In questo
numero del notiziario proponiamo molteplici riflessioni sul tema della dualità e dell’intersoggettività.
Vogliamo
così mantenere vivo il lavoro che caratterizza la nostra associazione anche
durante la pausa (?) estiva. L’estate è in genere sinonimo di “vacanze”, ma
preferiamo che il termine non sia sinonimo di un vacuum di pensiero, bensì di riposo dello spirito dopo un anno di
impegni e frenesia lavorativa.
Si sa, il
pensiero e la riflessione autentici non stancano affatto, anzi, sostengono l’animo:
seguiamo in questo caso la saggezza orientale che fa coincidere la meditazione
con l’alleggerimento e il benessere del corpo.
Possiamo invertire il detto latino in “corpore sano in mens sana” ?
Settembre speriamo
riserverà al CEPEI nuove iniziative (soprattutto nel campo della formazione).
Ricordiamo fin da ora l’attività dei gruppi 2002, in particolare gli incontri
del gruppo sulla “sofferenza del corpo” e il gruppo “paideia” sull’educazione.
Sul nostro
sito web troverete ormai più di cento sogni, giunti online, ad arricchire il
nostro database, e il nuovo servizio di “forum”. Su proposta del gruppo sulla
sofferenza del corpo, vorremmo mettere a disposizione sul sito la possibilità
di uno scambio di esperienze e di riflessioni, inizialmente come contatti
personali via e-mail, e in seguito come forum. Che ne pensate?
la
redazione
La dualità poggia sulla coesistenza di due principi opposti
e irriducibili fra di loro, che hanno funzione di principi esplicativi di una
concezione filosofico-religiosa. La dualità in campo filosofico, riguardo
all’essere, sostiene che esso è di formazione duplice, materia e spirito (vedi res
extensa e res cogitans di Cartesio). L’unicità, già denominata monismo,
sostiene invece che l’essere è unico, costituito da una sola sostanza; per il
materialismo dalla materia (monismo materialistico), per lo spiritualismo dallo
spirito (monismo spiritualistico). La materia sarebbe la condizione reale in
cui alberga lo spirito e gli dà forma e possibilità di esprimersi.
La dualità in campo religioso sostiene la presenza
di due principi opposti, bene e male, in lotta inconciliabile fra di loro, vedi
antica Persia con Zarathustra e Persia più recente (terzo secolo dopo Cristo)
con il manicheismo, in cui Mani opponeva il bene, simbolizzato dalla luce e
governato dal “padre della grandezza”, a quello del male, retto dal “principe
delle tenebre” e identificato con la materia. Invero il manicheismo porta con
sé un vertere verso l’unicità, quando si esprime per la redenzione
dell’umanità, in quanto questa potrà avvenire attraverso la conoscenza della
verità, cioè della luce che ogni uomo porta in sé per arrivare così
all’annullamento della primitiva separazione della luce dalle tenebre con la
fine del mondo fisico, col superamento della materia. Anche lo Zoroastrismo
porta all’unicità quando, dopo aver detto che l’intera storia dell’universo è
la lotta tra Ahura Mazda, divinità suprema del bene e Angra Mainyn, divinità del
male, afferma infine che tutto terminerà con la totale sconfitta del principio
del male:in tale visione manca l’integrazione, ma fin d’allora si era visto che
il principio della contraddizione non reggeva per l’eternità.
In questo terzo millennio, cosiddetto “età
dell’acquario”, si apre una nuova era, la cui prospettiva è il passaggio dalla
dualità-separazione all’unicità-integrazione delle polarità. Qui vi sarà la coesistenza
dei due principi, intesi come polarità ma costituiti della medesima sostanza,
come maschile e femminile, yang e yin degli orientali, che tendono alla loro unione,
alla loro integrazione. Nell’essere umano questi due principi si danno incarnati
nell’uomo e nella donna, i quali dialogheranno fra di loro come il maschile e
il femminile dell’Uno, inteso come la totalità del principio di tutte le cose.
