NOTIZIARIO CEPEI n°5 - 2001

 

 

CHE FA LA PSICOTERAPIA?

 

 

Viene spesso da chiederci qual è il nostro lavoro, qual è il nostro compito. La risposta viene da sé, basta che ci ricordiamo che, come psicoterapeuti, siamo

t e r a p e u t i .

 

Da questo termine si evince che il nostro compito è aiutare tutti, chiunque si rivolge a noi, a noi seguaci di Asclepio. Lo abbiamo non solo promesso, ma anche giurato; lo abbiamo giurato nel nome di Ippocrate di Coo, il maestro di medicina per eccellenza.

 

Compito d’ogni terapeuta – e dunque sia del medico, che dello psicologo – è non solo curare, ma ricercare per capire meglio, quindi per curare meglio. Seguendo lo spirito che l’antichità dava alla parola “terapeuta”, cioè colui che si votava al culto di dio, curare non significa solo alleviare la sofferenza, significa anche aiutare a condurre l’essere umano alla sua fonte, riportare l’uomo a dio, riportare l’uomo alla sua divinità.

 

Chiaro, questo è lo scopo ultimo del nostro operare, è quello che dà il senso al nostro agire. Le azioni per raggiungerlo sono tante, tantissime; alcune volte eclatanti e quindi subito soddisfacenti, alcune volte piccole, piccolissime, parcellari, ma pur sempre essenziali e altrettanto soddisfacenti.

 

Ogni individuo si presenta a noi nei diversi gradi della sua evoluzione personale. Quando ci chiediamo a che punto sia della sua evoluzione è affinché il nostro aiuto risulti il più efficace possibile.

 

Jung stesso intende il processo di individuazione come un traguardo evolutivo e, come tutti i traguardi in evoluzione, punto d’arrivo e ulteriore punto di partenza.

 

 

Antonino Messina

 

 



- ATTIVITA’ -

 

IMMAGINI: alludendo alla morte e alla vita

 

 


Il 16 novembre è avvenuto l’ultimo incontro di n. 6 serate dedicate a film che sviluppano, con angolazioni diverse, la tematica della morte.

Mi sembra interessante segnalare due aspetti che hanno caratterizzato questa iniziativa.

Il primo riguarda la frequenza: si sono iscritte 7 persone per tutto il ciclo ma nessuno lo ha seguito interamente (in particolare 1 persona ha seguito i primi 3 incontri, 2 hanno partecipato al 1 e al 3° incontro 1 ne ha seguiti 3 alternati).

Di fatto ad ogni incontro c'è stata una partecipazione che ha oscillato da un minimo di 9 ad un massimo di 18 persone, con aggregazioni sempre diverse e casuali: c'è stata quindi una discontinuità che ha reso questa iniziativa più uno stimolo occasionale che un percorso di riflessione.

Il secondo aspetto riguarda il contenuto del dibattito che nella prima serata ha affrontato (soprattutto per sollecitazione dei conduttori) il tema previsto, mentre nelle successive si è focalizzato quasi esclusivamente sugli aspetti estetici del film, come in un normale cineforum.

L'impressione è che questi elementi testimonino una forte resistenza ad affrontare ciò che Elias definisce "una macchia bianca sulla carta geografica del sociale".

Frend (ed anche Jung del resto) ha sostenuto che l'inconscio ignora la morte come fine e che l'idea di immortalità rappresenta un'illusione necessaria a rassicurare l'Io sulla sua continuità.

Sebbene l'immortalità sia un attributo dell'onnipotenza, Zapparoli riscontra nei malati terminali il ricorso ad “un’area illusionale” vissuta come necessaria protezione del panico che suscita una condizione di non guaribilità.

Ma l'impossibilità di "guarire dalla morte" (e dell'invecchiare) è una realtà che tocca ciascuno, che ci pone di fronte al tema del limite e della sua accettazione.

Il processo di civilizzazione dal cinquecento in poi, sia per la forte influenza del pensiero scientifico che per la spinta culturale di valori individualistici ha generato un processo di sempre maggior controllo degli affetti e delle pulsioni, una sostanziale rimozione dei processi esistenziali che contrastano i valori considerati positivi (progresso, dominio della natura, successo ecc). Ma la rimozione della morte consegna all'isolamento chi ne è colpito, oltre chi gli sopravvive, nel delicato processo di elaborazione del lutto. Comporta altresì l'espropriazione di un personale lavoro di elaborazione di questa realtà esistenziali. La non consapevolezza del limite d’altro canto concorre a generare processi socio-economici incompatibili con uno "sviluppo sostenibile", improntati al consumismo, alla dissipazione di risorse e ad una loro distribuzione iniqua.

