Continuiamo la nostra riflessione
sul tema della dualità e dell’intersoggettività.
Questa volta però, oltre agli
articoli più teorici, vogliamo cogliere la dinamica intersoggettiva
nell’esperienza diretta. Sergio Bettinelli ci parlerà del suo recente viaggio
in Mongolia. Un viaggio interiore, oltre che concreto ed esteriore, dove sogno
e realtà si fondono in un’unità portatrice di senso. Dualità come confronto tra
due mondi e culture diverse, intersoggettività come scoperta della possibilità
di dialogare… pur credendo di non sapere la lingua!
Gruppi CEPEI: il gruppo sulla “sofferenza del corpo” termina per
ora il suo percorso e lascia una traccia importante delle riflessioni che lo
hanno accompagnato in questi quattro anni. Prosegue invece il gruppo “paideia”
sull’educazione, che si darà nuovi appuntamenti per il nuovo anno.
Vi sarete accorti che, purtroppo, da
circa un mese compare un banner pubblicitario in cima alla pagina del nostro
sito web. E’ una scelta che, senza consultarci, il provider che ci forniva lo
spazio web gratuito ci ha imposto per ragioni evidentemente commerciali. In
disaccordo con questa politica, è in corso di registrazione il nostro sito come
dominio autonomo. Ci costerà qualcosa, ma confidiamo così di poter continuare a
rimanere indipendenti. Il prossimo anno ritroverete lo spazio web all’indirizzo
www.cepei.it
la
redazione
Prosegue la riflessione sulle componenti
fondamentali della relazione intersoggettiva nella pratica psicoanalitica.
L’articolo di Paolo Cozzaglio, data la sua estensione, verrà pubblicato in più numeri
del notiziario. Chi volesse già leggere la versione integrale, la può trovare
sul nostro sito web nella sezione “articoli”.
La dinamica cognitiva appartiene nella nostra esperienza
alla mente, al pensiero. La psicoanalisi si pone in questa dinamica come metodo
conoscitivo; infatti, ciò che l'analista e il paziente fanno è il porsi l'un
l'altro come soggetti riflessivi, rispetto all'esperienza immediata che
ciascuno ha della vita e del proprio mondo interiore. Ciò che diviene conscio è
il senso del proprio esserci e del proprio agire. In questo senso, il fattore
cognitivo è collegato al vissuto
antinomico di autonomia/dipendenza, cioè la possibilità del soggetto di
agire in modo efficace nella vita, di poter decidere secondo la propria
volontà, di poter modificare il proprio ambiente, pur nella necessità di
adattarsi ad esso e di interagire con gli altri.
Questa antinomia fondamentale, può essere scomposta in altre
polarità dialettiche, secondo quanto descritto dalle teorie evolutive
dell’adattamento. Millon, ad esempio, descrive quattro polarità che costellano
l’evolversi della personalità:
a)
polarità
piacere-dolore, che sottende a obbiettivi di tipo esistenziale. Piacere, come
il miglioramento e arricchimento della propria vita e del sentimento della
propria identità; la necessaria salvaguardia della sopravvivenza e del sistema
vitale raggiunto sino a quel momento, lo oppone tuttavia all’esperienza del
dolore, nel momento in cui la personalità avverte nel cambiamento una minaccia
alla propria integrità. E’ in questa polarità che si può comprendere il
meccanismo della “coazione a ripetere” freudiana, e la resistenza alla
guarigione. La ripetizione garantisce, infatti, l’integrità del sentimento
della propria personalità e le modalità comportamentali sviluppate per
fronteggiare le problematiche ambientali (principio omeostatico e di inerzia).