Non è che non esista il buono e il cattivo, il bello
e il brutto, il bene e il male e così via, certo che esistono, ma quello che
deve venire superato è il concetto di dualità, intesa come opposizione. Buono e
cattivo, bello e brutto, bene e male diventano due espressioni di una medesima
dinamica del pensiero a polarità differente (potenzialità e atto, darsi e
distanziarsi). Se viceversa continuiamo a considerarli termini opposti,
continueremo a persistere nella logica della
contraddizione e quindi della separazione. Tale logica comporta il distacco
dall’inconscio quale entità unica, nonché il distacco dal divino.
D’altronde, come ci insegna la dialettica, fino a quando
rimaniamo nella dualità siamo dibattuti fra tesi ed antitesi e proprio, come la
dialettica esige, è necessario lo sbocco e questo è dato dalla soluzione cioè dalla
sintesi. La sintesi esprime l’unicità. Verrà così superato il principio della
contraddizione e questo è un passaggio obbligato per proseguire nell’evoluzione,
è un passaggio obbligato per l’evolutività del soggetto.
E gli esseri umani, uomo o donna, continueranno a dialogare
fra di loro. Nel loro dialogare si riconosceranno distinti nell’esprimersi ma tuttavia
identici, in quanto consapevoli di essere entrambi soggetti pensanti.: e così non
possono che andare verso la dualità – unione, in cui l’uno si riconosce nell’altro
e l’altro nell’ uno.
Presupposto necessario affinché ciò sia reso possibile
è un altro superamento: il superamento dell’Io per l’accesso al vero Sé. In ordine
di successione, il superamento dell’Io precede il superamento della dualità, ma
non è detto che debbano essere completate tutte le operazioni della prima fase
per avviarci alla seconda. Nella prassi le due operazioni procedono di pari
passo, aggiungerei simultaneamente e in modo sinergico.
Finora il pensiero psicoanalitico, Jung compreso, si
è mosso sul concetto di dualità–opposizione ma da qualche decennio (vedi Silvia
Montefoschi) il cammino dell’umanità si avvia verso una notevole spinta evolutiva
e questa passa attraverso la risoluzione di questa dualità–opposizione.
L’uomo, avendo così superata la logica della
contraddizione e della separazione, scoprirà sempre più il divino che è in lui ed
entrerà sempre più in contatto col suo inconscio e questo si manifesterà sempre
più in lui come coscienza dell’infinito divenire dell’essere.
Dott. Antonino
Messina
Paolo Longhi propone una rilettura di
“L’uno e l’altro: interdipendenza e intersoggettività nel rapporto
psicoanalitico” di Silvia Montefoschi. Il libro, uscito in prima edizione
per Feltrinelli nel 1977, è a tutt’oggi di estrema attualità nel panorama delle
riflessioni psicoanalitiche, e per molti versi insuperato. Nella riflessione di
Silvia Montefoschi, gli argomenti proposti nel testo costituiscono la premessa
degli sviluppi di tutto il suo pensiero. L’autore dell’articolo ha confrontato
quanto scritto direttamente con l’autrice.
Paolo Cozzaglio suggerisce invece una ulteriore riflessione sullo
stesso tema, e cerca di scandagliare le componenti
fondamentali della relazione intersoggettiva nella pratica psicoanalitica.
Anche il suo testo è stato commentato e discusso in una serie di colloqui con
Silvia Montefoschi . L’articolo, data la sua estensione, verrà pubblicato in
più numeri del notiziario. Chi volesse già leggere la versione integrale, la
può trovare sul nostro sito web nella sezione “articoli”.
Che cosa faccio nel rapporto psicoanalitico con il paziente?
Mi rivolgo ad un soggetto
nella misura in cui egli si rivolge a me e mi occupo:
- del suo modo di
rapportarsi a me, in quanto solo così esplicita la sua problematica e io posso
capirla;
- del suo modo di
rapportarsi a se stesso, cioè del rapporto di conoscenza che egli instaura con
i suoi vissuti e del rapporto di gestione che ha con i suoi affetti.
Gli strumenti adoperati per
rivolgermi al paziente ed occuparmene sono:
- il mio relazionarmi al
paziente, perché, qualunque conoscenza io raggiunga a riguardo della sua
problematica, essa è efficace nella misura e nel modo, qualunque esso sia,
attraverso cui io la comunico a lui;
- il mio relazionarmi a me
stessa, essendo la conoscenza della problematica del paziente una conoscenza
dei miei vissuti e dei miei affetti che provo in quanto evocati dalla relazione
con il paziente.
