Viene spesso da chiederci qual è il nostro lavoro, qual è
il nostro compito. La risposta viene da sé, basta che ci ricordiamo che, come
psicoterapeuti, siamo
t e r a p e u t i .
Da questo termine si evince che il nostro compito è
aiutare tutti, chiunque si rivolge a noi, a noi seguaci di Asclepio. Lo abbiamo
non solo promesso, ma anche giurato; lo abbiamo giurato nel nome di Ippocrate
di Coo, il maestro di medicina per eccellenza.
Compito d’ogni terapeuta – e dunque sia del medico, che
dello psicologo – è non solo curare,
ma ricercare per capire meglio,
quindi per curare meglio. Seguendo lo spirito che l’antichità dava alla parola
“terapeuta”, cioè colui che si votava al culto di dio, curare non significa
solo alleviare la sofferenza, significa anche aiutare a condurre l’essere umano
alla sua fonte, riportare l’uomo a dio, riportare l’uomo alla sua divinità.
Chiaro, questo è lo scopo ultimo
del nostro operare, è quello che dà il senso al nostro agire. Le azioni per
raggiungerlo sono tante, tantissime; alcune volte eclatanti e quindi subito
soddisfacenti, alcune volte piccole, piccolissime, parcellari, ma pur sempre
essenziali e altrettanto soddisfacenti.
Ogni individuo si presenta a noi
nei diversi gradi della sua evoluzione personale. Quando ci chiediamo a che
punto sia della sua evoluzione è affinché il nostro aiuto risulti il più
efficace possibile.
Jung stesso intende il processo di individuazione come un traguardo evolutivo e, come tutti i traguardi in evoluzione, punto d’arrivo e ulteriore punto di partenza.
Il 16 novembre è avvenuto l’ultimo
incontro di n. 6 serate dedicate a film che sviluppano, con angolazioni
diverse, la tematica della morte.
Mi sembra interessante segnalare due
aspetti che hanno caratterizzato questa iniziativa.
Il primo riguarda la frequenza: si sono
iscritte 7 persone per tutto il ciclo ma nessuno lo ha seguito interamente (in
particolare 1 persona ha seguito i primi 3 incontri, 2 hanno partecipato al 1 e
al 3° incontro 1 ne ha seguiti 3 alternati).
Di fatto ad ogni incontro c'è stata una
partecipazione che ha oscillato da un minimo di 9 ad un massimo di 18 persone,
con aggregazioni sempre diverse e casuali: c'è stata quindi una discontinuità
che ha reso questa iniziativa più uno stimolo occasionale che un percorso di
riflessione.
Il secondo aspetto riguarda il
contenuto del dibattito che nella prima serata ha affrontato (soprattutto per
sollecitazione dei conduttori) il tema previsto, mentre nelle successive si è
focalizzato quasi esclusivamente sugli aspetti estetici del film, come in un
normale cineforum.
L'impressione è che questi elementi
testimonino una forte resistenza ad affrontare ciò che Elias definisce
"una macchia bianca sulla carta geografica del sociale".
Frend (ed anche Jung del resto) ha
sostenuto che l'inconscio ignora la morte come fine e che l'idea di immortalità
rappresenta un'illusione necessaria a rassicurare l'Io sulla sua continuità.
Sebbene l'immortalità sia un attributo
dell'onnipotenza, Zapparoli riscontra nei malati terminali il ricorso ad
“un’area illusionale” vissuta come necessaria protezione del panico che suscita
una condizione di non guaribilità.
Ma l'impossibilità di "guarire
dalla morte" (e dell'invecchiare) è una realtà che tocca ciascuno, che ci
pone di fronte al tema del limite e della sua accettazione.
Il processo di civilizzazione dal
cinquecento in poi, sia per la forte influenza del pensiero scientifico che per
la spinta culturale di valori individualistici ha generato un processo di
sempre maggior controllo degli affetti e delle pulsioni, una sostanziale
rimozione dei processi esistenziali che contrastano i valori considerati
positivi (progresso, dominio della natura, successo ecc). Ma la rimozione della
morte consegna all'isolamento chi ne è colpito, oltre chi gli sopravvive, nel
delicato processo di elaborazione del lutto. Comporta altresì l'espropriazione
di un personale lavoro di elaborazione di questa realtà esistenziali. La non
consapevolezza del limite d’altro canto concorre a generare processi
socio-economici incompatibili con uno "sviluppo sostenibile",
improntati al consumismo, alla dissipazione di risorse e ad una loro
distribuzione iniqua.