La “resistenza alla guarigione” mostra come la nevrosi sia anch’essa comunque
un tentativo di adattamento a una situazione ambientale e relazionale vissuta
come problematica. La polarità
piacere-dolore si estrinseca secondo due atteggiamenti fondamentali che
costituiscono la seconda polarità:
b)
polarità
passivo-attivo, che indica la modalità di adattamento all’ambiente
esperienziale: l’adeguamento passivo al sistema vitale già dato permette il
controllo degli eventi imprevedibili, percepiti come minaccia alla propria
integrità; il rimaneggiamento attivo e l’ampliamento del proprio sistema di
vita, sono d’altro canto l’esigenza fondamentale della personalità per potersi
dare un senso di continuità in evoluzione, e per potersi dare risposte
relazionali e comportamentali nuove che permettano l’integrazione di nuove
risorse. Nel vissuto di queste prime due polarità, il soggetto mette in
relazione la propria personalità con le modalità comportamentali che vive come
esterne a sé. In questa direzione diviene fondamentale, nella ricerca di
autonomia/dipendenza, la terza polarità:
c)
polarità
sé-altro, come ricerca del senso della propria personalità nella differenza da
altre modalità relazionali, e la ricerca del senso della propria personalità
nella continuità esistenziale. Nella teoria dell’evoluzione dunque, questa
polarità costituisce la strategia riproduttiva, e come tale si estrinseca nella
dialettica maschile-femminile. La diversità di atteggiamento permette una
compenetrazione dialogica, che dà il sentimento della possibilità della propria
continuità al di là del limite del proprio corpo che rimanda all’evento ultimo
e drammatico della propria morte individuale. La modalità “maschile” risponde
alla necessità della continuità della propria “presenza” tramite la trasformazione
e la fecondazione della realtà (il pensiero, il lavoro, la propagazione
riproduttiva); la modalità “femminile” risponde alla stessa necessità mediante
la salvaguardia di quella stessa realtà creativa che è stata prodotta (modalità
di accudimento riproduttivo, dove il privilegiare l’altro assicura la
continuità di sé nelle informazioni genetiche della specie). Ogni essere umano,
come già Jung evidenziava parlando di “Anima”, porta in sé questa dialettica
maschile-femminile, e la vive nella relazione con l’altro.
d)
Infine
la polarità sensazione-pensiero, permette l’assimilazione della propria
esperienza, e la sua organizzazione e rielaborazione, tramite la distinzione
corpo-mente. Il corpo, legato alla sensazione, è la modalità immediata di
esperienza di sé e dell’altro, non ancora resa cognitivamente consapevole ed
organizzata. L’esperienza della propria personalità come corpo integra
l’esperienza secondo la componente passivo/femminile. La mente, legata al
pensiero, diviene la modalità mediata, cognitivamente cosciente ed organizzata,
della sensazione, e dunque la trasformazione della propria esperienza secondo
la componente attivo/maschile.
Come avviene, secondo la dinamica cognitiva, il passaggio
dall'interdipendenza all'intersoggettività?
Il vissuto di dipendenza si articola secondo le modalità
appena viste di dolore/piacere, passività, alterità, femminile. Il vissuto di
autonomia sposta la personalità sulle modalità di piacere/dolore, attività,
identità (sèità), maschile.
Il soggetto si vive dipendente nel momento in cui sente la
frattura tra il proprio desiderio di essere artefice e fautore del proprio
mondo interiore, delle proprie azioni e della propria vita, e la situazione
reale in cui si trova ad agire e in cui si sente costretto, e alla quale si
deve adattare per mantenere il sentimento della propria sopravvivenza e della
propria presenza. L’altro essere umano diviene contemporaneamente l’oggetto che
può soddisfare la realizzazione della propria personalità, ma anche il soggetto
che può ostacolare questa stessa realizzazione. In questa contraddizione
relazionale, il desiderio di autonomia, come uscita dalla dipendenza e dal
bisogno dell’altro, viene narcisisticamente identificato nella ricerca di un
egoriferimento esasperato. Adler descriveva questa situazione come la personale
ricerca di una “meta fittizia” che, con il miraggio della propria autonomia,
riusciva a mettere in scacco l’intero ambito relazionale del soggetto. La
sottomissione dell’altro, e del contesto sociale di vita, come chimera della
propria autorealizzazione. La sottomissione all’altro, e l’impotenza rispetto
al contesto sociale di vita, come bisogno di sopravvivenza.
