NOTIZIARIO CEPEI n° 8 - anno 2002

 

 

 

EDITORIALE

 

Continuiamo la nostra riflessione sul tema della dualità e dell’intersoggettività.

 

Questa volta però, oltre agli articoli più teorici, vogliamo cogliere la dinamica intersoggettiva nell’esperienza diretta. Sergio Bettinelli ci parlerà del suo recente viaggio in Mongolia. Un viaggio interiore, oltre che concreto ed esteriore, dove sogno e realtà si fondono in un’unità portatrice di senso. Dualità come confronto tra due mondi e culture diverse, intersoggettività come scoperta della possibilità di dialogare… pur credendo di non sapere la lingua!

 

 Gruppi CEPEI: il gruppo sulla “sofferenza del corpo” termina per ora il suo percorso e lascia una traccia importante delle riflessioni che lo hanno accompagnato in questi quattro anni. Prosegue invece il gruppo “paideia” sull’educazione, che si darà nuovi appuntamenti per il nuovo anno.

 

Vi sarete accorti che, purtroppo, da circa un mese compare un banner pubblicitario in cima alla pagina del nostro sito web. E’ una scelta che, senza consultarci, il provider che ci forniva lo spazio web gratuito ci ha imposto per ragioni evidentemente commerciali. In disaccordo con questa politica, è in corso di registrazione il nostro sito come dominio autonomo. Ci costerà qualcosa, ma confidiamo così di poter continuare a rimanere indipendenti. Il prossimo anno ritroverete lo spazio web all’indirizzo www.cepei.it

 

 

la redazione

 

 

 

 

 

 


Prosegue la riflessione sulle componenti fondamentali della relazione intersoggettiva nella pratica psicoanalitica. L’articolo di Paolo Cozzaglio, data la sua estensione, verrà pubblicato in più numeri del notiziario. Chi volesse già leggere la versione integrale, la può trovare sul nostro sito web nella sezione “articoli”.

 
 
Componente cognitiva e componente affettiva nella relazione intersoggettiva (- 2 -)

 

 

La dinamica cognitiva nella polarità interdipendenza-intersoggettività

 

 


La dinamica cognitiva appartiene nella nostra esperienza alla mente, al pensiero. La psicoanalisi si pone in questa dinamica come metodo conoscitivo; infatti, ciò che l'analista e il paziente fanno è il porsi l'un l'altro come soggetti riflessivi, rispetto all'esperienza immediata che ciascuno ha della vita e del proprio mondo interiore. Ciò che diviene conscio è il senso del proprio esserci e del proprio agire. In questo senso, il fattore cognitivo è collegato al vissuto antinomico di autonomia/dipendenza, cioè la possibilità del soggetto di agire in modo efficace nella vita, di poter decidere secondo la propria volontà, di poter modificare il proprio ambiente, pur nella necessità di adattarsi ad esso e di interagire con gli altri.

Questa antinomia fondamentale, può essere scomposta in altre polarità dialettiche, secondo quanto descritto dalle teorie evolutive dell’adattamento. Millon, ad esempio, descrive quattro polarità che costellano l’evolversi della personalità:

a)       polarità piacere-dolore, che sottende a obbiettivi di tipo esistenziale. Piacere, come il miglioramento e arricchimento della propria vita e del sentimento della propria identità; la necessaria salvaguardia della sopravvivenza e del sistema vitale raggiunto sino a quel momento, lo oppone tuttavia all’esperienza del dolore, nel momento in cui la personalità avverte nel cambiamento una minaccia alla propria integrità. E’ in questa polarità che si può comprendere il meccanismo della “coazione a ripetere” freudiana, e la resistenza alla guarigione. La ripetizione garantisce, infatti, l’integrità del sentimento della propria personalità e le modalità comportamentali sviluppate per fronteggiare le problematiche ambientali (principio omeostatico e di inerzia). La “resistenza alla guarigione” mostra come la nevrosi sia anch’essa comunque un tentativo di adattamento a una situazione ambientale e relazionale vissuta come problematica. La polarità  piacere-dolore si estrinseca secondo due atteggiamenti fondamentali che costituiscono la seconda polarità:

b)       polarità passivo-attivo, che indica la modalità di adattamento all’ambiente esperienziale: l’adeguamento passivo al sistema vitale già dato permette il controllo degli eventi imprevedibili, percepiti come minaccia alla propria integrità; il rimaneggiamento attivo e l’ampliamento del proprio sistema di vita, sono d’altro canto l’esigenza fondamentale della personalità per potersi dare un senso di continuità in evoluzione, e per potersi dare risposte relazionali e comportamentali nuove che permettano l’integrazione di nuove risorse. Nel vissuto di queste prime due polarità, il soggetto mette in relazione la propria personalità con le modalità comportamentali che vive come esterne a sé. In questa direzione diviene fondamentale, nella ricerca di autonomia/dipendenza, la terza polarità:

c)       polarità sé-altro, come ricerca del senso della propria personalità nella differenza da altre modalità relazionali, e la ricerca del senso della propria personalità nella continuità esistenziale. Nella teoria dell’evoluzione dunque, questa polarità costituisce la strategia riproduttiva, e come tale si estrinseca nella dialettica maschile-femminile. La diversità di atteggiamento permette una compenetrazione dialogica, che dà il sentimento della possibilità della propria continuità al di là del limite del proprio corpo che rimanda all’evento ultimo e drammatico della propria morte individuale. La modalità “maschile” risponde alla necessità della continuità della propria “presenza” tramite la trasformazione e la fecondazione della realtà (il pensiero, il lavoro, la propagazione riproduttiva); la modalità “femminile” risponde alla stessa necessità mediante la salvaguardia di quella stessa realtà creativa che è stata prodotta (modalità di accudimento riproduttivo, dove il privilegiare l’altro assicura la continuità di sé nelle informazioni genetiche della specie). Ogni essere umano, come già Jung evidenziava parlando di “Anima”, porta in sé questa dialettica maschile-femminile, e la vive nella relazione con l’altro.

d)       Infine la polarità sensazione-pensiero, permette l’assimilazione della propria esperienza, e la sua organizzazione e rielaborazione, tramite la distinzione corpo-mente. Il corpo, legato alla sensazione, è la modalità immediata di esperienza di sé e dell’altro, non ancora resa cognitivamente consapevole ed organizzata. L’esperienza della propria personalità come corpo integra l’esperienza secondo la componente passivo/femminile. La mente, legata al pensiero, diviene la modalità mediata, cognitivamente cosciente ed organizzata, della sensazione, e dunque la trasformazione della propria esperienza secondo la componente attivo/maschile.

 

Come avviene, secondo la dinamica cognitiva, il passaggio dall'interdipendenza all'intersoggettività?

Il vissuto di dipendenza si articola secondo le modalità appena viste di dolore/piacere, passività, alterità, femminile. Il vissuto di autonomia sposta la personalità sulle modalità di piacere/dolore, attività, identità (sèità), maschile.

Il soggetto si vive dipendente nel momento in cui sente la frattura tra il proprio desiderio di essere artefice e fautore del proprio mondo interiore, delle proprie azioni e della propria vita, e la situazione reale in cui si trova ad agire e in cui si sente costretto, e alla quale si deve adattare per mantenere il sentimento della propria sopravvivenza e della propria presenza. L’altro essere umano diviene contemporaneamente l’oggetto che può soddisfare la realizzazione della propria personalità, ma anche il soggetto che può ostacolare questa stessa realizzazione. In questa contraddizione relazionale, il desiderio di autonomia, come uscita dalla dipendenza e dal bisogno dell’altro, viene narcisisticamente identificato nella ricerca di un egoriferimento esasperato. Adler descriveva questa situazione come la personale ricerca di una “meta fittizia” che, con il miraggio della propria autonomia, riusciva a mettere in scacco l’intero ambito relazionale del soggetto. La sottomissione dell’altro, e del contesto sociale di vita, come chimera della propria autorealizzazione. La sottomissione all’altro, e l’impotenza rispetto al contesto sociale di vita, come bisogno di sopravvivenza.

