Ancora novità per il CEPEI.
Il sito WEB (http://web.tiscali.it/cepei) si è
arricchito ulteriormente, è segnalato da diversi links psicoanalitici (ad
esempio “The C.G. Jung Page”) e vale la pena farci una “visita”. A lui si
affianca il fratello minore “ONIRICO”, un sito interamente dedicato ai sogni
(anche in inglese e spagnolo) che troverete all’indirizzo: http://it.geocities.com/paolochess. Invitiamo tutti ad arricchire
il nostro database di sogni.
Abbiamo accreditato il CEPEI
presso il Ministero della Sanità per il programma di Educazione Continua in
Medicina (ECM). Con questo abbiamo voluto offrire un servizio in più ai soci
medici e psicologi, perché abbiamo intenzione di validare le nostre proposte,
in modo tale che possano contribuire ai crediti formativi previsti per legge.
A questo proposito, ricordiamo il primo “seminario sui casi
clinici”, che si terrà il 29 settembre a Milano.
Abbiamo intenzione di potenziare il “notiziario”, per arrivare alla stampa di 4-5 numeri all’anno. Per far questo tuttavia abbiamo bisogno del vostro contributo operativo. Già dal numero scorso abbiamo attivato la rubrica “spazio soci” proprio a questo proposito. Attendiamo articoli, suggerimenti, proposte, critiche e quant’altro. Anche per quanto riguarda il nostro sito WEB attendiamo suggerimenti e critiche (alcuni ci hanno già pensato tramite e-mail, e le loro segnalazioni non sono state disattese…). Segnalateci anche i vostri siti internet preferiti, per una possibile recensione.
Il “gruppo storico” sui casi
clinici sta quest’anno lavorando sul tema dell’intersoggettività. Contiamo di organizzare il secondo convegno
CEPEI su questa tematica per la prossima primavera 2002. Ogni contributo da
parte Vostra sarà particolarmente gradito.
Buon lavoro a tutti!
c) La
quotidianità della malattia pone di
fatto la persona a confronto con la fatica di tollerare terapie che hanno
spesso un carattere invasivo importante. Si collega a ciò il tema del rapporto
medico-paziente, perché dalla percezione di sé come di una macchina da
aggiustare (che sottolinea la totale dipendenza rispetto all’istituzione medica
), possa subentrare un livello di comunicazione più fertile e comunque tra
soggetti umani completi.
Il tema del rapporto e dell’umanità di
questo, apre la questione del nostro ruolo qualora ci capitasse di
avventurarci in qualità di accompagnatori di simili percorsi; il che,
come si diceva, è quasi inevitabile. Non è di compassione, come è tradizionalmente
intesa, né di asettica distanza che queste condizioni hanno bisogno, ma del
coraggio di porsi come interlocutori di un viaggio, qualunque sia poi l’esito
della vicenda. Ciò include il coinvolgersi,
vale a dire la reciprocità
esistenziale di chi accetta di accostare in sé, con il tramite dell’altro, i fantasmi
della discesa agli inferi, capace comunque di mantenere la distanza riflessiva.
Mi sono parsi significativi sul tema
del rapporto, alcuni temi onirici che
ho tratto dal lavoro con familiari di persone ammalate, dove la condivisione
emozionale con il malato porta il soggetto a ribaltare i ruoli, cioè essere lui/lei l’ammalato accudito. In essi anche l’evento estremo, la morte, proprio
perché posto al culmine di un percorso, perde la sua cupa oscurità per divenire
passaggio oltre il limite o,
addirittura, spedizione nello spazio
interstellare, alla quale chi rimane in vita non può però partecipare.
Talora infine la malattia conduce alla guarigione, o almeno ad una
tregua del suo svolgersi; il vissuto di
cui si parla in tali situazioni è
sempre comunque di passaggio trasformativo.
Esso prende il sapore di una sorta di
rivoluzione di valori e di visione della vita, che si confronta in modo faticoso, ma mai arreso, con gli indelebili
segni sul corpo che la malattia e le terapie hanno provocato.
Una storia analitica: l’immaginario nell’esperienza di Sandra
Ho conosciuto Sandra nel giugno 2000. Era già allettata, perché un cancro
la stava divorando e le stava togliendo tutte le forze. Da tempo voleva
iniziare un'analisi, ma non aveva mai trovato il coraggio. Ora le sembrava il
momento, e aveva chiesto ad un'amica come avrebbe potuto fare, dato che le
poche forze non le consentivano di recarsi nello studio di un analista. L'amica
di Sandra mi chiese se era possibile un setting così particolare, e se ero
disponibile ad incontrarla.
Accettai, cogliendo le riflessioni condivise nel Cepei e l'insegnamento
di Francesco: "In condizioni così
estreme, quando l'uomo si pone l'interrogativo sulla propria esistenza, il
setting è il dialogo stesso tra l'uno e l'altro del discorso".
