968). L'ultima sfida concerne la possibilità di formazione dell'identità sessuale.Con l'adolescenza avanzata l'individuo che insistentemente si pone la domanda "chi sono io ?", se ha superato le sfide evolutive avrà raggiunto una normale stima di sé e una precisa identità sessuale.

Per Edith Jacobson (1954 e 1964), il periodo adolescenziale è minacciato dal ravvivarsi degli impulsi istintuali che minano le difese stabilitasi nel periodo di latenza. Vengono rivissute tendenze istintuali edipiche e preedipiche facendo rivivere il conflitto infantile. E' necessario in questo periodo allentare i legami affettivi coi genitori per instaurare future scelte di libertà oggettuale. Per la Jacobson, il lavoro più gravoso è quello del Super-io, che deve da una parte "rinforzare il tabù dell'incesto e dall'altra, deve aprire le barriere della repressione e sollevare il peso dei controinvestimenti, guidando l'adolescente sulla sua strada, verso la libertà sessuale dell'adulto e verso relazioni personali ed amorose mature". L'autrice avverte che "le nuove relazioni oggettuali e i processi di formazione di una nuova struttura e di riorganizzazione, durante l'adolescenza, hanno successo solo fin tanto che non esauriscono gli investimenti libidici, o non sradichino le identificazioni con il passato". La sottrazione delle figure significative infantili dal campo degli affetti può destabilizzare a tal punto il soggetto da portarlo a quadri psicotici. Anche se deve essere distinto il quadro psicopatologico da quello fisiologico, all'interno dello sviluppo normale, gli adolescenti possono attraversare periodi transitori di ritiro narcisistico, fino ad una vera perdita dell'oggetto interno e alla perdita dell'identità. Questi periodi in genere sono seguiti da riprese nelle relazioni oggettuali. Il Super-io che si trova oggetto delle pressioni istintuali, deve mettere in atto meccanismi difensivi primitivi, come la negazione e l'introiezione. L'adolescente si troverà cioè a temere i ruoli genitali, rifuggendo in quelli pregenitali. Ciò che nell'adolescenza si deve definire è la "Weltanschaung", non solo nel senso di visione del mondo come una pura funzione dell'Io, ma comprende il mondo più vasto dei principi morali, dei modelli etici, delle opinioni sulla natura e cultura, su problemi sessuali, sociali, razziali, nazionali, religiosi e politici. La Weltanschaung si realizza con l'affermarsi dell'Io su Es e Super-io: questo è possibile attraverso delle identificazioni con altre persone esterne alla famiglia che agiscono da stimolatori sul Sé (Super-io ed Es). Jacobson vede in questo processo una situazione dinamica ed economica che richiamano le capacità creative. Durante l'adolescenza "l'organizzazione psichica è in uno stadio di fluidità come non mai, e gli sforzi dell'Io quando iniziano ad avere successo, testimoniano il reciproco funzionamento del processo primario e secondario. Questo scambio è favorevole all'attività creativa ed artistica. La propria "visione del mondo" non è, infine, un processo che dura solo lungo l'adolescenza, ma per tutta la vita". Con la completa maturazione ed il raggiungimento del dominio istintuale, la rappresentazione del Sé e del mondo oggettuale in genere acquistano una configurazione definitiva e caratteristica.

Per Winnicott (1971) gli adolescenti vivono un misto di sfida e dipendenza nei confronti degli adulti. Questo porta alla realizzazione di alcuni bisogni:

-di evitare le false soluzioni;

-di sentirsi reali o di sopportare di non sentirsi affatto;

-di sfidare in un ambiente in cui la dipendenza viene soddisfatta e il giovane può contare su tale soddisfazione;

-molestare la società in modo da rendere manifesto il suo     antagonismo e rispondere con pari antagonismo.

Questi bisogni portano ad un senso di identità che è il sentimento di essere vivo, il senso di integrazione (continuità) e il senso di personalizzazione (rapporto psiche-soma), che nasce e si sviluppa nell'esperienza  relazionale con la madre "sufficiemente buona" e che fornisce al bambino un ambiente affidabile e sicuro. Su questa esperienza il bambino è in grado di creare lo spazio transazionale in cui si può creare la separazione. Come il bambino ha bisogno della madre, così l'adolescente ha bisogno di adulti che raccolgano la sfida e gli consentano di giocare le proprie fantasie, soprattutto quelle distruttive, senza confermarle, abdicando al proprio ruolo.