Riportare la morte all'interno della nostra carta geografica, dentro il nostro orizzonte psichico ed emotivo darebbe dunque la possibilità di recuperare dimensioni dimenticate della propria umanità, ad esempio la capacità di vivere l'intimità, l'empatia, la condivisione anche laddove c'è soprattutto dolore, di poter sperare e contare sulla vicinanza laddove c'è soprattutto bisogno, ma anche di recuperare il valore positivo, evolutivo della sofferenza ed appunto, del limite.

E soprattutto, riconsiderare la morte come variabile della vita ha a che fare con la ricerca di senso: “sapere” che c'è un limite al tempo, all'energia, alle risorse ridà preziosità e peso a come le si spende, ci restituisce quindi responsabilità e spessore di ogni scelta che compiano.

Mi sento quindi di condividere una frase d'Elias, “la morte non ha nulla di spaventoso e questo è vero soprattutto per chi è in grado di riconoscere un senso alla propria esistenza".

 

dr.ssa Clotilde Vecchi

 


 

 

PSICOLOGIA E RELIGIONE: esperienza di Dio, esperienza di Sé

 

 


Da febbraio a novembre 2001 si sono svolti gli incontri di studio sul tema “psicologia e religione”. Vi hanno partecipato Paolo, Letizia, Maria, Daniela, Patrizia, Lino, Antonino, Clotilde, Dede, Micol, Paola. Su proposta di Paolo Cozzaglio, il conduttore del gruppo, gli argomenti trattati sono stati:1) la definizione dell’ambito dell’esperienza religiosa; 2) i miti delle origini e la caduta originaria; 3) l’escatologia: al di qua, al di là, oltre; 4) religione, morale, etica; 5) immagini di Dio nella polarità maschile-femminile. Ogni incontro iniziava con la proposta di alcuni brani tratti da testi sacri di religioni e tradizioni diverse, inerenti il tema trattato. La lettura dei brani serviva da stimolo per evidenziare l’esperienza personale dei partecipanti al gruppo, come esperienza umana universale che, in quanto tale, poteva riconoscersi e spiegare i brani stessi. Ben presto il gruppo si è reso conto di come l’esperienza psicologica e l’esperienza religiosa in realtà condividano le stesse domande fondamentali della vita: il senso della vita, del divenire, della morte e della sofferenza; la ricerca di una finalità e di una trascendenza come senso etico del vivere; le contraddizioni e le polarità di opposti individuali come espressione delle polarità universali.

Il gruppo ha poi rilevato come gli incontri, e il confronto su questi temi, siano stati uno stimolo alla curiosità e alla voglia di conoscere sempre più le dinamiche della vita. La voglia di rileggere (al di là di ogni “catechismo” dottrinario) e di conoscere i testi delle tradizioni religiose. Diversi partecipanti hanno manifestato la scoperta di poter parlare della propria esperienza come di una esperienza “religiosa”, superando la paura del giudizio da parte degli “addetti ai lavori” della religione; questo in particolare riguardo ai temi della morale e dell’etica. Il piacere di parlare con altri di “cose non comuni”, che tutti pensano, ma di cui speso nessuno parla.

La richiesta del gruppo è quella di continuare i lavori anche per l’anno prossimo.

 

p.c.


 


 

- PSICOPATOLOGIA -

 

L’adolescenza in una prospettiva evolutiva (-2-)

 


LA PERSONALITA’ E I SUOI DISTURBI

 