Così incontrai Sandra a casa sua, e il suo essere a letto sostituì
facilmente il lettino. Non mi posi dunque come “analista dietro il lettino”, ma
mi sedetti di fianco a lei, non nascondendo il mio volto al suo sguardo
profondo e interrogativo.
La prima cosa che mi disse fu: "Non
sto molto bene, mi hanno dato in pasto ai medici, io che non mi sono mai
fermata un momento nella mia vita, che sono stata sempre attiva... ora non ho
più appetito... i miei mi dicono di mangiare, perché se no non riprendo le mie
forze, e io non riesco mangiare... sono qui che attendo, ma non so che cosa…".
Il cibo da quel momento fu per noi una metafora, simbolo di una costante
ricerca d’affetto e di nutrimento spirituale (spirito da spiritus, respiro, principio vitale…) che Sandra non si concesse
mai nella sua vita. Le dissi che, anche se poteva essere paradossale, questo
era un momento in cui si dava l'occasione di fare ciò che non aveva mai fatto
con se stessa; analisi voleva dire cercare in se stessa il bandolo della matassa,
trovare un cibo che non deperisce (A
Sandra venne in mente il passo: "Sta
scritto: non di solo pane vivrà l'uomo..." Matteo 4,4), trovare dentro
di sé l'energia vitale inesauribile che l'aveva fatta essere attiva sul piano materiale.
I nostri incontri non potevano essere frequenti (ci incontravamo ogni 20
giorni circa, alcune volte ci sentivamo per telefono) e Sandra iniziò subito a
scrivere su un diario la sua vita, il percorso d’autoanalisi.
La morte comparve nel nostro dialogo il secondo incontro. Sandra mi
raccontò un sogno: "Vidi in cima ad
una montagna mia cugina morta. Era vestita di un abito da sposa ed era immersa
in una luce fortissima. Mi sorrideva, e salutandomi mi disse che mi aspettava".
A quel sogno commentò che, di fronte alla morte della giovane cugina, non
aveva mai accettato che tutta la vita potesse finire, che tutti desideri e le
speranze della cugina potessero essere ingoiati da un buco nero. Ma se ora la
cugina si presentava nella luce in abito da sposa, voleva dire che la morte non
era un buco nero, ma l'inizio di una nuova vita, un “matrimonio”.
La sposa del sogno, nel fascio di luce solare, richiama le nozze
mistiche, la sintesi della personalità totale, dove materia e spirito si
fondono in una nuova unità, simbolizzata dalla risurrezione, e dal compimento
dell'opus alchemico. Il sogno
prefigurava dunque a Sandra una nuova via e una nuova prospettiva, ma al
contempo indicava la tematica di fondo che dovevamo affrontare nel dialogo
analitico.
Più l'analista è disponibile a sperimentare sulla sua persona
le difficili e molteplici vicende della condizione umana, più egli è aperto
alla vita, e pronto ad accogliere in ogni istante la voce sempre nuova del
proprio inconscio, tanto più e pronto a rispondere all'inconscio, perché è la
matrice che ci genera è unica: l'inconscio collettivo. Ed è questa unica
matrice che rende tutti partecipi del dramma umano e conoscitori dello stesso (Silvia Montefoschi, C.G.Jung un
pensiero in divenire, Garzanti).
Fu proprio questa
matrice comune che, a mio modo di vedere, permise una relazione terapeutica con
Sandra; il terapeuta è la figura cui l'umanità attribuisce da sempre il potere
divino di guarire. Ma da quale punto di vista Sandra poteva guarire?
Non intendiamo
qui la guarigione del corpo. Anzi, in una prima fase, inevitabilmente e
giustamente, i terapeuti si accanirono sulla guarigione del corpo di Sandra.
Anche la famiglia in un certo senso perseguiva questa strada, insistendo che
Sandra mangiasse a tutti costi.
Ma a
Sandra premeva un altro tipo di guarigione. La guarigione dello spirito, intesa
come il porsi la domanda e il venire a capo del senso della propria vita. Tutta
la propria esperienza, tutta la propria attività, tutti propri desideri e i
propri aneliti, dovevano finire nel buco nero dell'incoscienza mortifera (come
già aveva temuto di sua cugina), o dovevano portare alla nascita di
un'esperienza nuova?
Fu così che
Sandra, non credente, parlò della morte come di uno stato trasformativo in
continuità con la vita. Ad essa lei aveva spesso pensato, ma ciò che la
spaventava era: la paura del passaggio e del dolore; la paura della dipendenza
dagli altri (“da me non riesco più a
curare il mio corpo”) e il senso di colpa per questo; il non poter parlare
con nessuno della morte; ma, più di ogni altro, terminare questa vita senza
aver risolto quello che lei definiva "il nodo" che si portava dentro
da anni.