L'uscita da questa interdipendenza egoriferita, prevede la
consapevolezza della condivisione relazionale delle proprie problematiche
esistenziali e l'ampliamento della coscienza riflessiva, da una visione
personalistica, a una visione universale. Questo avviene nel momento in cui il
soggetto, mediante un atto riflessivo condiviso nella relazione analitica, diviene
consapevole che le proprie problematiche personali sono in realtà le
problematiche comuni a tutti gli esseri umani. La realizzazione del proprio
progetto personale di vita diviene allora la realizzazione del progetto
universale umano. Il soggetto non si pone più in modo passivo o rivendicativo
rispetto al proprio agire, ma vive la propria autonomia nel rendersi partecipe
e responsabile di ciò che la vita viene in lui realizzando. Questo passaggio
può avvenire solo se l’analista rinuncia al presunto potere della propria
“neutralità” e mostra, al contrario, di poter condividere le problematiche del
soggetto, in quanto sue stesse problematiche. Solo in questo ambito
intersoggettivo può cadere l’egoriferimento difensivo, a favore di una meta
creativa e non fittizia.
Nel passaggio dall'interdipendenza all'intersoggettività, il
soggetto compie, tramite il dialogo con l’alterità, un salto riflessivo che gli
permette di guardare le problematiche personali in una visione più ampia ed
elevata, nella ricerca di un senso. Il vissuto della dipendenza lo pone in una
posizione di passività rispetto alle esperienze della vita, mentre il dialogo
intersoggettivo gli dà il senso dell’autonomia come atteggiamento attivo e
responsabile, nell’accogliere gli eventi di vita che lo coinvolgono.
Dr. Paolo
Cozzaglio
Settembre 2002
“....andremo da Dio, lo saluteremo,
se si dimostrerà ospitale rimarremo con lui, altrimenti
prenderemo il cavallo e verremo via....”
Non so di chi sia
questa frase, la si può leggere aprendo un sito internet sulla Mongolia, ma non
sono riuscito a trovare una migliore definizione del popolo mongolo:
estremamente fiero ed ospitale, abituato a lottare per la sopravvivenza in una
terra bellissima, ma inospitale.
Nel mese di Settembre 2002 ho avuto
la fortuna di accompagnare il mio amico e collega Aldo in Mongolia, nella
regione del Dornod all’estremo Nord-Est, precisamente a Dashbalbar, un piccolo
villaggio.
Il nostro scopo era quello di portare la nostra professionalità di
medici in aiuto di quella popolazione, in una zona del mondo carente di
personale sanitario, di farmaci e di strutture.
Eravamo tre medici e due
collaboratori.
Il problema della lingua è stato risolto con l’aiuto di tre
interpreti del luogo, che ci traducevano dal mongolo all’inglese.
Il lavoro si è svolto
principalmente all’interno di una struttura chiamata ospedale e consisteva in
attività di carattere ambulatoriale. Ho scritto “chiamata ospedale” perchè in
realtà al massimo si potrebbe chiamarla “infermeria”: si tratta infatti di una
bassa costruzione in muratura, una delle pochissime esistenti in quel luogo,
edificata dai Sovietici, senza corrente elettrica, senza acqua corrente, senza
camera operatoria. E’ costituita da alcune stanza di degenza, una cucina, una
sala parto, una stanza per le medicazioni, le visite, gli interventi di pronto
soccorso... è sprovvista del minimo
necessario...
Difficoltà ce ne sono state parecchie perché avevamo a
disposizione solo i farmaci che avevamo portato con noi dall’Italia, qualche
ferro chirurgico, le nostre mani e ...
la nostra povera competenza
professionale...