Per quel che riguarda l'adolescenza, come abbiamo anche visto precedentemente, non esiste nella letteratura una chiara differenziazione tra crisi dell'identità e dispersione dell'identità. Per Otto Kernberg (1984) è ancora aperto l'interrogativo se esista un certo grado di dispersione dell'identità. Secondo l'autore se si applica il suo metodo strutturale dovrebbero presentarsi frequenti casi di dispersione dell'identità che corrispondono ai casi limite -disturbi di personalità del DSM III R (1987). L'adolescente disturbato presenta gravi effetti disorganizzanti delle nevrosi sintomatiche, come angoscia grave e depressione, che condizionano il funzionamento generale dell'adolescente e che assomigliano ai breakdown tipici delle condizioni al limite. I conflitti con i genitori, insegnanti, e adulti in generale, possono riflettere bisogni nevrotici di dipendenza e ribellione o nascondere gravi patologie delle relazioni oggettuali ed una sindrome da dispersione dell'identità. Il comportamento antisociale può essere espressione di un adattamento "normale" o nevrotico ad un gruppo antisociale o riflettere una grave patologia del carattere. Le reazioni narcisistiche normali, nevrotiche ed infantili, possono dissimulare una patologia narcisistica con oscillamento per esempio da un funzionamento scolastico eccellente ad insuccessi in attività competitive. La presenza di perversioni sessuali, può essere tipica di una condizione al limite e le condizioni psicotiche possono essere caratteristiche della grave patologia del carattere. La difficoltà quindi per O.Kernberg nel tracciare una divisione tra funzionamento nevrotico o psicotico e condizione limite, è molto difficile da stabilire, soprattutto nell'adolescenza evidenziando come durante l'infanzia e l'adolescenza esistano cambiamenti repentini e veloci, il che non vuol dire però che manchi una personalità. Per l'autore la presenza di numerosi tratti in un adolescente di tipo maladattativo, inflessibile o rigido con continuità nel tempo ed attraverso le situazioni  possono ritenersi  specifici  di un disordine di personalità.

"Il DSM III R" afferma Kernberg" permette di riconoscere, nei bambini,  alcuni tratti di personalità, come egocentricità, inibizione, prudenza, sicurezza in sé, socievolezza, attività, permalosità ed opposizione in varie combinazioni che non vengono indirizzati sull'asse 2° ma sul 1°. In realtà questi tratti se diventano maladattativi, causando un decremento nel funzionamento e nel comportamento del bambino, causano un vero e proprio disturbo di personalità".

Per Rutter (1976, 1981, 1984) il concetto di personalità nell'infanzia serve da punto di ancoraggio per l'organizzazione di fattori costituzionali, esperienze, traumi e sintomi. Per l’autore lo sviluppo della personalità è la continuità di processi o meccanismi strutturali che non si riferiscono alla forma o alla qualità della personalità ma al processo psicologico che sottolinea la struttura. Questa continuità può unire pattern di comportamento collegati alle prime esperienze con alcune manifestazioni psicologiche che si esprimeranno più tardi nello sviluppo, così come una violenza sessuale può essere associata ad un disturbo borderline.

Da altri lavori di ricerca (Fenichel 1945, Andrulonis et al 1981, Sandler e Rosenblatt 1962, Rutter 1985) emerge come i traumi infantili le violenze e i disturbi psichici dei genitori, contribuiscano alla genesi di disturbi di personalità nell'adolescenza e nella prima età adulta. Esistono perciò dei fattori, genetici, costituzionali o comportamentali, che interferiscono con la normale integrazione della rappresentazione del mondo del bambino e che possono essere predittivi per lo sviluppo di un disturbo.

Per Kernberg (opere citate), lo studio della personalità nell'infanzia ed adolesceza deve tenere conto poi della continuità e discontinuità dello sviluppo. I modelli biologici si sono assettati verso una continuità, mentre quelli psicologici vedono nella discontinuità le caratteristiche del periodo. Solo lo sviluppo di studi longitudinali può chiarire il problema, andando ad individuare per esempio lo sviluppo di determinate strutture psichiche (rappresentazione di sé), rispetto alla continuità dello sviluppo e alle connessioni comportamentali. Nell'individuare perciò il limite tra normale e patologico, e nel fare chiarezza tra stato verso tratto di personalità, è necessario intervistare a più riprese il giovane. Perchè si strutturi un disturbo di personalità è necessario che: ci siano comportamenti inflessibili e rigidi che causino una diminuzione di funzionamento sociale ed occupazionale, così come una preoccupazione soggettiva, che durino più di due anni, e che siano ampiamente presenti nel contesto sociale e personale.