Con la famiglia
della morte e del dolore non riusciva a parlare, perché tutti si spaventavano
di questo suo dire. Solo alla fine Sandra trovò la forza per imporsi e per
parlare, ad almeno alcuni dei famigliari, del suo processo trasformativo nel
corpo. Riguardo al "nodo", una settimana prima di morire mi disse:
"Avevo avuto sempre paura di
iniziare un'analisi per dover affrontare questo nodo. Ora non faccio in tempo a
sbrogliarlo, ma so che lo sbroglierò in seguito, quando mi troverò di là".
Per sottolineare quello che diceva, mi raccontò un altro sogno: "Mi trovavo in casa, nel mio letto, intorno a
me diverse apparecchiature mediche, flebo, medicazioni. Sapevo di dover salire
al piano di sopra (che nella casa reale non esiste) dove mi attendeva un
dentista che mi doveva cavare un dente, che mi doleva da tempo. Avevo paura del
dentista, ma ora sapevo che era giunto il momento di compiere il passo, e mi
incamminai fiduciosa".
Sandra terminò il
racconto del sogno con un sorriso, che diceva più di ogni commento e di ogni
interpretazione. E si incamminò lungo la via della trasformazione una settimana
più tardi.
dr. Paolo
Cozzaglio e dr.ssa Paola Manzoni
Cremona, 6 maggio 2001, convegno I.A.I.
L’adolescenza in una prospettiva evolutiva (-1-)
L'adolescenza
è quel periodo della vita umana, che normalmente è compreso tra gli 11 e i 21
anni circa, ed in cui l'individuo acquisisce le competenze e i requisiti
necessari per assumere le responsabilità d'adulto. Alcuni autori (Giovacchini e
Borowitz 1974 - Feinstein e Giovacchini 1989) suddividono ulteriormente il
periodo in tre fasi:
a) prima
adolescenza (o pre-adolescenza): età 11-15 anni;
b) adolescenza
vera e propria (o adolescenza intermedia): età 15-18 anni;
c) tarda
adolescenza (o terza adolescenza): età 18-21 anni.
L'adolescenza nasce come categoria umana, degna di
studio, all'inizio di questo secolo. Lo psicologo americano Stanley Hall, nel
1904 pubblica Adolescence, una grandiosa opera in cui riunisce un'ampia serie
d'informazioni ottenute mediante il metodo dei questionari. L'adolescenza è
vista come una nuova nascita, in quanto si ha un rinnovamento degli aspetti
della personalità. Hall introduce prima il temine Sturm und Drang (tempesta ed
assalto) e poi "adolescent turmoil" (turbamento adolescenziale) per
definire più vividamente ciò che accade durante questo periodo della vita ricco
di tempeste emotive, odi ciechi, prese di posizione estremistiche. Hall
considera come i fenomeni da lui riscontrati, siano caratteristiche costanti
dell'adolescenza, determinate biologicamente, e perciò indipendenti da
variabili culturali ed ambientali. Margaret Mead (1928) svolge una ricerca
d'osservazione partecipe dei giovani adolescenti dell'isola di Taw
nell'arcipelago di Samoa. I suoi risultati la portano ad interpretare le
manifestazioni conflittuali adolescenziali della società industrializzata,
paragonata a quella naturale da lei studiata a Samoa, secondo certi aspetti:
-la famiglia
occidentale è piena di conflitti emotivi: tra genitori e figli spesso persiste
troppo a lungo un legame esclusivo che genera dipendenza eccessiva ed
incapacità nello stabilire contatti e vincoli profondi con gli altri;
-l' autorità
paterna è frustrante ed autoritaria;
-la cultura ha
generato tramite la morale e la religione
gravi conflitti nella sfera sessuale.
Queste
osservazioni sono paragonate alla vita a Samoa degli adolescenti, in cui il
giovane subisce un educazione che lo porta ad obbedire ed esercitare
l'autorità, a potere scegliere un'altra famiglia se i suoi genitori sono troppo
autoritari o frustranti e vivere la
sessualità in maniera naturale e non problematica.
Secondo
Neubauer (1992), il lavoro della Mead ha aperto la strada a tutta una serie di
ricerche che hanno dimostrato l'importanza dell'influenza culturale sulla
specificità d'ogni esperienza adolescenziale. Karl Mannheim (1928) considera
necessaria una distinzione tra i concetti usati per identificare i gruppi
sociali. Individua nei gruppi adolescenziali una o più unità di generazione,
che sono gruppi concreti basati su vincoli naturali e spontanei o su di un
progetto che ci s'impegna a realizzare. Le unità di generazione sono legate
alla posizione sociale ed implicano una connessione di generazione ed un
sentimento di partecipare allo stesso destino. J.Coleman (1961) individua
l'esistenza di una "cultura giovanile" diversa da quella degli
adulti. Nelle società tradizionali era la famiglia che preparava i figli
all'età adulta, mentre nella società industrializzata è il sociale stesso che
si assume la responsabilità dell'educazione dei giovani. Il lavoro empirico di
Colemann e la successiva elaborazione teorica di Bosma (1990) convergono nel
rilevare come l'adolescenza conosca parecchi momenti più o meno prolungati
d'esplorazione e crisi, che possono risolversi o meno secondo l'orientamento
assunto dalla costellazione delle forze in gioco nella costruzione di un
elemento rilevante dell'identità.