Giudico il comportamento
dell’altro come nevrotico o meno dal suo modo di relazionarsi con me e con se
stesso, cioè fondo il concetto di nevrosi sul modo di rapportarsi del soggetto.
Per ora, la possibilità che io giudichi come nevrotico il modo di
rapportarsi dell’altro confrontandolo con il mio, deriva dal pormi io come
psicoanalista nei confronti del paziente, deriva cioè dal mio pormi come colei
che appreso, grazie all’analisi personale, il modo di rapportarsi sano,
potendolo così confrontare con il modo di rapportarsi nevrotico.
Ma cosa differenzia il mio
modo di rapportarmi come psicoanalista all’altro che mi si propone come
paziente dal modo dell’altro di rapportarsi come paziente all’altro che gli si
propone come psicoanalista? Come il paziente, nel rapporto con me, descrive il
rapporto con se stesso?
Egli si descrive come
oggetto in potere di sentimenti, affetti, vissuti, pensieri, comportamenti,
sofferenze, sintomi, malattia mentale, disturbi, ecc., e non come soggetto
passivo di fronte ad essi, perché egli non sceglie la passività, ma anzi la
rifiuta e se ne difende. Egli aliena da sé quanto sopra e contemporaneamente la
possibilità di recuperarlo a sé, cristallizandosi nella difesa. Ciò che proprio
gli manca è, anzi, la disponibilità consapevole agli eventi che agiscono in
lui. Egli aliena da sé non solo tutto quanto ho sopra elencato, ma anche la
possibilità di recuperare la propria attività nei confronti di tutto ciò. Egli
si pone al di fuori della dialettica del patire e dell’agire, lungo la quale
ritrovarsi, di volta in volta, come oggetto conosciuto e come soggetto
conoscente.
Il porsi come incapace di
gestire se stesso del paziente è il modo, nel rapportarsi a me, di demandare a
me tale capacità. Il paziente si pone come oggetto del mio agire. Oggetto, e
non soggetto passivo. In questo modo, anche il tentativo di recuperare
l’atteggiamento attivo nei miei confronti viene alienato nella cosiddetta
resistenza, subita dal paziente come altro da sé.
Il modo di relazionarsi a se
stesso del paziente si uniforma al suo modo di relazionarsi all’altro, e cioè
il modo dipendente-passivo.
Demandando a me il ruolo
attivo, il paziente ritiene di soddisfare una mia aspettativa e di evitare la
mia delusione e la sua colpevolezza per avermi deluso. (vissuti di angoscia e
depressione, sogni di morte si accompagnano ai movimenti di liberazione del
paziente).
Il modo nevrotico di
rapportarsi è quello di soddisfare coattivamente l’aspettativa altrui, dove
l’aspettativa è una bisognosità da appagare, un’impotenza cui provvedere, una
debolezza da soccorrere, una passività da manipolare.
Qual è il mio modo di
rapportarmi al paziente in quanto analista, cioè il modo sano rispetto il modo
nevrotico?
Sembrerebbe nascere una
contraddizione.
Dalla logica del metodo
psicoanalitico, abbiamo desunto la necessità del mio pormi, in quanto
psicoanalista, come giudice del modo di rapportarsi dell’altro come nevrotico.
Ma, secondo la logica
relazionale, il mio modo di rapportarmi al paziente è risposta al suo, così
come il suo al mio, calandomi così in una totale reciprocità.
Posso esserne
contemporaneamente al di fuori per giudicarlo?
Nel mio relazionarmi al
paziente, provo lo stesso vissuto che analizzo in lui: compiacenza nel
condiscendere alle sue aspettative, pena il provocare in lui la delusione e la
rottura del rapporto. In ciò il modello dell’interdipendenza è il modo di
venirsi incontro dei due, il modello della demandazione (nell’ambito degli
opposti: sapere-non sapere, dare-ricevere, agire-patire, custodire-rubare,
produrre-consumare, conoscere-ignorare, potere-non potere …, dove gli opposti
rimangono separati). Succede anche che i ruoli vengano invertiti e allo
psicoanalista capiti di non sapere, non potere, patire, ecc., mantenendosi
comunque la separatezza tra di essi.
Analista e paziente sono
dunque calati nello stesso modello di rapporto, quello dell’interdipendenza.