Fortunatamente i Mongoli sono gente sana e robusta fisicamente: ho
avuto modo di costatare più volte la loro resistenza al dolore e alla fatica;
mi è capitato di effettuare piccoli interventi di chirurgia ambulatoriale senza
alcuna anestesia (purtroppo non c’era altra possibilità), senza che il paziente
o la paziente battessero ciglio. Le donne in particolare: le gravide arrivavano
a cavallo anche da molti chilometri di distanza con le loro pance e i loro
bellissimi bambini.
Problemi c’erano quando ci si trovava di fronte a piccoli morenti,
colpiti da meningite ormai senza possibilità di risoluzione; quando si entrava
in una tenda e si presentava a nostri occhi una donna ancor giovane, circondata
da un nugolo di bambini, vecchie, cani e galline, in un caldo soffocante, che
tendeva le mani alla nostra impotenza ad aiutarla dal cancro che la stava
consumando.
Le difficoltà erano soprattutto logistiche: non ci sono strade; per
arrivare sul posto dall’Italia sono stati necessari tre giorni di viaggio.
Strade asfaltate ne ho viste solo
nella capitale Ulaanbaatar, fuori solo piste, tracce nella steppa. Per
raggiungere la città più vicina a Dashbalbar, per poter arrivare in un ospedale più degno di tale nome, sono
necessarie dalle sei alle otto ore di fuoristrada nella steppa. Non c’era
possibilità di comunicare, se non attraverso il telegrafo posto in un piccolo e
sgangherato ufficio postale e solo con la capitale....per venti giorni, ma
questo non mi è per niente dispiaciuto, non ho potuto sapere che cosa stava
accadendo nel mondo.
Nei dintorni si girava a cavallo, di notte si dormiva nel sacco a
pelo; per farsi un bagno a scopo igienico, si doveva raggiungere l’acqua quasi
gelida di un fiume, posto nella steppa a circa un chilometro di distanza da
dove eravamo alloggiati.
Sicuramente il mio contributo, anche se modesto, c’è stato: quello
che ho ricevuto in cambio è stato incommensurabile. In termini di sensazioni
interiori e vissuti emotivi è stata un’esperienza molto forte: è stato quasi
come vivere in sogno, al di fuori della realtà, in un mondo in cui quello che
conta sono solo i rapporti con le persone che ti stanno attorno e il rapporto
con la natura che ti circonda...solo che non era un sogno, era vero. Alzarsi al mattino, uscire, girare nella
steppa col vento che ti congela la punta del naso e le orecchie per vedere il
sole che sorge; ammirare il cielo che sembra ancora più sconfinato e di un
azzurro indescrivibile; di notte perdersi ad osservare una infinità di stelle
luccicanti....
Alcuni giorni mi sembrava
di essere sul set di un film western: baracche di legno, tende, giovani che
transitavano al galoppo, il saloon, persone ferme sui loro cavalli che osservavano
silenziose....mancavano solo le pistole, i fucili e i cattivi, ma l’ambiente
sembrava proprio quello.
Con la gente personalmente mi intendevo benissimo pur non capendo
la loro lingua: bastava guardarsi in faccia, negli occhi. L’ospitalità e la
cortesia dei mongoli credo sia proverbiale: ogni volta che si entrava in una
tenda o in una baracca , si era circondati di ogni premura, veniva sempre
offerto del cibo, il cibo migliore che era a disposizione.
Parlavo di sensazioni forti a
livello emotivo; l’impressione era ed è tuttora di percepire la realtà che mi
circonda in un modo diverso, più vero, di riuscire a comprendere (dando a
questo verbo tutto il suo significato empatico) al di là di ogni logica
razionale. i vissuti emotivi di chi mi sta vicino.
E’ come se lo spogliarsi di ogni
superfluo, lo sperimentare una situazione nella quale il problema tuo ma
soprattutto degli altri è quello della sopravvivenza, abbia fatto cadere una
benda che mi copriva gli occhi. Non ho alcun timore ad affermare che lì ho sperimentato
l’intersoggettività: lì eravamo e ci sentivamo tutti soggetti, dall’idiota del
villaggio, alla dottoressa Altatzetze, al mio amico Aldo.
Non mi sono mai sentito così libero.