Per Piaget
l'adolescenza è in primo luogo caratterizzata dall'inserimento dell'individuo
nella società degli adulti e non dai fenomeni biologici puberali. In secondo
luogo l'adolescenza è caratterizzata dallo sviluppo e dalla maturazione delle
fibre nervose che determinano lo sviluppo delle strutture formali
dell'intelligenza. La "maturazione del sistema nervoso si limita
all'insieme delle possibilità e dei vincoli caratteristici di un livello
cognitivo dato ed un certo ambiente sociale é indispensabile per l'attuazione
di tali possibilità". Queste possibilità sono delle forme innate, a
priori, in cui le stimolazioni ambientali agiscono da stimolatori.
La
psicoanalisi "scopre" l'adolescenza con Freud (1905), che descrive la
pubertà come il momento in cui la vita sessuale infantile raggiunge la sua
forma definitiva. Per Freud, come per altri autori in seguito, il punto
centrale della vicenda adolescenziale si gioca nella scelta oggettuale, che si
divide in due tempi: é connessa alla vicenda edipica infantile e dipende dalle
vicende della latenza. Scrive Freud: " La scelta oggettuale avviene in due
tempi e in due ondate. Il primo tra i due e cinque anni dove il periodo di
latenza lo fa recedere, contrassegnato dalla natura infantile delle mete
sessuali. Il secondo, avviene alla pubertà e determina la strutturazione
definitiva della vita sessuale.......La scelta oggettuale nell'epoca puberale
deve rinunciare agli oggetti infantili e ricominciare di nuovo come corrente
sensuale". Le tappe di un ideale percorso vedono l'adolescente partire da
un iniziale re-investimento delle figure familiari per arrivare ad un
superamento che lo veda capace di "distaccarsi dall'autorità dei
genitori", espressione che indica per Freud la capacità di investire la
libido su persone reperite al di fuori delle dinamiche incestuose. Lo sviluppo
ideale comporta l'investimento oggettuale verso una persona adulta del sesso
opposto, anche se possono avvenire scelte omosessuali o relazioni feticistiche.
E' solo però
con Anna Freud (1936 e 1958) che la riflessione psicoanalitica assume una
teoria propria, riconoscendo a questo periodo una specificità in cambiamenti
qualitativi. In polemica con la psicologia accademica dell'epoca, Anna Freud
non considera la pubertà come l'inizio della vita sessuale, della capacità
d'amare e del carattere, ma come la vita sessuale abbia inizio fin dalla prima
infanzia ed è qui che si svolgono i principali progressi dell'individuo. La
pubertà è la prima ricapitolazione del periodo sessuale infantile. Con la
pubertà, l'adolescente si trova a soffrire d'alcuni conflitti: un Es
relativamente forte che si oppone ad un Io relativamente debole; l'Io utilizza
meccanismi di difesa diversi rispetto all'infanzia, mentre l'Es risulta
immutabile. Con la pubertà, alla forte spinta libidica dovuta al riaffiorare
della sessualità infantile che assume uno spiccato investimento genitale, si
oppone un Io rigido che si è così formato durante il periodo di latenza grazie
allo svilupparsi del Super-Io e che utilizza diversi meccanismi di difesa. Le
fasi adolescenziali sono caratterizzate dalla forza degli impulsi dell'Es che
sono condizionati dalla maturazione delle caratteristiche fenotipiche
secondarie e dalla raggiunta capacità riproduttiva. La libido, a differenza di
quell'infantile, investe ora prevalentemente l'area genitale. La capacità
dell'Io di tollerare o no gli istinti dipende dal carattere che si è formato
durante il periodo di latenza. L'Io dispone di meccanismi di difesa che variano
secondo la costituzione del soggetto e delle norme particolari del suo
sviluppo. Secondo A. Freud, ascetismo ed intellettualizzazione sono gli
atteggiamenti principali assunti dall'Io in questo periodo. L'ascetismo si
organizza a partire dai nuclei della vita istintiva che sono soggetti a
proibizioni spiccate nel periodo prepuberale, come le fantasie incestuose. In
genere si ha un blocco di tutti gli istinti come fosse in atto una proibizione
sessuale indifferenziata. Talvolta si passa dall'ascetismo ad accessi
istintivo. Il conflitto riguardante l'istinto è risolto dall’intellettualizzazione,
quando è elaborato soprattutto a livello conscio. Questa modalità trasferisce
la percezione di esigenze istintuali in pensieri astratti, permettendo
l'attivazione di una funzione dell'Io sintetica tra processi istintuali e contenuti
ideativi. Ascetismo ed intellettualizzazione sono le due difese cui l'Io
ricorre per tenere a bada la forza dell'Es che nella pubertà minacciano di
eliminare la differenza tra Io ed Es.