Come posso, in quanto
analista, uscirne?
La modalità interdipendente
caratterizza i rapporti interpersonali così come quello intrapersonale del
nevrotico: egli separa la modalità passiva, quando si percepisce come in balia
di vissuti, sensazioni, comportamenti, da quella attiva, quando si irrigidisce
nella difesa da sé, rendendosi indisponibile ad affidarsi ad assumere
responsabilmente l’atteggiamento che il momento dialogico richiede.
L’uscita dall’interdipendenza
si attua nel momento in cui io, come analista, prendo distacco dai miei vissuti
e dall’esigenza di soddisfarli nell’immediatezza, fondando così la nuova
modalità di rapporto con essi. Solo la possibilità di realizzare il nuovo
rapporto permette di distruggere quello vecchio, superando l’angoscia della
rottura della relazione, l’angoscia della morte. Il mutamento viene percepito
come mutamento di sé (da entrambi e contemporaneamente), dell’altro e del
rapporto, come rivelazione esperenziale di una possibilità di relazionarsi e di
esistere al di fuori della dipendenza.
Analizziamo questa
esperienza di rottura-mutamento in me e nel paziente.
Primo schema esplicativo è
quello della frustrazione che l’analista compie del bisogno affettivo che il
paziente trasferisce su di lui. Anche così però si ricade nell’interdipendenza,
in cui il paziente, passivo, ha bisogno dell’intervento manipolativo
dell’analista, attivo.
Devo pensare allora che
l’intenzionalità dell’atto frustrante, nel momento della sua attuazione, non è
rivolta al paziente, ma a me, al mio bisogno di rispondere al suo bisogno. A
me, in quel preciso momento, quest’atto propone di sperimentare la tensione di
una contraddizione.
L’esperienza che il paziente
fa in quello stesso momento è l’esperienza del mio cambiamento (1), egli
conosce me in un modo nuovo di stare nel rapporto, un modo in cui, restando
nella relazione, rinuncio alla dipendenza necessaria per non perdermi e non
perderlo.
È la nascita del rapporto
intersoggettivo, che su null’altro si fonda se non sulla reciproca esistenza.
Da dove viene questo nuovo
modello di rapporto? È schema teorico appreso al di fuori del rapporto in atto?
Non posso ricadere nel postulare un fatto conoscitivo che si pone al di là del
rapporto in atto. Devo cercarne le fondamenta nello stesso rapporto che vivo
con il paziente, anzi nelle istanze che i due del rapporto portano in esso.
La prima istanza che si
manifesta è quella di salvare l’unità simbiotica, in cui ciascuno ritrova la
propria identità grazie all’altro che la conferma.
L’altra istanza è quella di
recuperare la libertà dall’altro. Si cela e rivela nei vissuti di angoscia di
morte e di aggressività e si manifesta come rottura dell’unità simbiotica,
quindi come speranza, possibilità e progetto del nuovo modello di rapporto, che
salva il tu della relazione dal vincolo dell’interdipendenza.
Analizziamo ora tali vissuti
di:
- morte: mancando di
rispondere al bisogno dell’appagamento delle aspettative altrui si distrugge
l’unico modo di concepire la vita di relazione; se la relazione viene vissuta
come possibile solo nella prigione dell’interdipendenza, l’urgenza della
libertà porta a vedere la morte come possibile soluzione; l’eliminazione
dell’altro e della relazione di presenta come unica via all’indipendenza, in
una fantasia di autosufficienza autistica e liberazione catastrofica. La
libertà diventa allora inconcepibile senza la violenza.
- aggressività: l’atto di
liberazione si carica di una tale aggressività che la liberazione stessa
diventa impossibile, in una relazione che vorrebbe essere d’amore. Essendo
impossibile la soluzione definitiva, si apre la via della lite, quando l’altro
viene posto, di quando in quando, come il nemico, che, per sua cattiva volontà,
ci tiene prigionieri nel rapporto. Dalla lite sembrerebbe di poter uscire, ma
in realtà solo per tornare ad essere schiavi della buona volontà dell’altro di
amarci. Sogno dei leoni che si scagliano
feroci l’uno contro l’altro per poi leccarsi. Si odia l’altro, restando nel
rapporto per non fargli male.