Glombek, Marton, Stein e Korenblum (1987), hanno svolto un lavoro per studiare quale fosse lo sviluppo della personalità durante la prima e la seconda adolescenza seguendo le teorie delle relazioni oggettuali. Questa teoria parte dalle idee di Bowlby (1982), circa la presenza di un organizzatore interno della personalità, che include le rappresentazioni del sé e delle figure significative. La costanza d'oggetto rappresenta il primo passo per mantenere separati nelle rappresentazioni mentali gli altri significativi (rappresentazione d'oggetto) e il sé (rappresentazione del sé).

 

 

dr. Lorenzo Bignamini


 


 

 

 

 

COLLOQUIO CON SILVIA MONTEFOSCHI

 

Riportiamo qui un breve colloquio che Paolo Cozzaglio ha avuto con Silvia Montefoschi dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre alle Twin Towers di New York. Questo brano vuole essere uno stimolo per la riflessione riguardo l’attuale situazione mondiale.

 

 


P.C.: La vicenda di questi giorni ci ha scosso tutti...

 

S.M.: Ma sai... tutto sommato, da quando gli uomini sono comparsi sulla terra, non hanno fatto che picchiarsi a vicenda, prima con le clave, poi le lance, le spade, la polvere da sparo, la bomba atomica. A me dà fastidio tutto questo moralismo, "un atto contro la civiltà"... ma come, non sono stati gli americani a buttare la bomba atomica a Hiroshima? Ma perché, gli eccidi legalizzati vanno bene, e questo non va bene perché non è legalizzato? Certo che, lo so, andiamo verso il caos totale. È stato un disastro tremendo.

 

L'America aveva imposto il suo sistema economico e questo potrebbe essere un cambiamento di dimensioni mondiali. È’ un attacco che viene dall'interno. Forse questo sistema di sfruttamento economico americano non potrà più andare avanti come ora.

 

Sì, c'è una rivolta. L'America è quella che ha imposto il sistema economico mondiale. Il disastro che è accaduto è segno di una catastrofe grossa, è segno comunque della fine di un sistema di organizzazione umana che non va più oltre. L'autodistruzione dell'umanità ora non è più regolata; fino ad ora c'era una sorta di regolazione anche nell’autodistruzione, c'erano dei limiti. Ora anche il sistema dell’autodistruzione è senza controllo. Non è neppure una guerra generale: chi combatte chi? È’ la fine di questo sistema. O si trova un altro sistema di organizzazione umana... ma finora idee non ci sono. Non c'è nessun modello alternativo, nessuno più rinuncia ormai al feticismo del potere monetario. Fino a che la coscienza è quella dell'io, della salvaguardia del potere personale, la visione di Marx non si è potuta realizzare, perché essa richiede un riconoscere in sè una coscienza universale.

La logica dell'io è la logica del soggetto che sa di sapere di sè come soggetto, e che vede l'altro come oggetto su cui ha potere, e di cui corre continuamente il rischio di diventare a sua volta l'oggetto. Quindi è una guerra continua; per questo l'umanità si è sempre sbranata. Se non si supera la logica dell'Io, non c'è niente da fare. Comunque si sarà costretti a compiere questo passo per via dell'autodistruzione.

 

A me l'America ha ricordato sempre l'impero romano. Mi ricorda l'impero romano perché esso, a contatto con altre culture, sembrava tollerarle, però poi imponeva col potere il suo regime. In fondo mi sembra che anche l'America faccia così. Si dice rispettosa delle culture e si fa paladina della pace mondiale, ma poi finanzia le guerre interne agli stati per imporre il proprio potere senza comparire direttamente. E alla fine impone una visione culturale molto riduttiva, semplificata: coca cola e hamburger.

 

La differenza è che l'impero romano si colloca in un momento storico diverso da quello dell'America. L'impero romano era incalzato dalla necessità di portare una cultura universale (pensa alla diffusione delle lingue indo-europee) per far sì che gli esseri umani superassero le loro frammentazioni e si riconoscessero sempre più in una coscienza unica. Oggi l'umanità ha già raggiunto questo punto estremo, la planetarizzazione, e il lavoro per raggiungere una coscienza universale è ormai un lavoro di tipo interiore, e non sociale.

Viceversa, l'umanità che questo traguardo ha raggiunto, non può andare oltre sé stessa, oltre la logica del sociale limitato a questo tipo di struttura dell'io, ed è successo che ognuno si è ripiegato maggiormente su sé stesso. Come quando, con la nascita dell'uomo, la scimmia si è fermata sulla propria evoluzione, così con la nascita della nuova umanità la vecchia si è fermata sulla logica dell'io.