La Mongolia è un terra sconfinata
dove ognuno si difende come può, oppure si integra con l’ambiente, si rapporta
con le persone in una relazione che non può non essere vera, perchè priva di
tutte quelle sovrastrutture che condizionano quotidianamente i nostri rapporti
interpersonali.
Il viaggio di ritorno comincia con la classica sbronza di wodka
per....dimenticare; in realtà non dimentico proprio niente. Ci fermiamo tre
giorni nella capitale: Ulaanbaatar: “il guerriero rosso”.
Ulaanbaatar. è una grande
baraccopoli, vi vive un terzo di tutta la popolazione della Mongolia, c’è tutto
quello che di peggio ci può essere in occidente, tutto il peggior risultato
della nostra “civiltà”. E’ qui che vedo i famosi “bambini di strada” rifugiarsi
come topi nelle fogne dei quartieri.
Visito l’ospedale modello del carcere, il bellissimo tempio
buddista dove vengo circondato da mendicanti di ogni tipo e da un’infinità di
bambini che vogliono vendermi il miglio per i piccioni. Conosco le suore di
Madre Teresa di Calcutta, che qui hanno una casa, e con loro insieme ad Aldo
(gli altri del gruppo hanno giustamente deciso di fare un po’ i turisti) cerco
di portare un po’ di conforto nelle peggiori baracche della periferia
....acquisto dei souvenirs.
Qui l’impressione è diversa: non è
più il paradiso come a Dashbalbar, la sensazione è comunque di vivere a tutta.
Arriva il momento della partenza
per il ritorno in Italia....non vorrei salire su quell’aereo....
“Sambainò !”
- SPAZIO SOCI -
"Chi non danza non sa quel che accade"
(Vangeli apocrifi)
Chi non danza, nel senso ampio del
termine, non si rende consapevole di ciò che gli succede dentro, non sa
esprimerlo nella gioia, non conosce sé stesso, forse, un sé stesso che non è
solo carne, non è solo mente o spirito, ma è l'insieme di questi aspetti.
I bambini sono esseri aperti al
processo di evoluzione verso l'essere nella sua completezza che, spesso noi
adulti ci dimentichiamo, include il corpo,
luogo a cui siamo portati a vivere-morire; la mente, così spesso allontanata dalla sua sede naturale (il corpo
appunto); lo spirito, ciò che fa
ognuno di noi un essere portato verso le verità ultime e quelle ontologiche. La
ricerca di Dio, del mistero della morte e della danza della creazione, inizia
molto prima di quanto siamo portati a immaginare.
La danza, nella sua praticità
legata a questa completezza e al fine
della riunificazione, possiede delle chiavi che non sono solo simboliche,
nell'apertura verso la meditazione, la contemplazione, la relazione, la visione
che hanno a che fare con lo 'stato' di movimento. Si danza con sé stessi, con
gli altri e con l'Altro. In ogni relazione a due che comprende la
consapevolezza di questo aspetto (spirituale), esiste una terza entità
trascendente. "Dove due o tre si riuniscono nel mio nome, io sono con
loro" dice Gesù nel Vangelo di Luca.
Danzare nelle esplorazioni delle
proprie potenzialità corporee in tutto il loro "range" di
possibilità, dà alla persona, al bambino, a chiunque, la possibilità di costruirsi
questa totalità nella 'legge dell'uno', movimento unico, dove tutte le parti
collaborano integrate in una sola intenzione, verso la realizzazione di sé, nel
loro aspetto che da animale si trasforma in umano e poi va verso il divino, in
un processo che possiamo riunificare così:
FUSIONE - col corpo della madre, profondità inconsce dell'acqua -
animale -battesimo d'acqua - CORPO
DISTINZIONE - separazione, identità, consapevolezza,
maschio\femmina, umano, affermazione sulla terra - MENTE
RICONCILIAZIONE - unione, sposalizio, matrimonio, senso del divino,
trascendenza, battesimo del fuoco, SPIRITO
in una dimensione trinitaria
dell'essere che vede il processo nel tempo di evoluzione, un corrispettivo del
processo nel movimento tridimensionale verso la verticalizzazione. Dare ai
bambini la possibilità di sentire questa spinta dinamica verso la propria
crescita e la realizzazione del loro aspetto umano-divino ("…l'ha fatto
poco meno di un angelo"), può essere un aiuto prezioso e un sostegno al senso
religioso che ognuno svilupperà. Inoltre i bambini hanno ancora un'intelligenza
aperta, accogliente e pura, hanno bisogno di essere nutriti di messaggi
'interi' che, nella ricerca di distinzione, comprendano la loro totalità, per
il bisogno di essere riconosciuti e visti, per arrivare loro stessi al vedere e
conoscere.