L'uscita da questa interdipendenza egoriferita, prevede la consapevolezza della condivisione relazionale delle proprie problematiche esistenziali e l'ampliamento della coscienza riflessiva, da una visione personalistica, a una visione universale. Questo avviene nel momento in cui il soggetto, mediante un atto riflessivo condiviso nella relazione analitica, diviene consapevole che le proprie problematiche personali sono in realtà le problematiche comuni a tutti gli esseri umani. La realizzazione del proprio progetto personale di vita diviene allora la realizzazione del progetto universale umano. Il soggetto non si pone più in modo passivo o rivendicativo rispetto al proprio agire, ma vive la propria autonomia nel rendersi partecipe e responsabile di ciò che la vita viene in lui realizzando. Questo passaggio può avvenire solo se l’analista rinuncia al presunto potere della propria “neutralità” e mostra, al contrario, di poter condividere le problematiche del soggetto, in quanto sue stesse problematiche. Solo in questo ambito intersoggettivo può cadere l’egoriferimento difensivo, a favore di una meta creativa e non fittizia.

Nel passaggio dall'interdipendenza all'intersoggettività, il soggetto compie, tramite il dialogo con l’alterità, un salto riflessivo che gli permette di guardare le problematiche personali in una visione più ampia ed elevata, nella ricerca di un senso. Il vissuto della dipendenza lo pone in una posizione di passività rispetto alle esperienze della vita, mentre il dialogo intersoggettivo gli dà il senso dell’autonomia come atteggiamento attivo e responsabile, nell’accogliere gli eventi di vita che lo coinvolgono.

 

Dr. Paolo Cozzaglio

 

 

 



 

 “RICORDI, SOGNI, RIFLESSIONI”

 



Settembre 2002

SENSAZIONI DI UN VIAGGIO....

 

 


“....andremo da Dio, lo saluteremo,

se si dimostrerà ospitale rimarremo con lui, altrimenti

prenderemo il cavallo e verremo via....”

 

 Non so di chi sia questa frase, la si può leggere aprendo un sito internet sulla Mongolia, ma non sono riuscito a trovare una migliore definizione del popolo mongolo: estremamente fiero ed ospitale, abituato a lottare per la sopravvivenza in una terra bellissima, ma inospitale.

Nel mese di Settembre 2002 ho avuto la fortuna di accompagnare il mio amico e collega Aldo in Mongolia, nella regione del Dornod all’estremo Nord-Est, precisamente a Dashbalbar, un piccolo villaggio.

 Il nostro scopo era quello di portare la nostra professionalità di medici in aiuto di quella popolazione, in una zona del mondo carente di personale sanitario, di farmaci e di strutture.

Eravamo tre medici e due collaboratori.

 Il problema della lingua è stato risolto con l’aiuto di tre interpreti del luogo, che ci traducevano dal mongolo all’inglese.

Il lavoro si è svolto principalmente all’interno di una struttura chiamata ospedale e consisteva in attività di carattere ambulatoriale. Ho scritto “chiamata ospedale” perchè in realtà al massimo si potrebbe chiamarla “infermeria”: si tratta infatti di una bassa costruzione in muratura, una delle pochissime esistenti in quel luogo, edificata dai Sovietici, senza corrente elettrica, senza acqua corrente, senza camera operatoria. E’ costituita da alcune stanza di degenza, una cucina, una sala parto, una stanza per le medicazioni, le visite, gli interventi di pronto soccorso... è  sprovvista del minimo necessario...

 Difficoltà ce ne sono state parecchie perché avevamo a disposizione solo i farmaci che avevamo portato con noi dall’Italia, qualche ferro chirurgico, le nostre mani e ...

la nostra povera competenza professionale...