L'America allora vuole imporre un suo punto di vista, l'impero romano storicamente ha invece permesso la diffusione di una cultura universale. L'impero romano ha civilizzato il mondo. Quella dell'America è una visione della vita squallida: tutti belli e carini, tutta apparenza. Assomiglia all'impero romano nel senso che ormai siamo tutti colonie dell'impero, questo si. Ora però l'America è stata fortemente toccata, avverrà un cambiamento radicale, è la prima volta nella storia recente in cui si è trovata veramente in difficoltà. E infatti non sa bene che fare. Il terrorista può essere chiunque, è difficile individuarlo. Questo genera il terrore, non ci si può più fidare di nessuno. Figuriamoci, con tutti i movimenti immigratori che ci sono in atto...

 

Sembra che ci troviamo di fronte a una contraddizione; da un lato la nostra civiltà ha portato a mezzi potentissimi per favorire la comunicazione, come ad esempio Internet; dall'altro l'uomo vive in sè stesso una separazione e la vive nei confronti dell'altro...

 

Sai, non è una contraddizione, è un salto evolutivo. Sarebbe come dire che c'è la contraddizione tra l'uomo e la scimmia, ma non c'è una contraddizione, è solo un livello di coscienza diverso, superiore. Tutta l'evoluzione consiste in salti del pensiero su piani di riflessione più elevata, laddove il vivente raggiunge una forma più consapevole dell’intero, più consapevole di sè stesso e di una maggiore ampiezza del reale. Nell'uomo il Pensiero ha saputo di sè come pensiero. L'uomo si è riconosciuto come soggetto pensante, e il Pensiero Uno, il pensiero che c'era al principio, Dio (cfr. vangelo di Giovanni, prologo) ha preso consapevolezza di sè, tanto è vero che il concetto di Dio nasce con l'uomo. Fino all'uomo Dio non sapeva di sè. Tuttavia, anche nell'uomo, l'essere continua a portare la logica della separazione, nel senso che si identifica ancora nella forma animale: “specie animale uomo”. Nasce l'Io che mantiene separato la totalità dell'essere, il pensiero, dalla forma animale finita, il corpo. Tutti i grandi conflitti tra l'uno e l'altro, tra lo spirito la materia, l'eterno conflitto tra l'uomo e la donna, tra il maschile e il femminile, vengono mantenuti in questa logica dell'io. L'Io infatti è l'identità che l'individuo si dà sulla base delle ruolo che svolge. Nella divisione del lavoro, la donna si è riconosciuta come l'essere che doveva portare avanti la vita biologica, materiale, mentre l'uomo si è riconosciuto come l'essere che portava avanti il pensiero, la tecnica e la trasformazione della natura, della materia. La donna ha portato avanti il peso della materia per permettere all'uomo di sviluppare il pensiero, e l'uomo, grazie al pensiero, ha man mano sollevato la donna dalla schiavitù alla dimensione biologica (pensa alla pillola contraccettiva...) e così realizzare l'intersoggettività, ovvero la coniunctio.

Ma se è avvenuta la coniunctio, se c'è stato un salto evolutivo, siamo oltre l'Io, siamo oltre l'uomo, siamo in un'altra dimensione.

In questo senso non fa problema che la vecchia umanità si sbrani a vicenda. Certo, questo mondo tende a finire. La mia visione è proprio la fine del mondo: è ciò che ho scritto in "dall'uno all'uno oltre l'universo". Il mondo tende ad andare a rotoli perché ha perso la visione del trascendente. Nel momento in cui è nato il “regno del figlio dell'uomo”, in cui il Pensiero sa di sé come il Vivente, e Dio si realizza nella coscienza del soggetto umano, l'umanità che anelava a questa finalità, la perde, e si ripiega sulla dimensione assolutamente materiale. Questo che sta avvenendo ne è semplicemente la conferma.

La nuova umanità ripone la sua identità nella presenza pensante, ovvero nella consapevolezza di essere il Pensiero Uno, che in sé  sa di sé stesso, e che unisce tutti. Certo, la nuova umanità passerà anche attraverso la distruzione del vecchio mondo.