Riportare la morte all'interno della
nostra carta geografica, dentro il nostro orizzonte psichico ed emotivo darebbe
dunque la possibilità di recuperare dimensioni dimenticate della propria
umanità, ad esempio la capacità di vivere l'intimità, l'empatia, la condivisione
anche laddove c'è soprattutto dolore, di poter sperare e contare sulla
vicinanza laddove c'è soprattutto bisogno, ma anche di recuperare il valore
positivo, evolutivo della sofferenza ed appunto, del limite.
E soprattutto, riconsiderare la morte
come variabile della vita ha a che fare con la ricerca di senso: “sapere” che
c'è un limite al tempo, all'energia, alle risorse ridà preziosità e peso a come
le si spende, ci restituisce quindi responsabilità e spessore di ogni scelta
che compiano.
Mi sento quindi di condividere una
frase d'Elias, “la morte non ha nulla di spaventoso e questo è vero soprattutto
per chi è in grado di riconoscere un senso alla propria esistenza".
dr.ssa
Clotilde Vecchi
Da febbraio a novembre 2001 si sono
svolti gli incontri di studio sul tema “psicologia e religione”. Vi hanno
partecipato Paolo, Letizia, Maria, Daniela, Patrizia, Lino, Antonino, Clotilde,
Dede, Micol, Paola. Su proposta di Paolo Cozzaglio, il conduttore del gruppo,
gli argomenti trattati sono stati:1) la definizione dell’ambito dell’esperienza
religiosa; 2) i miti delle origini e la caduta originaria; 3) l’escatologia: al
di qua, al di là, oltre; 4) religione, morale, etica; 5) immagini di Dio nella
polarità maschile-femminile. Ogni incontro iniziava con la proposta di alcuni
brani tratti da testi sacri di religioni e tradizioni diverse, inerenti il tema
trattato. La lettura dei brani serviva da stimolo per evidenziare l’esperienza
personale dei partecipanti al gruppo, come esperienza umana universale che, in
quanto tale, poteva riconoscersi e spiegare i brani stessi. Ben presto il
gruppo si è reso conto di come l’esperienza psicologica e l’esperienza
religiosa in realtà condividano le stesse domande fondamentali della vita: il
senso della vita, del divenire, della morte e della sofferenza; la ricerca di
una finalità e di una trascendenza come senso etico del vivere; le
contraddizioni e le polarità di opposti individuali come espressione delle polarità
universali.
Il gruppo ha poi rilevato come gli
incontri, e il confronto su questi temi, siano stati uno stimolo alla curiosità
e alla voglia di conoscere sempre più le dinamiche della vita. La voglia di
rileggere (al di là di ogni “catechismo” dottrinario) e di conoscere i testi
delle tradizioni religiose. Diversi partecipanti hanno manifestato la scoperta
di poter parlare della propria esperienza come di una esperienza “religiosa”,
superando la paura del giudizio da parte degli “addetti ai lavori” della
religione; questo in particolare riguardo ai temi della morale e dell’etica. Il
piacere di parlare con altri di “cose non comuni”, che tutti pensano, ma di cui
speso nessuno parla.
La richiesta del gruppo è quella di
continuare i lavori anche per l’anno prossimo.
p.c.