Come l’analista ne viene
fuori?
Ne esce per la sua stessa
posizione nella dinamica.
Al paziente, se la
pseudoliberazione attraverso l’aggressività verso l’analista gli viene
sbarrata, resta quella che lo porta all’uscita dal rapporto.
All’analista, diversamente
dal paziente, non rimangono vie d’uscita:
non può rimanere
nell’aggressività, che conferma l’interdipendenza,
non può uscire dalla
relazione, che è la sua manifestazione esistenziale.
Egli deve rimanere nella
relazione, recuperando di volta in volta la libertà di essere se stesso a
dispetto delle richieste del paziente che ne vorrebbero condizionare il
comportamento.
L’analista è costretto a
sopportare l’esperienza lacerante di non appagare il bisogno altrui e il
proprio bisogno di appagarlo, è costretto a sostenere l’angoscia della morte
che accompagna ogni mutamento.
Nello momento del mutamento
faccio esperienza che anche l’altro del rapporto sostiene la tensione della
diversità e la rottura dell’identità simbiotica senza morirne e, assieme
all’altro, sperimento che l’esser con non ci imprigiona nella dipendenza,
sperimento la libertà senza ricorrere alla distruzione. Sogno in cui si dice che, avvenuto il taglio del cordone ombelicale,
il bambino cresce senza aggressività.
Affiora alla coscienza la possibilità
di un nuovo modo di stare nel rapporto: il modo dell’intersoggettività, che si
fonda su null’altro se non sulla reciproca esistenza.
Il nuovo modello di rapporto
scaturisce, come necessità, dalla stessa relazione analitica.
(1) Nel corso della successiva, e attuale, evoluzione del pensiero, l’atto
della frustrazione s’è rivelato efficace dal momento che e nella misura in cui
l’analista, nell’esercitarlo su di sé, fa appello alla funzione riflessiva del
paziente: “La tecnica, quale espediente cui ricorrere per attuare il metodo, è
di volta in volta da inventare, fermo restando un momento essenziale: l’atto
della mediazione riflessiva da parte dell’analista nei confronti di sé e del
contesto in cui pur tuttavia è calato. In quanto è proprio questo prendere
distanza da sé, dall’Altro e dal contesto, questo suo essere contemporaneamente
dentro e fuori dalla vicenda, che, mentre consente a lui di vederla, anziché
agire in essa i propri vissuti immediati, costringe a sua volta l’Altro a
prendere quella distanza in cui soltanto può affiorare la presenza soggettiva.”
(Al di là del tabù dell’incesto, Silvia Montefoschi, Feltrinelli, 1982, pag.
87). L’atto della frustrazione non consiste tanto nel non rispondere ai bisogni
immediati del paziente, ma nel costringerlo a riflettere sulla sua richiesta
che l’analista li soddisfi.
Dott. Paolo
Longhi
Componente cognitiva e componente affettiva nella
relazione intersoggettiva (- 1 -)
Il
pensiero che guida la mia visione intersoggettiva delle relazioni umane è un
pensiero ontologicamente unitario. Questo significa che non c'è distinzione tra
il soggetto che conosce la realtà e la realtà stessa, ma che "l'essere c'è in quanto si manifesta a se
stesso e, nel manifestarsi a se stesso, l'essere si conosce nelle forme che
manifestandosi assume" (essere nell'essere, pag. XI). In questa
visione, l'universo è esso stesso una conoscenza che l'essere realizza di sé
nelle forme che lo compongono. Secondo quanto scrive Silvia Montefoschi "la nostra concezione considera la mente
umana un prodotto essa stessa della evoluzione dell'essere sì che quanto l'uomo
pensa è quanto di sé stesso l'essere pensa nella mente dell'uomo"
(essere nell'essere, pag. XIII).