Kohut (1971,1977), evidenzia come il mantenimento

dell'identità nell'adolescenza e la sua formazione, ripercorra il cammino di sviluppo, in cui i genitori o i sostituti significativi, devono rispondere ai tre bisogni fondamentali: rispecchiamento, idealizzazione e gemellarità. Questo serve a garanzia del mantenimento del autostima e dello stabilizzarsi di obbiettivi significativi di autorealizzazione. Il fallimento lungo questo cammino comporta la persistenza di sentimenti grandiosi di sè e di idealizzazioni irrealistiche. Il Sé richiede, dai suoi oggetti Sé, tolleranza e definizione dei limiti al fine di regolare ed integrare le proprie spinte sessuali ed aggressive.

Meltzer (1978), descrivendo la vita mentale dell'adolescente, sottolinea l'importanza della confusione (confusione tra il Sé e gli oggetti, tra elementi femminili e maschili, tra buono e cattivo) come problema relativo alla conoscenza in un contesto mentale, caratterizzato da continue oscillazioni tra il mondo infantile ed il mondo adulto e da uno "straordinario splitting: da un lato l'invidia, l'egocentrismo, l'ambizione, la mancanza di pietà....dall'altro l'altruismo, il preoccuparsi degli altri, l'emotività, la sensibilità...". Senise (1981, 1990), considera che nell'adolescenza si compia un secondo processo di separazione-individuazione, prospetta una mutuazione permanente tra Io e Sé al termine dell'adolescenza che porti l'Io del soggetto a viversi come oggetto di rapporto con se stesso, con i sistemi esterni e le istanze intrapsichiche.

Scaparro e  Charmet (1993), partendo dalla loro esperienza clinica con gli adolescenti disturbati, vedono in questo periodo la "ultima occasione prima dell'ingresso nella dimensione adulta per risolvere varie forme di nevrosi infantile; angosce di castrazione, ma soprattutto "falsi Sé" vili e compiacenti, rinunciatari rispetto al piacere, dovrebbero essere accantonati a favore di "nuovi", anzi "veri Sé", mai utilizzati,...." . "Sicuramente l'adolescente, come ogni essere vivente, è anche figlio del proprio passato; i nuovi appuntamenti possono trovarlo preparato e ben disposto, oppure immaturo e con basi troppo fragili per poter sostenere l'edificio delle responsabilità adulte, spesso solitarie e richiedenti capacità inusitate di autonomia". "L'adolescente in parte è ancora un bambino, e perciò sente e pensa gli affetti arcaici, ma succede anche qualcosa di mai sperimentato prima che cambia completamente il quadro di riferimento. Irrompe la dimensione soggettiva del futuro, della crescita a tappe forzate, del confronto diretto e nuovissimo con gli adulti quasi del tutto smitizzati". Sono quindi i processi inconsci che guidano questa fase della vita in cui si ha a che fare con l'identità biologica.

Nives Ciardi (1994), coglie nel passaggio dal dimenticato dell'infanzia, ad una memoria che si sta formando propria dell'adolescenza, il punto di svolta. L'autrice ritrova in una rappresentazione scultorea centro americana di epoca precolombiana, l'archetipo, che si  intitola "Adolescenza": un giovane adolescente porta sulle sue spalle uno zainetto dove c'é un bimbo, simbolo del sole. Il bimbo guarda indietro, l'adolescente in avanti portando la mano socchiusa al petto. Dice Ciardi: "Quest'opera può rappresentare la posizione dell'adolescente, il quale ha un futuro davanti a sè, anche se rischia spesso di bruciarlo in partenza, ma più paradossalmente, ha un futuro alle spalle da costruire".

 

dr. Lorenzo Bignamini

 


 

 

 

- SPAZIO SOCI -

 

Alla ricerca di una possibile unità di mente e corpo

 


M’inserisco nell’antico dibattito sul problema metafisico del rapporto mente-corpo, proponendo alcune riflessioni che vogliono essere una ricerca per una possibile integrazione di questi due aspetti.

La riflessione parte dalla mia esperienza di vita personale e professionale (sono psicomotricista) che mi ha -direi- necessariamen-te costretto a porre l’attenzione su tale problematica, peraltro da tempo affrontata e studiata nella nostra cultura occidentale.

Molti disturbi e disagi che osservo e tratto, hanno in comune, all’origine, una mancata integrazione o corrispondenza tra l’aspetto affettivo-emotivo e l’aspetto logico-cognitivo dell’individuo.

Penso a patologie di “falso sé”, dove viene sacrificata l’emozione e il desiderio più autentici per adeguarsi ad un dover-essere esterno; a disarmonie evolutive dove il livello cognitivo elevato si contrappone ad una sfera emotiva infantile, poco evoluta e non riconosciuta; a patologie psicosomatiche dove la problematica o la tematica da affrontare si dice ripetitivamente entro il limite del corpo senza trovare un’espressione esplicita nella parola; a scissioni più marcate dove un costrutto macchinoso e altrettanto ripetitivo di pensiero tiene lontano a bada conflitti affettivi angoscianti: un pensiero che deve nascondere, negare, più che rivelare.