Per Erik
Erikson (1950 e 1968), il dilemma dell'adolescenza è quello espresso dalla
tensione fra identità e diffusione dell'identità. Erikson sostiene un punto di
vista evolutivo della personalità, per cui le varie fasi dello sviluppo si
succedono una con l'altra intersecandosi ed attuando continui mutamenti. Per
questo è possibile considerare l'identità come un entità dinamica (sistema di
tensione), che utilizza le opportunità favorevoli presenti nel contesto per
superare blocchi di crescita e promuovere avanzamenti verso la maturità.
L'identità viene acquisita durante l'adolescenza, mentre durante l'infanzia
sono operativi introiezione ed identificazione. Lo sviluppo adolescenziale
comporta l'adozione di certe identificazioni infantili scartandone altre in
accordo con i propri interessi, talenti e valori. La confusione dei ruoli è,
per Erikson, la mancanza di acquisizione dell'identità, e consiste nel passare
da un identificazione all'altra, provando e riprovando ruoli sociali diversi.
Durante il periodo adolescenziale il soggetto ricostruendo l'identità, deve
rinunciare a certe prospettive per sceglierne una: questa scelta deve essere
sensibile alle esigenze dell'Io (bisogni, talento, predisposizioni).
L'acquisizione dell'identità spinge l'individuo verso la ricerca dell'altro,
instaurando rapporti intimi e duraturi. L'intimità diventa quindi la
"competenza" dell'individuo, per cui non teme di fondere la propria
identità con quella di un'altro, per paura di perdersi: l'adulto sarà quindi
l'individuo che sarà in grado di affrontare gli stadi ulteriori di sviluppo in
cui il suo interesse sarà sempre più volto, anziché sull'Io, sul Noi. Erikson
ed allievi introducono il concetto di "compiti di sviluppo": queste
sono tappe fondamentali che se non vengono affrontate per tempo portano il
soggetto a compromettere il suo processo evolutivo. Il compito principale
nell'adolescenza è quello dell'indipendenza legato ai compiti di sviluppo
riferiti a fenomeni universali. Si hanno compiti di sviluppo:
- in rapporto
con l'esperienza della pubertà ed il risveglio delle pulsioni sessuali;
- in rapporto
con l'allargamento degli interessi personali e sociali e con l'acquisizione del
pensiero ipotetico deduttivo;
-in rapporto
con le problematiche dell'identità (o della riorganizzazione del concetto di
sé). Lazarus (1966) utilizza il termine "far fronte ai compiti di
sviluppo" per esprimere lo sforzo che l'adolescente deve svolgere per
costruire la propria identità, risolvendo gli ostacoli che incontra. "Far
fronte" (coping) è la condizione per affrontare lo stress psicologico, quando
la persona si rende conto che la situazione in cui si trova inserita pone delle
richieste che vanno al di là delle proprie forze, mettendo in discussione il
proprio benessere.
Peter Blos
(1962, 1967, 1969 e 1979) utilizza il termine di "carattere" per
denotare l'entità psicologica personale che si ristruttura e si consolida
nell'adolescenza. Il carattere è quell'aspetto della personalità che modella la
risposta di ogni individuo agli stimoli che provengono sia dall'ambiente sia da
sè. Per Blos il carattere di un individuo si forma tramite la differenziazione
ed indipendenza dall'ambiente circostante. Scrive Blos: "Nella prima
adolescenza e nell'adolescenza vera e propria si ha una riorganizzazione della
vita affettiva per cui si ha uno stato di caos. L'elaborazione di difese
caratteristiche, spesso estreme anche se fugaci, salvaguardia l'integrità
dell'Io. Certe manovre difensive dell'adolescenza dimostrano di avere valore
adattativo e quindi facilitano l'integrazione di inclinazioni, disposizioni,
facoltà e ambizioni realistiche; la sistemazione di queste multiformi tendenze
costituisce un prerequisito per la partecipazione alla società in qualità
d'adulto". La realizzazione di questo processo avviene attraverso delle
sfide nella formazione del carattere. Nella prima, "l'adolescenza viene
considerata come il secondo processo di individuazione, essendosi il primo
completatosi verso la fine del terzo anno di vita con l'ottenimento della
costanza d'oggetto. In entrambe i periodi esiste una vulnerabilità
dell'organizzazione personale, con impellenti cambiamenti nella struttura
psichica in conseguenza della spinta maturativa che non può essere
bloccata". Per Blos durante questa fase si situano alcuni passaggi chiave:
l'acquisizione di un sé stabile e di confini tra il sé ed il mondo oggettuale;
la perdita di rigidità e forza da parte del Super-Io edipico; una maggiore
stabilità degli stati d'animo e dell'autostima per la minore dipendenza dalle
fonti esterne di sostegno. Perché l'individuazione adolescenziale si realizzi,
è necessaria una capacità regressiva che gli permetta di recuperare le pulsioni
infantili, senza averne eccessivo timore. Durante la seconda sfida si attuano
le capacità rielaborative e di controllo dei traumi infantili. L'adolescente
riesce cioè ad integrare nell'Io le difficoltà schiaccianti che gli sembrano
derivare dall'infanzia. Questa capacità determina autostima, se il giovane
riesce ad elaborare i traumi infantili. La terza sfida concerne la capacità
dell'Io di stabilire una "continuità storica nell'ambito che lo
concerne" (Blos,1968). L'ultima sfida concerne la possibilità di
formazione dell'identità sessuale.Con l'adolescenza avanzata l'individuo che
insistentemente si pone la domanda "chi sono io ?", se ha superato le
sfide evolutive avrà raggiunto una normale stima di sé e una precisa identità
sessuale.