 Fortunatamente i Mongoli sono gente sana e robusta fisicamente: ho avuto modo di costatare più volte la loro resistenza al dolore e alla fatica; mi è capitato di effettuare piccoli interventi di chirurgia ambulatoriale senza alcuna anestesia (purtroppo non c’era altra possibilità), senza che il paziente o la paziente battessero ciglio. Le donne in particolare: le gravide arrivavano a cavallo anche da molti chilometri di distanza con le loro pance e i loro bellissimi bambini.

 Problemi c’erano quando ci si trovava di fronte a piccoli morenti, colpiti da meningite ormai senza possibilità di risoluzione; quando si entrava in una tenda e si presentava a nostri occhi una donna ancor giovane, circondata da un nugolo di bambini, vecchie, cani e galline, in un caldo soffocante, che tendeva le mani alla nostra impotenza ad aiutarla dal cancro che la stava consumando.

 Le difficoltà erano soprattutto logistiche: non ci sono strade; per arrivare sul posto dall’Italia sono stati necessari tre giorni di viaggio.

Strade asfaltate ne ho viste solo nella capitale Ulaanbaatar, fuori solo piste, tracce nella steppa. Per raggiungere la città più vicina a Dashbalbar, per poter arrivare in  un ospedale più degno di tale nome, sono necessarie dalle sei alle otto ore di fuoristrada nella steppa. Non c’era possibilità di comunicare, se non attraverso il telegrafo posto in un piccolo e sgangherato ufficio postale e solo con la capitale....per venti giorni, ma questo non mi è per niente dispiaciuto, non ho potuto sapere che cosa stava accadendo nel mondo.

 Nei dintorni si girava a cavallo, di notte si dormiva nel sacco a pelo; per farsi un bagno a scopo igienico, si doveva raggiungere l’acqua quasi gelida di un fiume, posto nella steppa a circa un chilometro di distanza da dove eravamo alloggiati.

 Sicuramente il mio contributo, anche se modesto, c’è stato: quello che ho ricevuto in cambio è stato incommensurabile. In termini di sensazioni interiori e vissuti emotivi è stata un’esperienza molto forte: è stato quasi come vivere in sogno, al di fuori della realtà, in un mondo in cui quello che conta sono solo i rapporti con le persone che ti stanno attorno e il rapporto con la natura che ti circonda...solo che non era un sogno, era vero.   Alzarsi al mattino, uscire, girare nella steppa col vento che ti congela la punta del naso e le orecchie per vedere il sole che sorge; ammirare il cielo che sembra ancora più sconfinato e di un azzurro indescrivibile; di notte perdersi ad osservare una infinità di stelle luccicanti....

 Alcuni  giorni mi sembrava di essere sul set di un film western: baracche di legno, tende, giovani che transitavano al galoppo, il saloon, persone ferme sui loro cavalli che osservavano silenziose....mancavano solo le pistole, i fucili e i cattivi, ma l’ambiente sembrava proprio quello.

 Con la gente personalmente mi intendevo benissimo pur non capendo la loro lingua: bastava guardarsi in faccia, negli occhi. L’ospitalità e la cortesia dei mongoli credo sia proverbiale: ogni volta che si entrava in una tenda o in una baracca , si era circondati di ogni premura, veniva sempre offerto del cibo, il cibo migliore che era a disposizione.

Parlavo di sensazioni forti a livello emotivo; l’impressione era ed è tuttora di percepire la realtà che mi circonda in un modo diverso, più vero, di riuscire a comprendere (dando a questo verbo tutto il suo significato empatico) al di là di ogni logica razionale. i vissuti emotivi di chi mi sta vicino.

E’ come se lo spogliarsi di ogni superfluo, lo sperimentare una situazione nella quale il problema tuo ma soprattutto degli altri è quello della sopravvivenza, abbia fatto cadere una benda che mi copriva gli occhi. Non ho alcun timore ad affermare che lì ho sperimentato l’intersoggettività: lì eravamo e ci sentivamo tutti soggetti, dall’idiota del villaggio, alla dottoressa Altatzetze, al mio amico Aldo.