L’adolescenza in una prospettiva evolutiva (-2-)
LA
PERSONALITA’ E I SUOI DISTURBI
Per quel che
riguarda l'adolescenza, come abbiamo anche visto precedentemente, non esiste
nella letteratura una chiara differenziazione tra crisi dell'identità e
dispersione dell'identità. Per Otto Kernberg (1984) è ancora aperto
l'interrogativo se esista un certo grado di dispersione dell'identità. Secondo
l'autore se si applica il suo metodo strutturale dovrebbero presentarsi frequenti
casi di dispersione dell'identità che corrispondono ai casi limite -disturbi di
personalità del DSM III R (1987). L'adolescente disturbato presenta gravi
effetti disorganizzanti delle nevrosi sintomatiche, come angoscia grave e
depressione, che condizionano il funzionamento generale dell'adolescente e che
assomigliano ai breakdown tipici delle condizioni al limite. I conflitti con i
genitori, insegnanti, e adulti in generale, possono riflettere bisogni
nevrotici di dipendenza e ribellione o nascondere gravi patologie delle
relazioni oggettuali ed una sindrome da dispersione dell'identità. Il
comportamento antisociale può essere espressione di un adattamento
"normale" o nevrotico ad un gruppo antisociale o riflettere una grave
patologia del carattere. Le reazioni narcisistiche normali, nevrotiche ed
infantili, possono dissimulare una patologia narcisistica con oscillamento per
esempio da un funzionamento scolastico eccellente ad insuccessi in attività
competitive. La presenza di perversioni sessuali, può essere tipica di una
condizione al limite e le condizioni psicotiche possono essere caratteristiche
della grave patologia del carattere. La difficoltà quindi per O.Kernberg nel
tracciare una divisione tra funzionamento nevrotico o psicotico e condizione limite,
è molto difficile da stabilire, soprattutto nell'adolescenza evidenziando come
durante l'infanzia e l'adolescenza esistano cambiamenti repentini e veloci, il
che non vuol dire però che manchi una personalità. Per l'autore la presenza di
numerosi tratti in un adolescente di tipo maladattativo, inflessibile o rigido
con continuità nel tempo ed attraverso le situazioni possono ritenersi
specifici di un disordine di
personalità.
"Il DSM
III R" afferma Kernberg" permette di riconoscere, nei bambini, alcuni tratti di personalità, come
egocentricità, inibizione, prudenza, sicurezza in sé, socievolezza, attività,
permalosità ed opposizione in varie combinazioni che non vengono indirizzati
sull'asse 2° ma sul 1°. In realtà questi tratti se
diventano maladattativi, causando un decremento nel funzionamento e nel
comportamento del bambino, causano un vero e proprio disturbo di
personalità".
Per Rutter
(1976, 1981, 1984) il concetto di personalità nell'infanzia serve da punto di
ancoraggio per l'organizzazione di fattori costituzionali, esperienze, traumi e
sintomi. Per l’autore lo sviluppo della personalità è la continuità di processi
o meccanismi strutturali che non si riferiscono alla forma o alla qualità della
personalità ma al processo psicologico che sottolinea la struttura. Questa
continuità può unire pattern di comportamento collegati alle prime esperienze
con alcune manifestazioni psicologiche che si esprimeranno più tardi nello
sviluppo, così come una violenza sessuale può essere associata ad un disturbo
borderline.
Da altri
lavori di ricerca (Fenichel 1945, Andrulonis et al 1981, Sandler e Rosenblatt
1962, Rutter 1985) emerge come i traumi infantili le violenze e i disturbi
psichici dei genitori, contribuiscano alla genesi di disturbi di personalità nell'adolescenza
e nella prima età adulta. Esistono perciò dei fattori, genetici, costituzionali
o comportamentali, che interferiscono con la normale integrazione della
rappresentazione del mondo del bambino e che possono essere predittivi per lo
sviluppo di un disturbo.
Per Kernberg
(opere citate), lo studio della personalità nell'infanzia ed adolesceza deve
tenere conto poi della continuità e discontinuità dello sviluppo. I modelli
biologici si sono assettati verso una continuità, mentre quelli psicologici
vedono nella discontinuità le caratteristiche del periodo. Solo lo sviluppo di
studi longitudinali può chiarire il problema, andando ad individuare per
esempio lo sviluppo di determinate strutture psichiche (rappresentazione di
sé), rispetto alla continuità dello sviluppo e alle connessioni
comportamentali. Nell'individuare perciò il limite tra normale e patologico, e
nel fare chiarezza tra stato verso tratto di personalità, è necessario
intervistare a più riprese il giovane. Perchè si strutturi un disturbo di
personalità è necessario che: ci siano comportamenti inflessibili e rigidi che
causino una diminuzione di funzionamento sociale ed occupazionale, così come
una preoccupazione soggettiva, che durino più di due anni, e che siano
ampiamente presenti nel contesto sociale e personale.
Glombek, Marton, Stein e Korenblum
(1987), hanno svolto un lavoro per studiare quale fosse lo sviluppo della
personalità durante la prima e la seconda adolescenza seguendo le teorie delle
relazioni oggettuali. Questa teoria parte dalle idee di Bowlby (1982), circa la
presenza di un organizzatore interno della personalità, che include le
rappresentazioni del sé e delle figure significative. La costanza d'oggetto
rappresenta il primo passo per mantenere separati nelle rappresentazioni
mentali gli altri significativi (rappresentazione d'oggetto) e il sé
(rappresentazione del sé).