Per Edith
Jacobson (1954 e 1964), il periodo adolescenziale è minacciato dal ravvivarsi
degli impulsi istintuali che minano le difese stabilitasi nel periodo di
latenza. Vengono rivissute tendenze istintuali edipiche e preedipiche facendo
rivivere il conflitto infantile. E' necessario in questo periodo allentare i
legami affettivi coi genitori per instaurare future scelte di libertà
oggettuale. Per la Jacobson, il lavoro più gravoso è quello del Super-io, che
deve da una parte "rinforzare il tabù dell'incesto e dall'altra, deve
aprire le barriere della repressione e sollevare il peso dei
controinvestimenti, guidando l'adolescente sulla sua strada, verso la libertà
sessuale dell'adulto e verso relazioni personali ed amorose mature".
L'autrice avverte che "le nuove relazioni oggettuali e i processi di
formazione di una nuova struttura e di riorganizzazione, durante l'adolescenza,
hanno successo solo fin tanto che non esauriscono gli investimenti libidici, o
non sradichino le identificazioni con il passato". La sottrazione delle
figure significative infantili dal campo degli affetti può destabilizzare a tal
punto il soggetto da portarlo a quadri psicotici. Anche se deve essere distinto
il quadro psicopatologico da quello fisiologico, all'interno dello sviluppo
normale, gli adolescenti possono attraversare periodi transitori di ritiro
narcisistico, fino ad una vera perdita dell'oggetto interno e alla perdita
dell'identità. Questi periodi in genere sono seguiti da riprese nelle relazioni
oggettuali. Il Super-io che si trova oggetto delle pressioni istintuali, deve
mettere in atto meccanismi difensivi primitivi, come la negazione e
l'introiezione. L'adolescente si troverà cioè a temere i ruoli genitali,
rifuggendo in quelli pregenitali. Ciò che nell'adolescenza si deve definire è
la "Weltanschaung", non solo nel senso di visione del mondo come una
pura funzione dell'Io, ma comprende il mondo più vasto dei principi morali, dei
modelli etici, delle opinioni sulla natura e cultura, su problemi sessuali,
sociali, razziali, nazionali, religiosi e politici. La Weltanschaung si
realizza con l'affermarsi dell'Io su Es e Super-io: questo è possibile
attraverso delle identificazioni con altre persone esterne alla famiglia che
agiscono da stimolatori sul Sé (Super-io ed Es). Jacobson vede in questo
processo una situazione dinamica ed economica che richiamano le capacità
creative. Durante l'adolescenza "l'organizzazione psichica è in uno stadio
di fluidità come non mai, e gli sforzi dell'Io quando iniziano ad avere
successo, testimoniano il reciproco funzionamento del processo primario e
secondario. Questo scambio è favorevole all'attività creativa ed artistica. La
propria "visione del mondo" non è, infine, un processo che dura solo
lungo l'adolescenza, ma per tutta la vita". Con la completa maturazione ed
il raggiungimento del dominio istintuale, la rappresentazione del Sé e del
mondo oggettuale in genere acquistano una configurazione definitiva e
caratteristica.
Per Winnicott
(1971) gli adolescenti vivono un misto di sfida e dipendenza nei confronti
degli adulti. Questo porta alla realizzazione di alcuni bisogni:
-di evitare le
false soluzioni;
-di sentirsi
reali o di sopportare di non sentirsi affatto;
-di sfidare in
un ambiente in cui la dipendenza viene soddisfatta e il giovane può contare su
tale soddisfazione;
-molestare la
società in modo da rendere manifesto il suo
antagonismo e rispondere con pari antagonismo.
Questi bisogni
portano ad un senso di identità che è il sentimento di essere vivo, il senso di
integrazione (continuità) e il senso di personalizzazione (rapporto
psiche-soma), che nasce e si sviluppa nell'esperienza relazionale con la madre "sufficiemente buona" e che
fornisce al bambino un ambiente affidabile e sicuro. Su questa esperienza il
bambino è in grado di creare lo spazio transazionale in cui si può creare la
separazione. Come il bambino ha bisogno della madre, così l'adolescente ha
bisogno di adulti che raccolgano la sfida e gli consentano di giocare le
proprie fantasie, soprattutto quelle distruttive, senza confermarle, abdicando
al proprio ruolo.