Tuttavia,
la dinamica gnoseologica con cui l'essere rivela sè a se stesso, è una dinamica
duale, soggetto-oggetto, io-tu, che procede dialetticamente per diadi e
polarità, come già Carl Gustav Jung ha spiegato descrivendo il funzionamento
della psiche. Scrive Montefoschi: "la
dinamica unica del processo conoscitivo dell'essere che si manifesta su diversi
piani dell'esistente è quella grazie alla quale si instaura e si mantiene la
distanza tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, delimitando lo spazio
conoscitivo dell'essere. Questa dinamica, mantenendo un equilibrio instabile
tra due forze opposte, garantisce l'esserci dell'essere, evitando che lo spazio
cosmico e tutti i sistemi in esso contenuti vengano annullati dal prevalere
dell'una o dell'altra delle due forze. Potremmo definire questa dinamica,
usando una felice espressione di Paul Davies, come quella della
"sospensione dimensionale", laddove ciò che resta in sospensione è il
collasso centripeto dell'intero universo o, come alternativa, il suo
dissolvimento centrifugo" (il principio cosmico o del tabù dell'incesto,
pag. 20). Silvia Montefoschi denomina questa legge universale "legge del tabù dell'incesto",
principio ontologico che promuove il divenire dell'essere stesso. Le due
formulazioni nelle quali la legge del tabù dell'incesto viene espressa,
corrispondono al suo porsi come inviolabile e come violabile. "Questa contraddittorietà trova la sua
spiegazione nella visione del reale quale evolversi delle forme, le quali, pur
essendo dei sistemi strutturati, non possono che venir di volta in volta
destrutturati, ferma restando la dinamica della loro evoluzione" (il
principio cosmico o del tabù dell'incesto, pag. 56).
In
quanto inviolabile, la legge del tabù dell'incesto salvaguarda la separazione
soggetto-oggetto, e in questa formulazione è "la legge che impone ai simili di separarsi per rendersi diversi, e
impone ai diversi di attirarsi senza mai raggiungere l'unione" (idem
pag. 57). Da questo punto di vista la legge esprime la realtà dello spazio, come necessaria distanza
conoscitiva.
In
quanto violabile, la legge del tabù dell'incesto salvaguarda il divenire
dell'essere nella sua polarità soggetto-oggetto, e dunque assicura la
continuità della vita. In questa formulazione è "la legge che impone ai simili di separarsi per consentire ai diversi,
nati da una precedente separazione, di tornare ad unirsi" (idem pag.
58). Da questo punto di vista la legge esprime la realtà del tempo, come necessaria continuità
conoscitiva.
Questa
dinamica dell'essere è ciò che, con diverse parole, altri autori descrivono
come il principio fondamentale di ogni essere vivente. Maturana e Varela
chiamano l'organizzazione del vivente una "organizzazione autopoietica" (l'albero della conoscenza, pag.
59). Gli autori descrivono in questo modo, ad esempio, l'organizzazione
cellulare: "in primo luogo i
componenti molecolari di un'unità cellulare autopoietica dovranno essere
correlati dinamicamente in una rete continua di interazioni. Questo è il
metabolismo cellulare che produce componenti che vanno tutti a integrare la
rete di trasformazioni che li ha prodotti, e alcuni di essi costituiscono un
contorno, un limite per questa stessa rete di trasformazioni [distinzione
dello spazio tra soggetto e oggetto: prima formulazione del tabù dell'incesto,
ndr.]. In termini morfologici, possiamo
vedere la struttura che rende possibile questo isolamento nello spazio come una
membrana. Tale membrana non solo limita l'estensione della rete di
trasformazioni che ha prodotto i suoi componenti costitutivi, ma fa anche parte
integrante di essa. Senza questa architettura spaziale, il metabolismo
cellulare verrebbe meno, producendo un brodo di molecole che diffonder ebbe
dunque e non costituirebbe un'unità discreta come la cellula. Da un lato
possiamo vedere una rete di trasformazioni dinamiche che produce i suoi stessi
componenti, e che è condizione della possibilità di esistenza di un contorno;
dall'altro lato possiamo vedere un contorno che è condizione della possibilità
di funzionamento della rete di trasformazioni che l’ha prodotto come un'unità
[la continuità temporale dell'esistenza del vivente, seconda formulazione del
tabù dell'incesto, ndr.]". Aggiungono gli autori: "va notato che questi non sono processi sequenziali, bensì due
aspetti di un fenomeno unitario" (l'albero della conoscenza, pag.
59-61).