Riportiamo
qui un breve colloquio che Paolo Cozzaglio ha avuto con Silvia Montefoschi dopo
l’attentato terroristico dell’11 settembre alle Twin Towers di New York. Questo
brano vuole essere uno stimolo per la riflessione riguardo l’attuale situazione
mondiale.
P.C.: La vicenda di questi giorni ci
ha scosso tutti...
S.M.: Ma sai... tutto sommato, da quando gli uomini sono comparsi sulla
terra, non hanno fatto che picchiarsi a vicenda, prima con le clave, poi le
lance, le spade, la polvere da sparo, la bomba atomica. A me dà fastidio tutto
questo moralismo, "un atto contro la civiltà"... ma come, non sono
stati gli americani a buttare la bomba atomica a Hiroshima? Ma perché, gli
eccidi legalizzati vanno bene, e questo non va bene perché non è legalizzato?
Certo che, lo so, andiamo verso il caos totale. È stato un disastro tremendo.
L'America aveva imposto il suo sistema economico e questo potrebbe essere un cambiamento di dimensioni mondiali. È’ un attacco che viene dall'interno. Forse questo sistema di sfruttamento economico americano non potrà più andare avanti come ora.
Sì, c'è una rivolta. L'America è quella che ha imposto il sistema
economico mondiale. Il disastro che è accaduto è segno di una catastrofe
grossa, è segno comunque della fine di un sistema di organizzazione umana che
non va più oltre. L'autodistruzione dell'umanità ora non è più regolata; fino
ad ora c'era una sorta di regolazione anche nell’autodistruzione, c'erano dei
limiti. Ora anche il sistema dell’autodistruzione è senza controllo. Non è
neppure una guerra generale: chi combatte chi? È’ la fine di questo sistema. O
si trova un altro sistema di organizzazione umana... ma finora idee non ci
sono. Non c'è nessun modello alternativo, nessuno più rinuncia ormai al
feticismo del potere monetario. Fino a che la coscienza è quella dell'io, della
salvaguardia del potere personale, la visione di Marx non si è potuta
realizzare, perché essa richiede un riconoscere in sè una coscienza universale.
La logica dell'io è la logica del soggetto che sa di sapere di sè come
soggetto, e che vede l'altro come oggetto su cui ha potere, e di cui corre
continuamente il rischio di diventare a sua volta l'oggetto. Quindi è una
guerra continua; per questo l'umanità si è sempre sbranata. Se non si supera la
logica dell'Io, non c'è niente da fare. Comunque si sarà costretti a compiere
questo passo per via dell'autodistruzione.
A me l'America ha ricordato sempre l'impero romano. Mi ricorda l'impero romano perché esso, a contatto con altre culture, sembrava tollerarle, però poi imponeva col potere il suo regime. In fondo mi sembra che anche l'America faccia così. Si dice rispettosa delle culture e si fa paladina della pace mondiale, ma poi finanzia le guerre interne agli stati per imporre il proprio potere senza comparire direttamente. E alla fine impone una visione culturale molto riduttiva, semplificata: coca cola e hamburger.
La differenza è che l'impero romano si colloca in un momento storico
diverso da quello dell'America. L'impero romano era incalzato dalla necessità
di portare una cultura universale (pensa alla diffusione delle lingue
indo-europee) per far sì che gli esseri umani superassero le loro
frammentazioni e si riconoscessero sempre più in una coscienza unica. Oggi
l'umanità ha già raggiunto questo punto estremo, la planetarizzazione, e il
lavoro per raggiungere una coscienza universale è ormai un lavoro di tipo
interiore, e non sociale.
Viceversa, l'umanità che questo traguardo ha raggiunto, non può andare
oltre sé stessa, oltre la logica del sociale limitato a questo tipo di
struttura dell'io, ed è successo che ognuno si è ripiegato maggiormente su sé
stesso. Come quando, con la nascita dell'uomo, la scimmia si è fermata sulla
propria evoluzione, così con la nascita della nuova umanità la vecchia si è
fermata sulla logica dell'io.
L'America allora vuole imporre un suo punto di vista, l'impero romano
storicamente ha invece permesso la diffusione di una cultura universale.