Kohut
(1971,1977), evidenzia come il mantenimento
dell'identità
nell'adolescenza e la sua formazione, ripercorra il cammino di sviluppo, in cui
i genitori o i sostituti significativi, devono rispondere ai tre bisogni
fondamentali: rispecchiamento, idealizzazione e gemellarità. Questo serve a
garanzia del mantenimento del autostima e dello stabilizzarsi di obbiettivi
significativi di autorealizzazione. Il fallimento lungo questo cammino comporta
la persistenza di sentimenti grandiosi di sè e di idealizzazioni irrealistiche.
Il Sé richiede, dai suoi oggetti Sé, tolleranza e definizione dei limiti al
fine di regolare ed integrare le proprie spinte sessuali ed aggressive.
Meltzer
(1978), descrivendo la vita mentale dell'adolescente, sottolinea l'importanza
della confusione (confusione tra il Sé e gli oggetti, tra elementi femminili e
maschili, tra buono e cattivo) come problema relativo alla conoscenza in un
contesto mentale, caratterizzato da continue oscillazioni tra il mondo
infantile ed il mondo adulto e da uno "straordinario splitting: da un lato
l'invidia, l'egocentrismo, l'ambizione, la mancanza di pietà....dall'altro
l'altruismo, il preoccuparsi degli altri, l'emotività, la sensibilità...".
Senise (1981, 1990), considera che nell'adolescenza si compia un secondo
processo di separazione-individuazione, prospetta una mutuazione permanente tra
Io e Sé al termine dell'adolescenza che porti l'Io del soggetto a viversi come
oggetto di rapporto con se stesso, con i sistemi esterni e le istanze
intrapsichiche.
Scaparro
e Charmet (1993), partendo dalla loro
esperienza clinica con gli adolescenti disturbati, vedono in questo periodo la
"ultima occasione prima dell'ingresso nella dimensione adulta per
risolvere varie forme di nevrosi infantile; angosce di castrazione, ma
soprattutto "falsi Sé" vili e compiacenti, rinunciatari rispetto al
piacere, dovrebbero essere accantonati a favore di "nuovi", anzi
"veri Sé", mai utilizzati,...." . "Sicuramente
l'adolescente, come ogni essere vivente, è anche figlio del proprio passato; i
nuovi appuntamenti possono trovarlo preparato e ben disposto, oppure immaturo e
con basi troppo fragili per poter sostenere l'edificio delle responsabilità
adulte, spesso solitarie e richiedenti capacità inusitate di autonomia".
"L'adolescente in parte è ancora un bambino, e perciò sente e pensa gli
affetti arcaici, ma succede anche qualcosa di mai sperimentato prima che cambia
completamente il quadro di riferimento. Irrompe la dimensione soggettiva del
futuro, della crescita a tappe forzate, del confronto diretto e nuovissimo con
gli adulti quasi del tutto smitizzati". Sono quindi i processi inconsci
che guidano questa fase della vita in cui si ha a che fare con l'identità
biologica.
Nives Ciardi
(1994), coglie nel passaggio dal dimenticato dell'infanzia, ad una memoria che
si sta formando propria dell'adolescenza, il punto di svolta. L'autrice ritrova
in una rappresentazione scultorea centro americana di epoca precolombiana,
l'archetipo, che si intitola
"Adolescenza": un giovane adolescente porta sulle sue spalle uno
zainetto dove c'é un bimbo, simbolo del sole. Il bimbo guarda indietro,
l'adolescente in avanti portando la mano socchiusa al petto. Dice Ciardi:
"Quest'opera può rappresentare la posizione dell'adolescente, il quale ha
un futuro davanti a sè, anche se rischia spesso di bruciarlo in partenza, ma
più paradossalmente, ha un futuro alle spalle da costruire".
- SPAZIO SOCI -
M’inserisco nell’antico dibattito sul
problema metafisico del rapporto mente-corpo, proponendo alcune riflessioni che
vogliono essere una ricerca per una possibile integrazione di questi due
aspetti.
La riflessione parte dalla mia
esperienza di vita personale e professionale (sono psicomotricista) che mi ha
-direi- necessariamen-te costretto a porre l’attenzione su tale problematica,
peraltro da tempo affrontata e studiata nella nostra cultura occidentale.
Molti disturbi e disagi che osservo e
tratto, hanno in comune, all’origine, una mancata integrazione o corrispondenza
tra l’aspetto affettivo-emotivo e l’aspetto logico-cognitivo dell’individuo.