Hanno ancora il potere, la forza e
la possibilità di stupirsi, sorprendersi, commuoversi (con-emozione, emotion, quanto è piena di movimento
questa parola!). E' importante che queste porte rimangano aperte, perché
"solo se tornerete come bambini, troverete il Regno dei Cieli".
Solo con la loro dinamica
intelligenza, sarà possibile ri-aprirsi alla molteplicità dell'Uno, al
matrimonio interiore che la danza può
così profondamente incarnare. Nella dimensione dello spirito che si incarna
nella danza, ci si avvicina alla Visione. Dico questo perché è nel partorire le
mie bambine e nel danzare che ho percepito tutto questo. Ma cos'è la visione?
Come nasce in noi? Come procede?
Come è collegata agli altri organi di senso e come organizza le informazioni?
Un buon senso della vista è l'abilità di vedere 20\20. Un bambino sano può
raggiungerla a sei mesi.
La visione è il più evoluto dei
sensi e una combinazione di tutti gli altri. Necessita di essere richiamata per
permettere al bambino di imparare.
Il processo chiamato 'memoria
visuale' è il modo per richiamare eventi passati. Visualizzazione è invece
l'abilità di creare nella mente situazioni che non necessariamente necessitano
un richiamo. Nel processo di visualizzazione sono incluse la creatività e la
immaginazione. Quando guardo l'immagine di un
limone spremuto, per capire la
visione, i miei sensi entrano in azione. Odoro il limone, assaporo la sua
asprezza, sento la buccia, sputo i semi, ascolto il succo mentre lo verso. La
mia esperienza con un limone, forse di anni prima, è stata immagazzinata
nella memoria. Ora quando vedo una
semplice foto di un limone, il richiamo della vista, sapore, odore e tatto,
sprizzano da quelle prime esperienze nel mio ambiente. Se non ho sentito
l'odore, poi il sapore, se non ho fatto rotolare i semi nella bocca prima di
sputarli, sentito la buccia o il succo che gocciola, non saprei cos'è un
limone. Visione è prendere quello che vedi, senti, assapori, ascolti, odori e tocchi,
aggiungendo a tutte le altre informazioni a priori, assimilandole e con la
capacità di usare l'informazione nel proprio modo. In altre parole, visione è
quello che fai con quello che "vedi". Per arrivare alla 'visione', il
bambino deve ottenere informazioni dal suo mondo:
1) col contatto della pelle e
l'odorato che creano consapevolezza del suo corpo. La pelle dovrà così essere
stimolata col suono, con la luce ma soprattutto con il tatto. Senza carezze, il
neonato è come senza cibo ed è provato che nella totale assenza di queste
potrebbe morirne. Animali e bambini accarezzati, tendono ad apprendere più
velocemente. Attraverso la pelle i bambini sentono il mondo.
2)con le mani e la bocca. Questo è
un altro modo di sentire. Per conoscere un oggetto, il bambino deve poterlo
prendere in mano e portarlo alla bocca, grande fonte di esplorazione e
informazione per un bambino.
In questo modo egli vede.
3) col suono. A questo stadio il
linguaggio è appreso facilmente, tanto che i bambini possono imparare più lingue
contemporaneamente. Per questo le rime e le filastrocche sono così importanti:
attraverso di esse, imparano il suono del linguaggio, il ritmo e le sequenze.