L'impero romano ha civilizzato il mondo. Quella dell'America è una visione
della vita squallida: tutti belli e carini, tutta apparenza. Assomiglia
all'impero romano nel senso che ormai siamo tutti colonie dell'impero, questo
si. Ora però l'America è stata fortemente toccata, avverrà un cambiamento
radicale, è la prima volta nella storia recente in cui si è trovata veramente
in difficoltà. E infatti non sa bene che fare. Il terrorista può essere
chiunque, è difficile individuarlo. Questo genera il terrore, non ci si può più
fidare di nessuno. Figuriamoci, con tutti i movimenti immigratori che ci sono
in atto...
Sembra che ci troviamo di fronte a una contraddizione; da un lato la nostra civiltà ha portato a mezzi potentissimi per favorire la comunicazione, come ad esempio Internet; dall'altro l'uomo vive in sè stesso una separazione e la vive nei confronti dell'altro...
Sai, non è una contraddizione, è un salto evolutivo. Sarebbe come dire
che c'è la contraddizione tra l'uomo e la scimmia, ma non c'è una
contraddizione, è solo un livello di coscienza diverso, superiore. Tutta
l'evoluzione consiste in salti del pensiero su piani di riflessione più
elevata, laddove il vivente raggiunge una forma più consapevole dell’intero,
più consapevole di sè stesso e di una maggiore ampiezza del reale. Nell'uomo il
Pensiero ha saputo di sè come pensiero. L'uomo si è riconosciuto come soggetto
pensante, e il Pensiero Uno, il pensiero che c'era al principio, Dio (cfr.
vangelo di Giovanni, prologo) ha preso consapevolezza di sè, tanto è vero che
il concetto di Dio nasce con l'uomo. Fino all'uomo Dio non sapeva di sè.
Tuttavia, anche nell'uomo, l'essere continua a portare la logica della
separazione, nel senso che si identifica ancora nella forma animale: “specie
animale uomo”. Nasce l'Io che mantiene separato la totalità dell'essere, il
pensiero, dalla forma animale finita, il corpo. Tutti i grandi conflitti tra
l'uno e l'altro, tra lo spirito la materia, l'eterno conflitto tra l'uomo e la
donna, tra il maschile e il femminile, vengono mantenuti in questa logica
dell'io. L'Io infatti è l'identità che l'individuo si dà sulla base delle ruolo
che svolge. Nella divisione del lavoro, la donna si è riconosciuta come
l'essere che doveva portare avanti la vita biologica, materiale, mentre l'uomo
si è riconosciuto come l'essere che portava avanti il pensiero, la tecnica e la
trasformazione della natura, della materia. La donna ha portato avanti il peso
della materia per permettere all'uomo di sviluppare il pensiero, e l'uomo,
grazie al pensiero, ha man mano sollevato la donna dalla schiavitù alla
dimensione biologica (pensa alla pillola contraccettiva...) e così realizzare
l'intersoggettività, ovvero la coniunctio.
Ma se è avvenuta la coniunctio, se c'è stato un salto evolutivo, siamo
oltre l'Io, siamo oltre l'uomo, siamo in un'altra dimensione.
In questo senso non fa problema che la vecchia umanità si sbrani a
vicenda. Certo, questo mondo tende a finire. La mia visione è proprio la fine
del mondo: è ciò che ho scritto in "dall'uno all'uno oltre
l'universo". Il mondo tende ad andare a rotoli perché ha perso la visione
del trascendente. Nel momento in cui è nato il “regno del figlio dell'uomo”, in
cui il Pensiero sa di sé come il Vivente, e Dio si realizza nella coscienza del
soggetto umano, l'umanità che anelava a questa finalità, la perde, e si ripiega
sulla dimensione assolutamente materiale. Questo che sta avvenendo ne è
semplicemente la conferma.
La nuova umanità ripone la sua identità nella presenza pensante, ovvero
nella consapevolezza di essere il Pensiero Uno, che in sé sa di sé stesso, e che unisce tutti. Certo,
la nuova umanità passerà anche attraverso la distruzione del vecchio mondo.
È’ vero, come processo evolutivo, questa dinamica è spontanea. Tuttavia, anche nella tua vita c'è stata una progressiva presa di coscienza. In fondo finora il consolidamento della conoscenza più elevata a livello della coscienza-uomo, non ha comportato la fine o la dissoluzione dei livelli di coscienza inferiori.