 Non mi sono mai sentito così libero.

La Mongolia è un terra sconfinata dove ognuno si difende come può, oppure si integra con l’ambiente, si rapporta con le persone in una relazione che non può non essere vera, perchè priva di tutte quelle sovrastrutture che condizionano quotidianamente i nostri rapporti interpersonali.

 Il viaggio di ritorno comincia con la classica sbronza di wodka per....dimenticare; in realtà non dimentico proprio niente. Ci fermiamo tre giorni nella capitale: Ulaanbaatar: “il guerriero rosso”.

Ulaanbaatar. è una grande baraccopoli, vi vive un terzo di tutta la popolazione della Mongolia, c’è tutto quello che di peggio ci può essere in occidente, tutto il peggior risultato della nostra “civiltà”. E’ qui che vedo i famosi “bambini di strada” rifugiarsi come topi nelle fogne dei quartieri.

 Visito l’ospedale modello del carcere, il bellissimo tempio buddista dove vengo circondato da mendicanti di ogni tipo e da un’infinità di bambini che vogliono vendermi il miglio per i piccioni. Conosco le suore di Madre Teresa di Calcutta, che qui hanno una casa, e con loro insieme ad Aldo (gli altri del gruppo hanno giustamente deciso di fare un po’ i turisti) cerco di portare un po’ di conforto nelle peggiori baracche della periferia ....acquisto dei souvenirs.

Qui l’impressione è diversa: non è più il paradiso come a Dashbalbar, la sensazione è comunque di vivere a tutta.

Arriva il momento della partenza per il ritorno in Italia....non vorrei salire su quell’aereo....

 

Sambainò !” 

 

Dr. Sergio Bettinelli

 

 

 

 

 

 

 

 

- SPAZIO SOCI -

 

 

 

VERSO L'UNITA' DELL'ESSERE
DANZATERAPIA COI BAMBINI

 

 


"Chi non danza non sa quel che accade"

(Vangeli apocrifi)

 

Chi non danza, nel senso ampio del termine, non si rende consapevole di ciò che gli succede dentro, non sa esprimerlo nella gioia, non conosce sé stesso, forse, un sé stesso che non è solo carne, non è solo mente o spirito, ma è l'insieme di questi aspetti.

I bambini sono esseri aperti al processo di evoluzione verso l'essere nella sua completezza che, spesso noi adulti ci dimentichiamo, include il corpo, luogo a cui siamo portati a vivere-morire; la mente, così spesso allontanata dalla sua sede naturale (il corpo appunto); lo spirito, ciò che fa ognuno di noi un essere portato verso le verità ultime e quelle ontologiche. La ricerca di Dio, del mistero della morte e della danza della creazione, inizia molto prima di quanto siamo portati a immaginare.

La danza, nella sua praticità legata a  questa completezza e al fine della riunificazione, possiede delle chiavi che non sono solo simboliche, nell'apertura verso la meditazione, la contemplazione, la relazione, la visione che hanno a che fare con lo 'stato' di movimento. Si danza con sé stessi, con gli altri e con l'Altro. In ogni relazione a due che comprende la consapevolezza di questo aspetto (spirituale), esiste una terza entità trascendente. "Dove due o tre si riuniscono nel mio nome, io sono con loro" dice Gesù nel Vangelo di Luca.

Danzare nelle esplorazioni delle proprie potenzialità corporee in tutto il loro "range" di possibilità, dà alla persona, al bambino, a chiunque, la possibilità di costruirsi questa totalità nella 'legge dell'uno', movimento unico, dove tutte le parti collaborano integrate in una sola intenzione, verso la realizzazione di sé, nel loro aspetto che da animale si trasforma in umano e poi va verso il divino, in un processo che possiamo riunificare così:

 

FUSIONE - col corpo della madre, profondità inconsce dell'acqua - animale -battesimo d'acqua - CORPO

 