Applicando
questa concezione dell'essere vivente alla relazione psicoanalitica, luogo di
incontro della diade io-tu, possiamo definire, usando la terminologia di
Storolow, "campo intersoggettivo"
il necessario ambito spazio-temporale dove si dà la possibilità della relazione
analitica stessa. Come spiega l'autore "la teoria dell’intersoggettività è una teoria di campo o sistemica, in
quanto mira a comprendere i fenomeni psicologici non come prodotti da
meccanismi intrapsichici isolati, ma come formati nell'incontro di soggettività
in interazione" (i contesti dell'essere, pag. 13). Storolow accusa la
psicoanalisi tradizionale di aver descritto i fenomeni psichici secondo il mito
della "mente isolata".
"Il mito della mente isolata
attribuisce all'individuo un'esistenza separata dal mondo della natura fisica e
dal mondo dei legami sociali. Inoltre, tale mito nega l'immaterialità
dell'esperienza umana, dipingendo la vita soggettiva in termini reificati.
L'immagine della mente isolata rappresenta l'alienazione dell'uomo moderno
dalla natura, dalla vita sociale e dalla stessa soggettività... la nostra tesi
è che l'esperienza personale si sviluppa sempre all'interno di un sistema
intersoggettivo in evoluzione... un individuo entra in ogni situazione con un
insieme prestabilito di principio ordinatori (il contributo del soggetto al
sistema intersoggettivo), ma è il contesto a determinare a quale di questi
principi verrà fatto ricorso per organizzare l'esperienza... Secondo la nostra
esperienza, i transfert ripetitivi intrattabili sono determinati sia
dall'azione implacabile dei principi invarianti del paziente, dovuta alla
precarietà o all'assenza di principi alternativi di organizzazione
dell'esperienza, sia da quegli aspetti dell'atteggiamento dell'analista che si
prestano a una continua ritraumatizzazione del paziente... Il cambiamento
terapeutico prodotto da un trattamento psicoanalitico riuscito non deriva dalla
modificazione o dall'eliminazione dei principi organizzatori invarianti del
paziente, ma piuttosto, grazie alle nuove esperienze relazionali con l'analista
e al parallelo accrescimento della capacità di autoconsapevolezza riflessiva
del paziente... Più in generale, la formazione di nuovi principi organizzatori
all'interno di un sistema intersoggettivo costituisce l'essenza del cambiamento
evolutivo lungo tutto l'arco della vita" (i contesti dell'essere, pag.
20-36).
Storolow
tuttavia non specifica quali sono le leggi che permettono la conoscenza e
l'evoluzione nel campo intersoggettivo. Ritengo che Silvia Montefoschi descriva
in modo più puntuale il procedere del rapporto analitico postulando la polarità
interdipendenza-intersoggettività, che poi corrisponde alle due formulazioni
della legge universale del tabù dell'incesto, viste precedentemente.
Nella
descrizione di queste due polarità, Montefoschi parte dalla propria esperienza
analitica: "il primo interrogativo
che mi pongo, per analizzare le operazioni che si compiono entro il rapporto
tra me e il paziente, si rivolge al che cosa io faccio. Io non agisco direttamente
sugli istinti, non sugli affetti, non sulla struttura psichica data come cosa;
io mi rivolgo a un soggetto nella misura in cui egli si rivolge a me. Ciò di
cui mi occupo, quindi, è anzitutto il modo dell'altro di mettersi in rapporto
con me... e mi occupo anche del modo dell'altro di relazionarsi a se stesso. Lo
strumento che adopero per compiere questa operazione è il mio relazionarmi al
paziente... strumento che si colloca anche nel mio relazionarmi a me stessa...