Ci sarà una fine dei livelli inferiori solo quando nascerà la nuova
umanità. Questo discorso risulta difficile perché c'è la consuetudine a pensare
che le cose debbano andare come sono sempre andate, il che non è affatto vero.
Ci appare inconcepibile esistere senza più la materia. Ma noi esisteremo
proprio senza più la materia! Lì ogni contraddizione sarà risolta, "non ci
sarà più né lutto, né morte, né affanno" [apocalisse di San Giovanni,
ndr.] "perché le cose di prima -dico io- non ci sono mai state".
Le forme materiali sono iscritte come tappe della storia del Pensiero. La
psicoanalisi stessa ha iniziato il processo del recupero del pensiero
proiettato nella materia: con Freud inizia il recupero della proiezione delle
vicende personali, con Jung il recupero delle vicende storiche umane, e il
salto ulteriore sarà il recupero della proiezione di tutto ciò che è iscritto
come conoscenza in noi, e che noi ancora proiettiamo fuori di noi. Avverrà il
momento in cui tutto, ma proprio tutto, ritornerà alla consapevolezza di sé,
nella consapevolezza dei nuovi soggetti pensanti che sapranno di sé come tali.
Però è come se questi diversi piani li
avessimo ancora sotto la nostra vista...
Certo, li abbiamo iscritti nella nostra memoria. L'importante è di considerarli come una memoria, piuttosto
che come una realtà.
Anche
nel processo analitico individuativo spesso accade che il soggetto abbia
raggiunto un livello di consapevolezza superiore, e quindi non si riconosca più
nelle vecchie problematiche. Ciò nonostante, le vecchie problematiche hanno
ancora una loro autonomia, come inerzia, come ripetizione dell'informazione: la
famosa "coazione a ripetere" di Freud. Così le vecchie problematiche
continuano a comparire nei sogni o nel comportamento. Ciò che il soggetto deve
fare è di non dargli più ascolto.
Dio nascerà nel momento in cui l'uomo avrà la coscienza della totalità
dell'essere nel suo divenire, la visione dell'Uno. E’ come se noi, nella nostra
unione, realizzassimo l'unico e solo individuo. Tutto prende le mosse dal
Pensiero, ogni forma di vita, ogni nostra azione. La vita è Pensiero.
In effetti è prendere coscienza del pensiero ciò che ci stupisce. In fondo una catastrofe naturale fa lo stesso numero di vittime della catastrofe delle torri gemelle a New York, ma ciò che ci sgomenta è il vederci un'intenzionalità, che al contrario, pur essendoci, non attribuiamo alla natura.
Il pensiero dell'umanità sta andando verso l'autodistruzione, perché non
ha più una meta, non ha più una finalità; la dimensione trascendente, Dio, non
c'è più. Ti ricordi di quel sogno riportato in "al di là del tabù
dell'incesto"? La sognatrice assiste a uno spettacolo orripilante: gli
uomini si sbranano a vicenda; allora, sconvolta, va in ricerca della chiave che
spieghi quest'orrore, e arriva ai confini del mondo, dove trova il grande
palazzo principesco che l'uomo ha posto lì per demarcare i confini.
In altre parole, se l'uomo pone il limite dell'evoluzione a sè stesso,
tutto precipita nel disordine, nell'auto-divorazione. Tutto si organizza in
funzione di un livello superiore. Sta accadendo proprio questo.
Finché la vita rimane sul piano materiale, non si risolve il conflitto
tra la vita e la morte. Tra gli esseri viventi presenti sul piano materiale,
chi salvare? Le pulci o i gatti?
O è tutto una fandonia e la vita è un eterno inferno, uno sbranarsi delle
forme viventi a vicenda, nella ripetizione orrenda di atti insensati (la
ripetitività del quotidiano è quasi peggio della violenza, il non-senso della
vita), oppure la logica impone il superamento di questo sistema e della
materia. Che senso avrebbe che tutta l'evoluzione si fermasse all'uomo, e
dunque ancora al piano materiale? Un inferno perenne? È’ fuori da ogni logica.
E della logica che vige nell'Islam,
che ne pensi?