 

È’ vero, come processo evolutivo, questa dinamica è spontanea. Tuttavia, anche nella tua vita c'è stata una progressiva presa di coscienza. In fondo finora il consolidamento della conoscenza più elevata a livello della coscienza-uomo, non ha comportato la fine o la dissoluzione dei livelli di coscienza inferiori.

 

Ci sarà una fine dei livelli inferiori solo quando nascerà la nuova umanità. Questo discorso risulta difficile perché c'è la consuetudine a pensare che le cose debbano andare come sono sempre andate, il che non è affatto vero. Ci appare inconcepibile esistere senza più la materia. Ma noi esisteremo proprio senza più la materia! Lì ogni contraddizione sarà risolta, "non ci sarà più né lutto, né morte, né affanno" [apocalisse di San Giovanni, ndr.] "perché le cose di prima -dico io- non ci sono mai state".

Le forme materiali sono iscritte come tappe della storia del Pensiero. La psicoanalisi stessa ha iniziato il processo del recupero del pensiero proiettato nella materia: con Freud inizia il recupero della proiezione delle vicende personali, con Jung il recupero delle vicende storiche umane, e il salto ulteriore sarà il recupero della proiezione di tutto ciò che è iscritto come conoscenza in noi, e che noi ancora proiettiamo fuori di noi. Avverrà il momento in cui tutto, ma proprio tutto, ritornerà alla consapevolezza di sé, nella consapevolezza dei nuovi soggetti pensanti che sapranno di sé come tali.

 

Però è come se questi diversi piani li avessimo ancora sotto la nostra vista...

 

Certo, li abbiamo iscritti nella nostra memoria. L'importante è di considerarli come una memoria, piuttosto che come una realtà.

Anche nel processo analitico individuativo spesso accade che il soggetto abbia raggiunto un livello di consapevolezza superiore, e quindi non si riconosca più nelle vecchie problematiche. Ciò nonostante, le vecchie problematiche hanno ancora una loro autonomia, come inerzia, come ripetizione dell'informazione: la famosa "coazione a ripetere" di Freud. Così le vecchie problematiche continuano a comparire nei sogni o nel comportamento. Ciò che il soggetto deve fare è di non dargli più ascolto.

Dio nascerà nel momento in cui l'uomo avrà la coscienza della totalità dell'essere nel suo divenire, la visione dell'Uno. E’ come se noi, nella nostra unione, realizzassimo l'unico e solo individuo. Tutto prende le mosse dal Pensiero, ogni forma di vita, ogni nostra azione. La vita è Pensiero.

 

In effetti è prendere coscienza del pensiero ciò che ci stupisce. In fondo una catastrofe naturale fa lo stesso numero di vittime della catastrofe delle torri gemelle a New York, ma ciò che ci sgomenta è il vederci un'intenzionalità, che al contrario, pur essendoci, non attribuiamo alla natura.

 

Il pensiero dell'umanità sta andando verso l'autodistruzione, perché non ha più una meta, non ha più una finalità; la dimensione trascendente, Dio, non c'è più. Ti ricordi di quel sogno riportato in "al di là del tabù dell'incesto"? La sognatrice assiste a uno spettacolo orripilante: gli uomini si sbranano a vicenda; allora, sconvolta, va in ricerca della chiave che spieghi quest'orrore, e arriva ai confini del mondo, dove trova il grande palazzo principesco che l'uomo ha posto lì per demarcare i confini.

In altre parole, se l'uomo pone il limite dell'evoluzione a sè stesso, tutto precipita nel disordine, nell'auto-divorazione. Tutto si organizza in funzione di un livello superiore. Sta accadendo proprio questo.

Finché la vita rimane sul piano materiale, non si risolve il conflitto tra la vita e la morte. Tra gli esseri viventi presenti sul piano materiale, chi salvare? Le pulci o i gatti?

O è tutto una fandonia e la vita è un eterno inferno, uno sbranarsi delle forme viventi a vicenda, nella ripetizione orrenda di atti insensati (la ripetitività del quotidiano è quasi peggio della violenza, il non-senso della vita), oppure la logica impone il superamento di questo sistema e della materia. Che senso avrebbe che tutta l'evoluzione si fermasse all'uomo, e dunque ancora al piano materiale? Un inferno perenne? È’ fuori da ogni logica.

 

E della logica che vige nell'Islam, che ne pensi?