Parlare di corpo e di mente significa pensare alla nostra identità, in quanto noi siamo corpo e siamo mente, un’unità più o meno integrata e armoniosa di corpo e mente.

Lungo il processo di individuazione l’uomo passa dal percepirsi come unità (sentimento del sé emergente, io corporeo,.) alla consapevolezza della propria unicità (sentimento di sé: “sapere di esserci”).

Nell’Io Sono c’è tutta l’intensità di quest’unione di percezione (aspetto corporeo-emotivo) e di consapevolezza (aspetto cognitivo).

In forza di questo sentimento di unità ed unicità l’uomo oscilla ora nel percepirsi e sentirsi corpo, ora nel pensarsi mente. Quando s’identifica nella mente, come sede del pensiero, l’uomo può fare l’esperienza dell’infinito, in quanto il pensiero è capace di andare oltre il presente ed il proprio limite corporeo. Identificandosi nel corpo fa invece l’esperienza della finitudine, del limite, del “qui ed ora” con tutte le possibili sfumature sensoriali ed emotive.

Questa separazione si riflette sulla modalità di conoscere la realtà dove una via intuitivo-sintetica,  più centrata sul “sentire” la realtà interiormente, si contrappone ad una via logico-analitica.

Anche in campo educativo-terapeutico si differenziano interventi dove viene posta l’attenzione, o all’aspetto corporeo-emotivo, esercitando maggiormente la funzione percettiva, o all’aspetto logico-cognitivo, prediligendo la funzione di pensiero.

Spesso nelle pratiche che privilegiano la via corporea, è dato maggiore spazio al sentire e al percepire fini a se stessi, senza un successivo momento riflessivo, limitandosi alla ricerca di un benessere inteso come assenza di tensioni fisiche nel momento presente.

Vediamo come questa antica dicotomia corpo-mente venga mantenuta attraverso interventi che sembrano fra loro inconciliabili, dove si privilegia ed esercita, appunto, o la funzione percettiva o quella del pensiero.

Come far incontrare questi due aspetti che sembrano così antitetici ma pur entrambi presenti nell’esperienza umana: il pensiero e il corpo, l’infinito e l’immanenza?

Si può percepire il pensiero e pensare l’emozione?

Se il sentire, il percepire, l’emozione fanno parte della dimensione dell’immediatezza corporea e si danno nel qui ed ora del nostro esserci, è il pensiero che spesso lontano e altrove o pronto a ripetersi in saperi già dati, deve ora avvicinarsi all’essere, all’esperienza reale, alla vita, per dare senso e voce a ciò che l’uomo in quel determinato istante sente e vive.

Attraverso la funzione riflessiva del soggetto sul proprio vissuto si arriva a scoprire la parola nel gesto, una conoscenza ancora intuitiva ed implicita, una progettualità che preme nel corpo nell’attesa di essere illuminata e rivelata.

Accanto ad una modalità di pensiero che ripete un sapere ed una conoscenza già dati, che fanno parte di una cultura o di una scienza, può esserci anche un pensiero “vergine” che incontra la vita e l’esperienza, che parte dal dirsi immediato dell’essere per illuminarlo di significato. In questo modo si può accedere a nuove conoscenze, si scoprono differenti prospettive di essere al mondo, nuove modalità d’intervento.

In quest’ottica l’emozione, il vissuto -oso dire anche quello doloroso- possono essere presi in considerazione non più come un intralcio al proseguire ripetitivo, normale, della vita, come aspetti da tenere a bada o da eliminare, ma possibili vie di rivelazione di senso del nostro esserci individuale.

La visceralità, quindi, illuminata dalla luce della riflessione diventa “l’occhio che vede”.

Inoltre, se il corpo nelle sue proprie possibilità espressive si accorda con la progettualità del pensiero, esce da una dimensione di finitudine per diventare appunto “forma del pensiero“ ed intenzionalità nel mondo. Se in un primo momento è il pensiero nella sua funzione riflessiva ad esplicitare una conoscenza implicita nel vissuto, è poi questa conoscenza consapevole che dà la direzione, in quanto senso, al corpo stesso. E’ infatti il pensiero che incita il corpo a superarsi, a non ripiegarsi su se stesso, per andare verso la meta intravista. Il pensiero allora esce da una dimensione astratta, lontana dall’esistenza per entrare in una dimensione comunicativa spazio-temporale, diventando reale…”vivente”.

 

Laura Scaglia Rat

Educatrice professionale, psicomotricista