L'integralismo islamico rientra nella visione del sintomo. Sappiamo che
il sintomo nevrotico sembra deviare dalla norma per portare alle estreme
conseguenze una particolare dinamica comportamentale, e così dimostrare che non
è più compatibile con il proseguire della vita. Che succede in fondo
nell'Islam? Se vige ancora, come vige nella vecchia umanità, nel sistema
sociale predominante, una dinamica relazionale tra uomo e donna, in cui la
donna può intendere la sua vita solo nella relazione con l'uomo, le leggi
estremiste islamiche portano questa situazione al paradosso. La donna non ha
mai avuto la legittimità di esprimere un proprio pensiero autonomo? I talebani
lo estremizzano tenendo la donna nell'analfabetismo, non la fanno neanche
parlare. La donna è l'oggetto dell'uomo all'interno della coppia, la
mogliettina fedele? Eccola lì, coperta del burka, nascosta, che nessuno la
veda.
Insomma, l'integralismo islamico è il sintomo nevrotico dell'intero
sistema sociale quanto alla relazione uomo-donna, per portare alle estreme
conseguenze la contraddizione e infine romperla. È così perché in fondo questa
contraddizione caratterizza ancora il rapporto tra uomo e donna. Non
dimentichiamo che anche nell'integralismo islamico le donne sono in una
posizione di omertà. Si potrebbero ribellare, nessuno potrebbe impedirlo, in
estremo si potrebbero ribellare anche con un suicidio collettivo. La situazione
dell'Islam mette a nudo la nostra falsa libertà portandola alle estreme
conseguenze: a tutt'oggi l'uomo si vive come soggetto e la donna come oggetto.
- SPAZIO SOCI -
Il punto della
situazione sulla psicologia del fumetto (-1-)
E’
oramai più di un secolo che i fumetti sono, di fatto, una delle letture più
frequenti di bambini, adolescenti ed anche adulti; ma soltanto verso la fine
degli anni ’60 essi vengono definiti letteratura per immagini, dopo essere
stati veicoli propagandistici ed oggetto di censure e polemiche pedagogiche
assai aspre. In mancanza di una specifica disciplina di fumettologia,
improbabile anche per il futuro, gli studi sul fumetto sono stati condotti
nell’ambito della semiologia, dell’antropologia, della sociologia, della
pedagogia e della psicologia.
In
Italia, il più importante manuale di psicologia del fumetto risale al 1975 ed è
ancora oggi il contributo più completo sull’argomento; fu scritto da un esperto
di fumetti, Carlo Castelli, ed uno psicologo noto per ben altri compendi di
psicologia, Antonio Imbasciati, che fu il primo ad applicare in maniera
rigorosa il metodo psicoanalitico allo studio dei contenuti dei fumetti.
L’analisi psicologica dei fumetti assume molta rilevanza non solo per il quadro
evolutivo dei giovani lettori, ma anche per comprendere i mutamenti della
società. Gli eroi di carta infatti riflettono in ogni epoca le caratteristiche,
i valori, i bisogni e le fantasie conscie ed inconscie di quanto prevale nelle
personalità delle giovani generazioni. Basti pensare ai supereroi durante
l’ultimo conflitto mondiale o ai fumetti neri (Diabolik, Kriminal) durante gli
anni della contestazione giovanile.
Gli esordi del fumetto sono
temporalmente paralleli a quelli del cinema, entrambi nascono nel 1895; il loro
rapporto “fraterno” è peraltro inferibile anche dalla similarità
dell’evoluzione delle tecniche di linguaggio e di montaggio. Nonostante
l’immediato successo acquisito negli Stati Uniti, in Europa il fumetto tardò a
diffondersi ed a svilupparsi: il balloon, ovvero la nuvoletta che esce dalla
bocca del personaggio parlante o pensante, arrivò in Italia soltanto nel 1932,
sostituendo le cantilenanti rime poste in calce alla vignetta. A contrastare
l’evoluzione del linguaggio dei fumetti non furono soltanto i diktat dei
gerarchi fascisti, ma anche i pedagogisti cattolici, almeno fino alla fine
degli anni ’60: Valentini scrive su una rivista cattolica che i fumetti hanno
un effetto nefasto sull’individuo e sulla società, turbando l’equilibrio dei
giovani con la sessualità e la violenza, mentre Levi parla di letteratura per
illetterati, e Cunsolo, dopo essersi affannato a riportare esempi di violenza
imitativa tutt’altro che empirici, propone addirittura di mettere gli albi a
fumetti fuori legge; si potrebbe andare avanti per molte pagine citando i loro
interventi.