 

L'integralismo islamico rientra nella visione del sintomo. Sappiamo che il sintomo nevrotico sembra deviare dalla norma per portare alle estreme conseguenze una particolare dinamica comportamentale, e così dimostrare che non è più compatibile con il proseguire della vita. Che succede in fondo nell'Islam? Se vige ancora, come vige nella vecchia umanità, nel sistema sociale predominante, una dinamica relazionale tra uomo e donna, in cui la donna può intendere la sua vita solo nella relazione con l'uomo, le leggi estremiste islamiche portano questa situazione al paradosso. La donna non ha mai avuto la legittimità di esprimere un proprio pensiero autonomo? I talebani lo estremizzano tenendo la donna nell'analfabetismo, non la fanno neanche parlare. La donna è l'oggetto dell'uomo all'interno della coppia, la mogliettina fedele? Eccola lì, coperta del burka, nascosta, che nessuno la veda.

Insomma, l'integralismo islamico è il sintomo nevrotico dell'intero sistema sociale quanto alla relazione uomo-donna, per portare alle estreme conseguenze la contraddizione e infine romperla. È così perché in fondo questa contraddizione caratterizza ancora il rapporto tra uomo e donna. Non dimentichiamo che anche nell'integralismo islamico le donne sono in una posizione di omertà. Si potrebbero ribellare, nessuno potrebbe impedirlo, in estremo si potrebbero ribellare anche con un suicidio collettivo. La situazione dell'Islam mette a nudo la nostra falsa libertà portandola alle estreme conseguenze: a tutt'oggi l'uomo si vive come soggetto e la donna come oggetto.


 


 

- SPAZIO SOCI -

 

Il punto della situazione sulla psicologia del fumetto (-1-)

 


E’ oramai più di un secolo che i fumetti sono, di fatto, una delle letture più frequenti di bambini, adolescenti ed anche adulti; ma soltanto verso la fine degli anni ’60 essi vengono definiti letteratura per immagini, dopo essere stati veicoli propagandistici ed oggetto di censure e polemiche pedagogiche assai aspre. In mancanza di una specifica disciplina di fumettologia, improbabile anche per il futuro, gli studi sul fumetto sono stati condotti nell’ambito della semiologia, dell’antropologia, della sociologia, della pedagogia e della psicologia.

In Italia, il più importante manuale di psicologia del fumetto risale al 1975 ed è ancora oggi il contributo più completo sull’argomento; fu scritto da un esperto di fumetti, Carlo Castelli, ed uno psicologo noto per ben altri compendi di psicologia, Antonio Imbasciati, che fu il primo ad applicare in maniera rigorosa il metodo psicoanalitico allo studio dei contenuti dei fumetti. L’analisi psicologica dei fumetti assume molta rilevanza non solo per il quadro evolutivo dei giovani lettori, ma anche per comprendere i mutamenti della società. Gli eroi di carta infatti riflettono in ogni epoca le caratteristiche, i valori, i bisogni e le fantasie conscie ed inconscie di quanto prevale nelle personalità delle giovani generazioni. Basti pensare ai supereroi durante l’ultimo conflitto mondiale o ai fumetti neri (Diabolik, Kriminal) durante gli anni della contestazione giovanile.

Gli esordi del fumetto sono temporalmente paralleli a quelli del cinema, entrambi nascono nel 1895; il loro rapporto “fraterno” è peraltro inferibile anche dalla similarità dell’evoluzione delle tecniche di linguaggio e di montaggio. Nonostante l’immediato successo acquisito negli Stati Uniti, in Europa il fumetto tardò a diffondersi ed a svilupparsi: il balloon, ovvero la nuvoletta che esce dalla bocca del personaggio parlante o pensante, arrivò in Italia soltanto nel 1932, sostituendo le cantilenanti rime poste in calce alla vignetta. A contrastare l’evoluzione del linguaggio dei fumetti non furono soltanto i diktat dei gerarchi fascisti, ma anche i pedagogisti cattolici, almeno fino alla fine degli anni ’60: Valentini scrive su una rivista cattolica che i fumetti hanno un effetto nefasto sull’individuo e sulla società, turbando l’equilibrio dei giovani con la sessualità e la violenza, mentre Levi parla di letteratura per illetterati, e Cunsolo, dopo essersi affannato a riportare esempi di violenza imitativa tutt’altro che empirici, propone addirittura di mettere gli albi a fumetti fuori legge; si potrebbe andare avanti per molte pagine citando i loro interventi.        

