NOTIZIARIO CEPEI N.9 (anno 2003)
Questo numero del notiziario arriva
un po’ in ritardo rispetto ai precedenti.
Non è un caso.
Tutti ormai siete a conoscenza del
profondo lutto che ci ha colpiti.
L’8 agosto Lorenzo Bignamini ci ha
lasciato in modo drammatico. Nella cronaca del caldo di agosto abbiamo
inaspettatamente incontrato la nostra foto (i cinque fondatori del CEPEI) sulle
pagine del Corriere della sera e in
televisione.
Abbiamo provato una strana
sensazione.
Quella foto, carpita da internet dai
giornalisti per dare voce alle prime notizie di un evento insulso e
inaccettabile, continuava ad unirci a Lorenzo come nel momento in cui era stata
scattata. Il profondo dolore si univa al ricordo sereno e importante di quel
momento, che avevamo reso immortale in un sorriso “di gruppo”.
Lorenzo stesso veniva definito dalla
stampa “dottor sorriso”, e la sincronia del nostro ricordo e della percezione
che gli altri evidentemente ne avevano, ci ha indotto a sentire fondamentale il
pensiero portato avanti in questi anni insieme.
Lorenzo non era solamente un amico.
Era una persona con cui condividevamo la nostra visione della vita e le
speranze che la caricano di Anima e di Eros.
Ne è nata una “lettera” che avete
letto sul nostro sito web e che riportiamo in questo notiziario.
Troverete anche un inserto
particolare: è il lavoro di studio sul simbolo della croce, che Lorenzo
Bignamini aveva scritto per la Società di Sand-play therapy e che aveva portato all’ultimo
congresso della Società Italiana Psicologia e Religione a Torino.
la redazione
PER RICORDARE LORENZO
8 agosto 2003
Ciao
Lorenzo
vorremmo parlare con te della storia di una
profonda amicizia che ci ha fatto camminare insieme in questi anni. Un'Amicizia
intensa perchè condivideva uno sguardo "alto"
sulla vita, e oltre la vita, e non solo una reciproca simpatia e stima.
Siamo
tutt'uno con il nostro "lavoro", tu lo sai:
neanche nei momenti di riposo ci abbandona infatti quel costante interrogarci,
quella continua ricerca di senso, di nessi, di significati, in tutte le azioni
che quotidianamente si svolgono nel vivere. I "pazienti", che insieme
chiamavamo interlocutori e incontri, li portavamo sempre con noi,
anche in vacanza, anche nei week end, anche in
famiglia. Lo dicevamo spesso: ad essi la nostra riconoscenza, perchè sono loro che ci permettono di conoscerci, di
scoprire nuove prospettive, di "sanare" il nostro animo sofferente.
Parlavamo
di intersoggettività, una prospettiva difficile e mai raggiunta. Ogni
volta che la sentivamo più vicina, questa parola si faceva più sfumata e
incomprensibile, ma ci invitava a cercare ancora e più a fondo. Amavi e credevi
nel tuo lavoro e, in fondo, per te intersoggettività significava soprattutto
poterti mettere in discussione con l'altro-del-discorso
che avevi davanti durante le sedute.
La
ricerca. Eri dotato di una curiosità veramente speciale, appena approfondivi un
argomento o una tecnica, ti veniva immediatamente voglia di andare altrove per
cercare dell'altro. E in questa ricerca eri contagioso. Più volte ci hai
trascinato in percorsi inaspettati o ci hai dato lo stimolo per non fermarci,
mettendo tutto in discussione. Attribuivi questo atteggiamento alla tua
personalità "un po' border", come tu
stesso dicevi mettendoti a ridere, ma in questa "patologia" ti
seguivamo volentieri. I giornali hanno scritto che eri "una brava
persona". Ma cosa vuol dire? Di discussioni ne abbiamo avute tante e
sempre portavano a qualcosa di nuovo. I sogni, le "sabbie", la
spiritualità, i simboli, l'Universale, erano argomenti a te cari che trovavano
in noi una sintonia e una comprensione rara. Non ci sentivamo così spesso
-ultimamente viaggiavi tanto e l'ambito della tua ricerca si estendeva fuori
dai confini della Lombardia- ma quando ci sentivamo era come fosse stato il giorno
prima; subito si faceva avanti quella familiarità che contraddistingue chi è
capace di pensare insieme e sente la Presenza dell'altro al di là della
vicinanza fisica.
Ci
piace continuare a pensarti così. I difetti? Eravamo abituati a dialogare con
le nostre Ombre, e anche di quelle tue ne parlavi con assoluta onestà
intellettuale. Ci definivi un gruppo "casinista" come effettivamente
siamo: poca capacità organizzativa, molti ideali e, a volte, molto
individualismo introverso e difensivo. Eppure anche tu ti meravigliavi, insieme
a noi, di come poi tutto potesse procedere e di come potessimo volerci bene,
accomunati dalla stessa idea della psicoterapia, delle relazioni, della vita.
Insieme
a noi, in modo entusiasta, avevi denominato la nostra associazione "Centro
di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva" e subito dopo, conscio del nome
impegnativo e lungo, e del fatto che eravamo soltanto in cinque, hai aggiunto:
"ma ragazzi, cosa stiamo facendo? Forse non lo capiamo neppure noi cosa
vuol dire...". Eppure hai contribuito non poco al primo statuto, visto che
eri quello, tra noi, con migliori doti pratiche e organizzative.