Il primo vero rinnovamento dei codici,
del montaggio e dei significanti iconici del fumetto avvenne negli anni
sessanta, con la nascita di due nuovi generi: l’intellettuale (Linus, Eureka,
ecc.) ed il nero (Diabolik, Satanik, ecc.). Verso la fine degli anni sessanta
si assiste anche ad un radicale cambiamento della psicopatologia della
personalità giovanile; dalle nevrosi classiche centrate sul complesso edipico
si passò alle patologie miste di tipo borderline con nuclei psicotici e
caratteriali: proprio quelle degli eroi dei fumetti neri e delle generazioni
che li hanno consumati. Ed è proprio a
partire da quel periodo che gli psicologi riescono a lavorare analizzando il
fumetto, invece di trovarsi a doverlo giudicare in fretta e furia per conto di
correnti pedagogiche, politiche o religiose. Le ricerche psicologiche sul
fumetto sono state condotte in diversi ambiti e con diversi scopi: 1) Ricerche
generali sulla lettura dei fumetti con pariticolare riguardo agli albi
preferiti ed avversati; 2) Ricerche sulla comprensione e sugli effetti della
lettura dei fumetti; 3) Analisi delle macronarrazioni; 4) Profili
psicoanalitici degli eroi di carta. 5) Classificazioni per genere degli albi a
fumetti in base a tutte le testate offerte dall’edicola. La psicologia, dal
canto suo, ha usufruito in diversi modi della tecnica del fumetto come
strumento di ricerca, basti pensare alle decine di test proiettivi il cui
materiale-stimolo è costituito da tavole a fumetti.
La mia ultima classificazione per
generi degli albi a fumetti risale al febbraio 1992 e prende in considerazione
153 testate, raggruppabili in 16 generi per ognuno dei quali è possibile
ipotizzare una specifica struttura della personalità dei lettori che li
prediligono:
1)
Albi per i più
piccini: si tratta di testate come “Miao”,
“Colorare”, “Popples”, ecc. Attraverso questi periodici il bambino impara a
colorare varie figure, tra cui quelle umane, cercando di restare entro i
margini del disegno; si tratta di un genere non riconducibile ad una
particolare struttura di personalità in quanto non contiene racconti.
2)
Comico
classico:
tra le testate più note indichiamo Topolino, Paperino, Braccio di Ferro e
Silvestro; per quanto riguarda i periodici Disney sembra avvenire la
realizzazione del desiderio infantile censurato ed inconscio di sostituirsi ai
genitori, che nelle avventure è mascherato sia dal mondo animalesco (paperi e
topi), sia dalla negazione dei rapporti genitoriali (tutti zii e nipoti al
posto di padri e figli). I personaggi più piccoli di statura (figli) si
dimostrano sempre attivi ed efficaci, mentre quelli con sembianze di adulti
sono incapaci (Commissario Basettoni), pigri
(Paperoga), inetti (Paperino), avari (Paperone), tonti (Pippo) ecc. E’
evidente la collusione con i desideri di onnipotenza dei piccoli lettori
attivati dall’invidia edipica, cosicchè Paperino è ridotto ad uno zio imbelle
che i nipoti devono spesso soccorrere; questo soccorso benevolo è la maschera
perfetta per nascondere il sadismo infantile e della più esplicita squalifica
del ruolo genitoriale.
Diversa è la chiave maieutica per Braccio
di Ferro dove l’onnipotenza è proiettata sul padre, mentre il figlio Pisellino
è bisognoso di soccorso e protezione ed essendo disegnato come un organo
sessule maschile in stato di quiete, ne porta anche il vezzeggiativo come nome.
Un terzo sottogruppo è rappresentato dai
personaggi della Hanna & Barbera, in cui l’attenzione sembra essere
focalizzata sulla fase orale dello sviluppo sessuale ed i racconti coinvolgono
coppie di personaggi (Silvestro/Titti,
Vil Coyote/BipBip, Taddeo/Duffy Duck, Sam/Bugs Bunny) impegnati reciprocamente
nella problematica mangiare/essere mangiati.
3)
Comico
intellettuale: Si tratta di una categoria molto eterogenea, dove ogni
personaggio veicola determinate fantasie, assai più evolute di quelle del
raggruppamento precedente; tra le testate più note Lupo Alberto, Sturmtruppen e
Cattivik.