Il primo vero rinnovamento dei codici, del montaggio e dei significanti iconici del fumetto avvenne negli anni sessanta, con la nascita di due nuovi generi: l’intellettuale (Linus, Eureka, ecc.) ed il nero (Diabolik, Satanik, ecc.). Verso la fine degli anni sessanta si assiste anche ad un radicale cambiamento della psicopatologia della personalità giovanile; dalle nevrosi classiche centrate sul complesso edipico si passò alle patologie miste di tipo borderline con nuclei psicotici e caratteriali: proprio quelle degli eroi dei fumetti neri e delle generazioni che li hanno consumati.  Ed è proprio a partire da quel periodo che gli psicologi riescono a lavorare analizzando il fumetto, invece di trovarsi a doverlo giudicare in fretta e furia per conto di correnti pedagogiche, politiche o religiose. Le ricerche psicologiche sul fumetto sono state condotte in diversi ambiti e con diversi scopi: 1) Ricerche generali sulla lettura dei fumetti con pariticolare riguardo agli albi preferiti ed avversati; 2) Ricerche sulla comprensione e sugli effetti della lettura dei fumetti; 3) Analisi delle macronarrazioni; 4) Profili psicoanalitici degli eroi di carta. 5) Classificazioni per genere degli albi a fumetti in base a tutte le testate offerte dall’edicola. La psicologia, dal canto suo, ha usufruito in diversi modi della tecnica del fumetto come strumento di ricerca, basti pensare alle decine di test proiettivi il cui materiale-stimolo è costituito da tavole a fumetti.   

La mia ultima classificazione per generi degli albi a fumetti risale al febbraio 1992 e prende in considerazione 153 testate, raggruppabili in 16 generi per ognuno dei quali è possibile ipotizzare una specifica struttura della personalità dei lettori che li prediligono:

1)                 Albi per i più piccini:  si tratta di testate come “Miao”, “Colorare”, “Popples”, ecc. Attraverso questi periodici il bambino impara a colorare varie figure, tra cui quelle umane, cercando di restare entro i margini del disegno; si tratta di un genere non riconducibile ad una particolare struttura di personalità in quanto non contiene racconti.

2)                 Comico classico: tra le testate più note indichiamo Topolino, Paperino, Braccio di Ferro e Silvestro; per quanto riguarda i periodici Disney sembra avvenire la realizzazione del desiderio infantile censurato ed inconscio di sostituirsi ai genitori, che nelle avventure è mascherato sia dal mondo animalesco (paperi e topi), sia dalla negazione dei rapporti genitoriali (tutti zii e nipoti al posto di padri e figli). I personaggi più piccoli di statura (figli) si dimostrano sempre attivi ed efficaci, mentre quelli con sembianze di adulti sono incapaci (Commissario Basettoni), pigri  (Paperoga), inetti (Paperino), avari (Paperone), tonti (Pippo) ecc. E’ evidente la collusione con i desideri di onnipotenza dei piccoli lettori attivati dall’invidia edipica, cosicchè Paperino è ridotto ad uno zio imbelle che i nipoti devono spesso soccorrere; questo soccorso benevolo è la maschera perfetta per nascondere il sadismo infantile e della più esplicita squalifica del ruolo genitoriale.

     Diversa è la chiave maieutica per Braccio di Ferro dove l’onnipotenza è proiettata sul padre, mentre il figlio Pisellino è bisognoso di soccorso e protezione ed essendo disegnato come un organo sessule maschile in stato di quiete, ne porta anche il vezzeggiativo come nome.

     Un terzo sottogruppo è rappresentato dai personaggi della Hanna & Barbera, in cui l’attenzione sembra essere focalizzata sulla fase orale dello sviluppo sessuale ed i racconti coinvolgono coppie di personaggi  (Silvestro/Titti, Vil Coyote/BipBip, Taddeo/Duffy Duck, Sam/Bugs Bunny) impegnati reciprocamente nella problematica mangiare/essere mangiati.

3)                 Comico intellettuale: Si tratta di una categoria molto eterogenea, dove ogni personaggio veicola determinate fantasie, assai più evolute di quelle del raggruppamento precedente; tra le testate più note Lupo Alberto, Sturmtruppen e Cattivik.

 

Marco Minelli

Psicologo