DISTINZIONE - separazione, identità, consapevolezza, maschio\femmina, umano, affermazione sulla terra - MENTE

 

RICONCILIAZIONE - unione, sposalizio, matrimonio, senso del divino, trascendenza, battesimo del fuoco, SPIRITO

 

in una dimensione trinitaria dell'essere che vede il processo nel tempo di evoluzione, un corrispettivo del processo nel movimento tridimensionale verso la verticalizzazione. Dare ai bambini la possibilità di sentire questa spinta dinamica verso la propria crescita e la realizzazione del loro aspetto umano-divino ("…l'ha fatto poco meno di un angelo"), può essere un aiuto prezioso e un sostegno al senso religioso che ognuno svilupperà. Inoltre i bambini hanno ancora un'intelligenza aperta, accogliente e pura, hanno bisogno di essere nutriti di messaggi 'interi' che, nella ricerca di distinzione, comprendano la loro totalità, per il bisogno di essere riconosciuti e visti, per arrivare loro stessi al vedere e conoscere.

Hanno ancora il potere, la forza e la possibilità di stupirsi, sorprendersi, commuoversi (con-emozione, emotion, quanto è piena di movimento questa parola!). E' importante che queste porte rimangano aperte, perché "solo se tornerete come bambini, troverete il Regno dei Cieli".

Solo con la loro dinamica intelligenza, sarà possibile ri-aprirsi alla molteplicità dell'Uno, al matrimonio interiore che la  danza può così profondamente incarnare. Nella dimensione dello spirito che si incarna nella danza, ci si avvicina alla Visione. Dico questo perché è nel partorire le mie bambine e nel danzare che ho percepito tutto questo. Ma cos'è la visione?

Come nasce in noi? Come procede? Come è collegata agli altri organi di senso e come organizza le informazioni? Un buon senso della vista è l'abilità di vedere 20\20. Un bambino sano può raggiungerla a sei mesi.

La visione è il più evoluto dei sensi e una combinazione di tutti gli altri. Necessita di essere richiamata per permettere al bambino di imparare.

Il processo chiamato 'memoria visuale' è il modo per richiamare eventi passati. Visualizzazione è invece l'abilità di creare nella mente situazioni che non necessariamente necessitano un richiamo. Nel processo di visualizzazione sono incluse la creatività e la immaginazione. Quando guardo l'immagine di un  limone  spremuto, per capire la visione, i miei sensi entrano in azione. Odoro il limone, assaporo la sua asprezza, sento la buccia, sputo i semi, ascolto il succo mentre lo verso. La mia esperienza con un limone, forse di anni prima, è stata immagazzinata nella  memoria. Ora quando vedo una semplice foto di un limone, il richiamo della vista, sapore, odore e tatto, sprizzano da quelle prime esperienze nel mio ambiente. Se non ho sentito l'odore, poi il sapore, se non ho fatto rotolare i semi nella bocca prima di sputarli, sentito la buccia o il succo che gocciola, non saprei cos'è un limone. Visione è prendere quello che vedi, senti, assapori, ascolti, odori e tocchi, aggiungendo a tutte le altre informazioni a priori, assimilandole e con la capacità di usare l'informazione nel proprio modo. In altre parole, visione è quello che fai con quello che "vedi". Per arrivare alla 'visione', il bambino deve ottenere informazioni dal suo mondo:

1) col contatto della pelle e l'odorato che creano consapevolezza del suo corpo. La pelle dovrà così essere stimolata col suono, con la luce ma soprattutto con il tatto. Senza carezze, il neonato è come senza cibo ed è provato che nella totale assenza di queste potrebbe morirne. Animali e bambini accarezzati, tendono ad apprendere più velocemente. Attraverso la pelle i bambini sentono il mondo.

2)con le mani e la bocca. Questo è un altro modo di sentire. Per conoscere un oggetto, il bambino deve poterlo prendere in mano e portarlo alla bocca, grande fonte di esplorazione e informazione per un bambino.

In questo modo egli vede.