4) l'ultimo modo in cui un bambino
comunica, sono i suoi occhi. Il bambino impara quello che vede intorno a sé. Ma
la vista non va confusa con la visione. L'organo della vista è 'vederci bene',
mentre la visione è la composizione di tutti i sensi. Visione è quello che una
persona FA con quello che vede.
"La percezione del mondo è in se stessa un atto creativo, un atto
di immaginazione: senza l'immaginazione infatti, non riusciremmo a vedere ciò
che è là per essere visto" Marion Milner
Il bambino attua quel passaggio
tra percezione ed emozione dopo la
distinzione e il sentire separato, oltre la contemplazione: per vedere e
sentire, quindi, all'educatore occorre
vivere l'incontro nella danza nella totalità dell'essere, nella postura
flessibile, nell'asse dinamico, senza resistere al movimento interno e nel respiro
consapevole, per darsi la possibilità di incontrare i bambini nella loro
interezza e vederli nella loro totalità. Questo atto del vedere è atto di presenza e dà senso all'esperienza
dell'altro, riconosciuto. Atto di attenzione che è allo stesso tempo
presentazione di sé e accoglimento dell'altro. Se l'io indugia nella propria
presenza, è come se guardasse attraverso una lente, quindi non può vedere l'altro come realmente è, ma come
se fosse avvolto in qualcosa.
Solo quando si evita ogni interferenza tra il mio io e
l'altro, consento all'intuizione di
agire liberamente, per percepire l'altro e comprenderne la bellezza. Il
movimento e la testimonianza di esso, permette di 'svolgersi' e di rendersi
nudi nella propria essenza per
percepire e vedere quella dell'altro. Nella consapevolezza del proprio corpo,
del suo spazio, del suo senso del peso, della sua velocità, della sua forma e
del suo respiro.
Per questo è incoerente e inutile
qualsiasi rincorsa, gara o competizione.
Questo allenamento o pratica, mi
permetterà di fermare il mio sguardo all'altro sospendendo lo sguardo
utilitario e interpretativo, e percepire l'altro come tale, che si rivela come
essere vivente totale. Rivelazione e apparizione, nel momento in cui la
presenza è irradiata, come una luce che non arriva solo dall'esterno, ma
promana dalla presenza stessa. Lo sguardo potrà accedere all'interiorità perchè
non si limiterà alle forme, ma potrà cogliere un'altra modalità della bellezza.
Una persona accompagnata da tanti aspetti di sé è lì, davanti a me. Si muove,
mi parla. Non "egli" ma "tu". Attraverso l'ascolto
sensibile del suo movimento anche nell'apparente immobilità, arriva sempre la
stupefacente ed emozionante esperienza che si dispiega dallo sguardo, della
vita di una persona, del suo più profondo essere, fatto di tempo, spazio,
corpo, energia con tutte le loro funzioni.
La improvvisa manifestazione di un
mistero a cui anche il bambino può essere avvicinato e invitato ad accedere con
la danza creativa.
Se non ho incontrato questa
creatività nella mia danza, non la potrò incontrare con l'altro. Se non ho
incontrato quella intuizione con me stessa, non la potrò incontrare con
l'altro. Se non avrò avuto l'esperienza della creazione divina, non potrò
credere. Come dice Maritain, nell'atto creativo di una danza, è come se "in
quel momento senso e sensazione sono riportati al cuore, il sangue allo
spirito, la passione all'intuizione"
E se non sarò passata attraverso
il giudizio-non giudizio di me stessa, continuerò ad illudermi di non
giudicare, seducendo l'altro con la mia falsa accettazione totale, mentre il
giudizio transiterà e seminerà ombra dentro di me. Per questo è importante
mantenere l'ascolto e la consapevolezza di sé vivi.