Penso a patologie di “falso sé”, dove
viene sacrificata l’emozione e il desiderio più autentici per adeguarsi ad un
dover-essere esterno; a disarmonie evolutive dove il livello cognitivo elevato
si contrappone ad una sfera emotiva infantile, poco evoluta e non riconosciuta;
a patologie psicosomatiche dove la problematica o la tematica da affrontare si
dice ripetitivamente entro il limite del corpo senza trovare un’espressione
esplicita nella parola; a scissioni più marcate dove un costrutto macchinoso e
altrettanto ripetitivo di pensiero tiene lontano a bada conflitti affettivi
angoscianti: un pensiero che deve nascondere, negare, più che rivelare.
Parlare di corpo e di mente significa
pensare alla nostra identità, in quanto noi siamo corpo e siamo mente, un’unità
più o meno integrata e armoniosa di corpo e mente.
Lungo il processo di individuazione
l’uomo passa dal percepirsi come unità (sentimento del sé emergente, io
corporeo,.) alla consapevolezza della propria unicità (sentimento di sé:
“sapere di esserci”).
Nell’Io Sono c’è tutta l’intensità di
quest’unione di percezione (aspetto corporeo-emotivo) e di consapevolezza
(aspetto cognitivo).
In forza di questo sentimento di unità
ed unicità l’uomo oscilla ora nel percepirsi e sentirsi corpo, ora nel pensarsi
mente. Quando s’identifica nella mente, come sede del pensiero, l’uomo può fare
l’esperienza dell’infinito, in quanto il pensiero è capace di andare oltre il
presente ed il proprio limite corporeo. Identificandosi nel corpo fa invece
l’esperienza della finitudine, del limite, del “qui ed ora” con tutte le
possibili sfumature sensoriali ed emotive.
Questa separazione si riflette sulla
modalità di conoscere la realtà dove una via intuitivo-sintetica, più centrata sul “sentire” la realtà
interiormente, si contrappone ad una via logico-analitica.
Anche in campo educativo-terapeutico si
differenziano interventi dove viene posta l’attenzione, o all’aspetto
corporeo-emotivo, esercitando maggiormente la funzione percettiva, o
all’aspetto logico-cognitivo, prediligendo la funzione di pensiero.
Spesso nelle pratiche che privilegiano
la via corporea, è dato maggiore spazio al sentire e al percepire fini a se
stessi, senza un successivo momento riflessivo, limitandosi alla ricerca di un
benessere inteso come assenza di tensioni fisiche nel momento presente.
Vediamo come questa antica dicotomia
corpo-mente venga mantenuta attraverso interventi che sembrano fra loro
inconciliabili, dove si privilegia ed esercita, appunto, o la funzione
percettiva o quella del pensiero.
Come far incontrare questi due aspetti
che sembrano così antitetici ma pur entrambi presenti nell’esperienza umana: il
pensiero e il corpo, l’infinito e l’immanenza?
Si può percepire il pensiero e pensare
l’emozione?
Se il sentire, il percepire, l’emozione
fanno parte della dimensione dell’immediatezza corporea e si danno nel qui ed
ora del nostro esserci, è il pensiero che spesso lontano e altrove o pronto a
ripetersi in saperi già dati, deve ora avvicinarsi all’essere, all’esperienza
reale, alla vita, per dare senso e voce a ciò che l’uomo in quel determinato
istante sente e vive.
Attraverso la funzione riflessiva del
soggetto sul proprio vissuto si arriva a scoprire la parola nel gesto, una
conoscenza ancora intuitiva ed implicita, una progettualità che preme nel corpo
nell’attesa di essere illuminata e rivelata.
Accanto ad una modalità di pensiero che
ripete un sapere ed una conoscenza già dati, che fanno parte di una cultura o
di una scienza, può esserci anche un pensiero “vergine” che incontra la vita e
l’esperienza, che parte dal dirsi immediato dell’essere per illuminarlo di
significato. In questo modo si può accedere a nuove conoscenze, si scoprono
differenti prospettive di essere al mondo, nuove modalità d’intervento.
In quest’ottica l’emozione, il vissuto
-oso dire anche quello doloroso- possono essere presi in considerazione non più
come un intralcio al proseguire ripetitivo, normale, della vita, come aspetti
da tenere a bada o da eliminare, ma possibili vie di rivelazione di senso del
nostro esserci individuale.
La visceralità, quindi, illuminata
dalla luce della riflessione diventa “l’occhio che vede”.
Inoltre, se il corpo nelle sue proprie
possibilità espressive si accorda con la progettualità del pensiero, esce da
una dimensione di finitudine per diventare appunto “forma del pensiero“ ed intenzionalità
nel mondo. Se in un primo momento è il pensiero nella sua funzione riflessiva
ad esplicitare una conoscenza implicita
nel vissuto, è poi questa conoscenza consapevole che dà la direzione, in
quanto senso, al corpo stesso. E’ infatti il pensiero che incita il corpo a
superarsi, a non ripiegarsi su se stesso, per andare verso la meta intravista.
Il pensiero allora esce da una dimensione astratta, lontana dall’esistenza per
entrare in una dimensione comunicativa spazio-temporale, diventando reale…”vivente”.