3) col suono. A questo stadio il linguaggio è appreso facilmente, tanto che i bambini possono imparare più lingue contemporaneamente. Per questo le rime e le filastrocche sono così importanti: attraverso di esse, imparano il suono del linguaggio, il ritmo e le sequenze.

4) l'ultimo modo in cui un bambino comunica, sono i suoi occhi. Il bambino impara quello che vede intorno a sé. Ma la vista non va confusa con la visione. L'organo della vista è 'vederci bene', mentre la visione è la composizione di tutti i sensi. Visione è quello che una persona FA con quello che vede.

"La percezione del mondo è in se stessa un atto creativo, un atto di immaginazione: senza l'immaginazione infatti, non riusciremmo a vedere ciò che è là per essere visto" Marion Milner

Il bambino attua quel passaggio tra percezione ed emozione  dopo la distinzione e il sentire separato, oltre la contemplazione: per vedere e sentire, quindi, all'educatore  occorre vivere l'incontro nella danza nella totalità dell'essere, nella postura flessibile, nell'asse dinamico, senza resistere al movimento interno e nel respiro consapevole, per darsi la possibilità di incontrare i bambini nella loro interezza e vederli nella loro totalità. Questo atto del vedere  è atto di presenza e dà senso all'esperienza dell'altro, riconosciuto. Atto di attenzione che è allo stesso tempo presentazione di sé e accoglimento dell'altro. Se l'io indugia nella propria presenza, è come se guardasse attraverso una lente, quindi non  può vedere l'altro come realmente è, ma come se fosse avvolto in qualcosa.

Solo quando si evita  ogni interferenza tra il mio io e l'altro,  consento all'intuizione di agire liberamente, per percepire l'altro e comprenderne la bellezza. Il movimento e la testimonianza di esso, permette di 'svolgersi' e di rendersi nudi  nella propria essenza per percepire e vedere quella dell'altro. Nella consapevolezza del proprio corpo, del suo spazio, del suo senso del peso, della sua velocità, della sua forma e del suo respiro.

Per questo è incoerente e inutile qualsiasi rincorsa, gara o competizione.

Questo allenamento o pratica, mi permetterà di fermare il mio sguardo all'altro sospendendo lo sguardo utilitario e interpretativo, e percepire l'altro come tale, che si rivela come essere vivente totale. Rivelazione e apparizione, nel momento in cui la presenza è irradiata, come una luce che non arriva solo dall'esterno, ma promana dalla presenza stessa. Lo sguardo potrà accedere all'interiorità perchè non si limiterà alle forme, ma potrà cogliere un'altra modalità della bellezza. Una persona accompagnata da tanti aspetti di sé è lì, davanti a me. Si muove, mi parla. Non "egli" ma "tu". Attraverso l'ascolto sensibile del suo movimento anche nell'apparente immobilità, arriva sempre la stupefacente ed emozionante esperienza che si dispiega dallo sguardo, della vita di una persona, del suo più profondo essere, fatto di tempo, spazio, corpo, energia con tutte le loro funzioni.

La improvvisa manifestazione di un mistero a cui anche il bambino può essere avvicinato e invitato ad accedere con la danza creativa.

Se non ho incontrato questa creatività nella mia danza, non la potrò incontrare con l'altro. Se non ho incontrato quella intuizione con me stessa, non la potrò incontrare con l'altro. Se non avrò avuto l'esperienza della creazione divina, non potrò credere. Come dice Maritain, nell'atto creativo di una danza, è come se "in quel momento senso e sensazione sono riportati al cuore, il sangue allo spirito, la passione all'intuizione"

E se non sarò passata attraverso il giudizio-non giudizio di me stessa, continuerò ad illudermi di non giudicare, seducendo l'altro con la mia falsa accettazione totale, mentre il giudizio transiterà e seminerà ombra dentro di me. Per questo è importante mantenere l'ascolto e la consapevolezza di sé vivi.