mi sono ben presto resa conto che ciò che ci distingue non sta nell'intensità
dei conflitti o nel grado di conoscenza degli stessi, ma sta in qualche cosa
che ha a che fare con l'atteggiamento del soggetto nei confronti di se... il
paziente considera la sua sofferenza come qualcosa su cui egli non ha alcun
potere di agire... conosce questa sofferenza come cosa... l'atto di conoscenza
che non compie è quello della riconoscere tutto ciò come modi del suo stesso
esistere. Egli non si riconosce in questi suoi vissuti, li aliena, li reifica e
si pone nei confronti loro come oggetto in balia... L'atteggiamento del
paziente è quindi quello di una insuperabile passività che lo pone fuori dalla
dialettica inerente alla condizione di soggetto... Il modo di relazionarsi a se
stesso equivale al modo di relazionarsi all'altro... [Ne consegue che] la
caratteristica del nevrotico sta nella esclusività di un modo di rapportarsi,
quello dipendente-passivo, sia nei confronti di se sia nei confronti
dell'altro" (l'uno e l'altro, pag. 13-16). Anche l'analista, di
rimando, sebbene tragga dalla sua esperienza riflessiva la capacità di superare
questa alienazione dei propri vissuti, e dunque di coglierli come parte
integrante di sé e della relazione con l'altro, in un primo momento si lascia a
sua volta coinvolgere dal vissuto reificato del paziente. "Dall'analisi dei miei vissuti mi sono ben presto resa conto che
sono portata a relazionarmi con il paziente in maniera da appagare il suo
bisogno di un'attività mia nei suoi confronti e che la difficoltà,
nell'astenermi dal farlo, sta nel sentimento di pena e di dolore, che provoca
in me l'immagine della sua delusione, e nel sentimento di colpa per uno mio
atto aggressivo... non è solo il paziente a porsi nel rapporto in maniera
dipendente; sembra, piuttosto, che la dipendenza sia per entrambi il primo modo
di venirsi incontro, nel senso che ognuno dei due tende spontaneamente a
soddisfare ciò che si pone, nel rapporto, come l'aspettativa dell'altro; e ciò
che nel rapporto di volta in volta si pone, come reciproca aspettativa, è ora
l'uno e ora l'altro dei due modi dell'uomo di rapportarsi al mondo: quello
attivo e quello passivo che, reificati in ruoli specifici [soggetto-oggetto,
ndr.] creano appunto
l'interdipendenza" (l'uno e l'altro, pag. 18-19).
È nel
procedere del rapporto analitico come campo intersoggettivo, che interviene
l'altro polo della relazione, dove i due del rapporto superano la separazione
funzionale soggetto-oggetto, e si riconoscono entrambi soggetti, riconoscendo i
propri vissuti in quelli dell'altro. A questo punto "il modello di rapporto che si rompe è quello
dell'interdipendenza, ma, come ho analizzato, ciò che impedisce di uscirne è
l'angoscia di distruggere il rapporto stesso e, con esso, ogni possibile vita
di relazione; è l'angoscia della morte... Questa rottura, per essere accettata,
deve essere vissuta da entrambi, contemporaneamente, come mutamento di se,
dell'altro e del rapporto stesso, o meglio, come rivelazione esperienziale di
una possibilità di relazionarsi, e quindi di esistere, anche al di fuori della
dipendenza... Il nuovo modello di rapporto che quindi si prospetta, è un
modello di rapporto intersoggettivo che su null'altro si fonda se non sulla
reciproca esistenza; in esso, infatti, le aspettative sono mutate, cade la
divisione dei ruoli attivo-passivo e si attua la contemporaneità del
patire-agire, del dare-ricevere... Nell'instaurarsi dell'intersoggettività, si
colloca il momento dell'azione terapeutica, il suo strumento e la sua finalità"
(idem pag. 21-23).
Ritengo
tuttavia che questa dinamica intersoggettiva vada ulteriormente approfondita.
Se Montefoschi descrive bene la polarità generale
(interdipendenza-intersoggettività) secondo la quale si svolge la relazione nel
contesto di "campo intersoggettivo"
(Storolow), tuttavia ci possiamo chiedere in modo più analitico quali siano i
fattori determinanti, all'interno della relazione stessa, che consentono il
passaggio dall'interdipendenza all'intersoggettività.
In
questo senso mi sembra opportuno distinguere altre polarità, all'interno di
quella principale interdipendenza-intersoggettività.
Se
interdipendenza-intersoggettività possono essere descritte come i due momenti
che indicano, all'interno del processo terapeutico intersoggettivo, un
passaggio evolutivo, esse sono scandite dal dinamismo di due fattori
essenziali: il fattore cognitivo e
il fattore affettivo. Entrambi i
fattori sono necessari nel processo terapeutico e, in particolare, scandiscono
i momenti del dinamismo evolutivo tra interdipendenza e intersoggettività.
La
psicoanalisi, come rapporto intersoggettivo che permette l'evoluzione della
personalità, può essere considerata un metodo conoscitivo e, allo stesso tempo,
un metodo esperienziale.