Mi rendo conto, partendo da me
stessa e dalla mia storia di danzatrice prima, poi coreografa e infine
danzaterapeuta, di come la richiesta o il bisogno di danza sia essenzialmente
il primario bisogno di essere visti, spesso per trovare o ritrovare e
rinnovare, quindi integrare, quel primo sguardo d'amore nutriente e comprensivo
con cui il bambini si sente seguito, accompagnato, supportato e rispecchiato
fin dalla sua nascita.
Per questo per avvicinare l'altro
con tanta intensità, il proprio movimento dovrà essere integrato, distaccato e
amorevole dimodochè l'altro lo possa "utilizzare" senza la paura di
esserne imprigionato, appesantito o allontanato.
Allora lì non ci sarà
sentimentalismo che allontana dalla trasparenza e dalla pulizia di sentimento,
non ci sarà inquinamento, seduzione o emozione che travolga, ma una domanda
chiara, una proposta individuale che contiene tutte le individualità in un
cerchio, anzi un'ellissi. Un modo sensibile per avvicinarsi agli altri con
tutti gli organi di senso e creare la visione sempre più vicina alla totalità.
Ma nella mia materia, nella materia viva dei miei sistemi biologici. Poter
danzare così ogni volta per me è un tesoro prezioso che mi tengo stretta e allo
stesso tempo un dono intimo e profondo che mi rende un po’ più disponibile.
Comincio da me, comincio a
ri-incontrare tutto questo io stessa, dove tutti e due i mondi convivono o
combattono, per poi arrivare dolcemente insieme a percorrere quella strada che
forse nella ricerca del discernimento, mi aiuterà ad aiutare, in un contatto
che non necessariamente passerà nel tatto-con, ma che col tatto potrà facilitare
la comunicazione e lo scambio di informazioni. Cosa più di una mano rispettosa,
sicura, leggera, dolce, tenera, calda, rilassata, vicino al cuore, specchio del
proprio corpo, può dire: "Ecco, ci sei, ti sento, ti sono accanto, ti
vedo, ti riconosco, così va bene", come fa una brava ostetrica con una
partoriente o una madre col proprio bambino. E ancora, se entrando
profondamente nel mio movimento posso sentire tutte le articolazioni al
servizio della mia intenzione, in quel momento i miei sistemi si uniscono in un
unico scopo e ogni estremità si collega attraverso dei ponti articolari dove
anche le singole vertebre acquistano la loro individuale flessibilità per
mettersi nel moto della tridimensionalità cercando mappe intere di percorso
verso l'altro. Ogni passaggio, ogni esplorazione, ogni parte del corpo ha una
sua sacralità. Un percorso verso l'innocenza, perchè il movimento sia
semplice, essenziale, un tutt'uno con la domanda diretta che
arriva dal profondo del midollo spinale, verso la verginità, dunque, nel senso
di fiducia nel proprio sé e fedeltà verso quello che i propri sensi domandano,
della direzione in cui ti portano, e senza la paura di sbagliare o di trovare
blocchi, tensioni muscolari, cadute, difficoltà, luoghi bui fatti di dolori articolari
o sensi di vuoto, in altre parole, senza la rigidità dell'immobilità ma
rispondendo sempre fedelmente a dove testa, cuore, bacino, piedi ti portano.
"L’essenza della danza è la sua fedeltà alla nostra vita interiore.
Qui risiede la sua capacità di promuovere e comunicare esperienze.
La realtà della danza può essere focalizzata nel regno dei valori umani
e attraverso semplici, diretti, oggettivi strumenti. Il nostro è un mondo
visivamente stimolato; l’occhio non deve essere smentito: la danza non ha bisogno
di cambiare, deve essere solo svelata” Martha
Graham
Nella sua rivelazione riscopro
l’unificazione nella percezione sensoriale di un’unica dimensione umana-divina.
L’occhio dà e riceve.
Esplorare, ascoltare, accettare
per imparare qual è il nostro cammino interiore, nella fede che l'unico maestro
di danza è solo Dio che con il soffio
del suo Verbo fa vibrare il nostro essere.
Donata Zocca
(danzaterapeuta)