Mi rendo conto, partendo da me stessa e dalla mia storia di danzatrice prima, poi coreografa e infine danzaterapeuta, di come la richiesta o il bisogno di danza sia essenzialmente il primario bisogno di essere visti, spesso per trovare o ritrovare e rinnovare, quindi integrare, quel primo sguardo d'amore nutriente e comprensivo con cui il bambini si sente seguito, accompagnato, supportato e rispecchiato fin dalla sua nascita.

Per questo per avvicinare l'altro con tanta intensità, il proprio movimento dovrà essere integrato, distaccato e amorevole dimodochè l'altro lo possa "utilizzare" senza la paura di esserne imprigionato, appesantito o allontanato.

Allora lì non ci sarà sentimentalismo che allontana dalla trasparenza e dalla pulizia di sentimento, non ci sarà inquinamento, seduzione o emozione che travolga, ma una domanda chiara, una proposta individuale che contiene tutte le individualità in un cerchio, anzi un'ellissi. Un modo sensibile per avvicinarsi agli altri con tutti gli organi di senso e creare la visione sempre più vicina alla totalità. Ma nella mia materia, nella materia viva dei miei sistemi biologici. Poter danzare così ogni volta per me è un tesoro prezioso che mi tengo stretta e allo stesso tempo un dono intimo e profondo che mi rende un po’ più disponibile.

Comincio da me, comincio a ri-incontrare tutto questo io stessa, dove tutti e due i mondi convivono o combattono, per poi arrivare dolcemente insieme a percorrere quella strada che forse nella ricerca del discernimento, mi aiuterà ad aiutare, in un contatto che non necessariamente passerà nel tatto-con, ma che col tatto potrà facilitare la comunicazione e lo scambio di informazioni. Cosa più di una mano rispettosa, sicura, leggera, dolce, tenera, calda, rilassata, vicino al cuore, specchio del proprio corpo, può dire: "Ecco, ci sei, ti sento, ti sono accanto, ti vedo, ti riconosco, così va bene", come fa una brava ostetrica con una partoriente o una madre col proprio bambino. E ancora, se entrando profondamente nel mio movimento posso sentire tutte le articolazioni al servizio della mia intenzione, in quel momento i miei sistemi si uniscono in un unico scopo e ogni estremità si collega attraverso dei ponti articolari dove anche le singole vertebre acquistano la loro individuale flessibilità per mettersi nel moto della tridimensionalità cercando mappe intere di percorso verso l'altro. Ogni passaggio, ogni esplorazione, ogni parte del corpo ha una sua sacralità. Un percorso verso l'innocenza, perchè il movimento sia semplice,  essenziale,  un tutt'uno con la domanda diretta che arriva dal profondo del midollo spinale, verso la verginità, dunque, nel senso di fiducia nel proprio sé e fedeltà verso quello che i propri sensi domandano, della direzione in cui ti portano, e senza la paura di sbagliare o di trovare blocchi, tensioni muscolari, cadute, difficoltà, luoghi bui fatti di dolori articolari o sensi di vuoto, in altre parole, senza la rigidità dell'immobilità ma rispondendo sempre fedelmente a dove testa, cuore, bacino, piedi ti portano.

"L’essenza della danza è la sua fedeltà alla nostra vita interiore.

Qui risiede la sua capacità di promuovere e comunicare esperienze.

La realtà della danza può essere focalizzata nel regno dei valori umani e attraverso semplici, diretti, oggettivi strumenti. Il nostro è un mondo visivamente stimolato; l’occhio non deve essere smentito: la danza non ha bisogno di cambiare, deve essere solo svelata”  Martha Graham

Nella sua rivelazione riscopro l’unificazione nella percezione sensoriale di un’unica dimensione umana-divina. L’occhio dà e riceve.

 

Esplorare, ascoltare, accettare per imparare qual è il nostro cammino interiore, nella fede che l'unico maestro di danza è solo Dio che  con il soffio del suo Verbo fa vibrare il nostro essere.

 

 

Donata Zocca

(danzaterapeuta)