Il
nostro particolare ricordo va oggi a Donata, Anita, Matilde, le persone che
amavi e con cui condividevi la quotidianità. Ci dicevi che con loro sentivi un
legame speciale, capace di andare oltre qualsiasi difficoltà. Siamo convinti
che questo legame verrà comunque mantenuto, e anche quello con il CEPEI, nel
modo che tu ora conoscerai molto meglio di noi.
Sei
sempre presente
Paolo, Antonino, Paola, Sergio
UN PENSIERO …
Non riesco a disgiungere, nel caso particolare di Lorenzo,
il ricordo del collega psichiatra e come me analista junghiano, dal pensiero
dell’uomo: il forte rigore professionale unito ad un ineliminabile desiderio di
giocare, dialogando con le persone, inventando occasioni di confronto e
comunicazione, ribaltando talvolta pensieri e modi di sentire ovvi.
Forse ciò avviene anche perché i momenti che condividevamo
erano sempre strappati al tempo cosiddetto libero: non era allora infrequente
che dopo la discussione dei casi fatta nel tardo pomeriggio del sabato da
Antonino, ci si ritrovasse poi in pizzeria, famiglia, bambini, cagnolini
compresi; o che progettassimo gli incontri sul “Maschile e Femminile”, nella
mia casa sul lago, che le bambine, mentre noi parlavamo, amavano scoprire con
grande attenzione.
Di tutti questi momenti, quello che più ci era rimasto nel
cuore, era stato un seminario residenziale, che Marco Garzonio
aveva tenuto sul tema della montagna, centrato sul Gioco della sabbia, che a me
stessa aveva fornito lo stimolo per avvicinarmi a questa metodica adatta al
cosiddetto “ non verbale”.
Poi sono venuti gli anni duri, delle perdite importanti,
rispetto a cui noi stessi abbiamo avuto tante volte il bisogno di diradare le
parole, ossia del riservo. Ma quando io ho vissuto il momento più difficile,
perché non c’era più il mio compagno, Lorenz
semplicemente mi ha detto: “ora in montagna ti ci accompagno io”.
Negli ultimi tempi la frequenza del contatto era minore, non
la qualità o l’affetto che la caratterizzava: Lorenzo sembrava correre ad
intensificare le esperienze, quasi ci fosse in lui consapevolezza che il tempo
a disposizione era poco. Ci si era così dati appuntamento sul lago, per una
sera tranquilla, con la luna, come l’anno scorso.
Tutta questa terribile e lunga estate è stata di fatto
l’estate di Lorenzo; ma ci siamo dovuti accontentare di vederne ancora il
sorriso con gli occhi della mente e del cuore.
Paola Manzoni
EVOLUZIONE ED INTEGRAZIONE: DALLA DUALITA’ ALL’UNICITA’.
La dualità poggia sulla coesistenza di due principi opposti
e irriducibili fra di loro,che hanno funzione di principi esplicativi di una
concezione filosofico-religiosa.
La dualità in campo filosofico, riguardo all’essere,
sostiene che esso è di formazione duplice, materia e spirito (vedi res extensa e res cogitans di
Cartesio).
L’unicità, già denominata monismo, sostiene invece che
l’essere è unico, costituito da una sola sostanza; per il materialismo dalla
materia (monismo materialistico), per lo spiritualismo dallo spirito (monismo
spiritualistico). La materia sarebbe la condizione reale in cui alberga lo
spirito e gli dà forma e possibilità di esprimersi.
La dualità in campo religioso sostiene la presenza di due
principi opposti, bene e male, in lotta inconciliabile fra di loro, vedi antica
Persia con Zarathustra e Persia più recente (terzo
secolo dopo Cristo) con manicheismo, in cui Mani opponeva il bene, simbolizzato
dalla luce e governato dal “padre della grandezza”, a quello del male, retto
dal “principe delle tenebre” e identificato con la materia. Invero il
manicheismo porta con sé un vertere verso l’unicità, quando si esprime per la
redenzione dell’umanità, in quanto questa potrà avvenire attraverso la
conoscenza della verità,cioè della luce che ogni uomo porta in sé per arrivare
così all’annullamento della primitiva separazione della luce dalle tenebre con
la fine del mondo fisico, col superamento della materia.
Invero anche lo Zoroastrismo porta
all’unicità quando, dopo aver detto che l’intera storia dell’universo è la
lotta tra Ahura Mazda,
divinità suprema del bene e Angra Mainyn,
divinità del male, afferma infine che tutto terminerà con la totale sconfitta
del principio del male:in tale visione manca l’integrazione, ma fin d’allora si
era visto che il principio della contraddizione non reggeva per l’eternità.
In questo terzo millennio,cosiddetto età dell’acquario, si
apre una nuova era, la cui prospettiva è il passaggio dalla dualità-separazione
all’unicità-integrazione delle polarità. Qui vi sarà la coesistenza dei due
principi, intesi come polarità ma costituiti della medesima sostanza, come
maschile e femminile, yang e yin
degli orientali, che tendono alla loro unione, alla loro integrazione.
Nell’essere umano questi due principi si danno incarnati nell’uomo e nella
donna , i quali dialogheranno fra di loro come il maschile e il femminile
dell’Uno, inteso come la totalità del principio di tutte le cose.
Non è che non esista il buono e il cattivo,il bello e il
brutto, il bene e il male e così via, certo che esistano, ma quello che deve
venire superato è il concetto di dualità, intesa come opposizione.
Buono e cattivo, bello e brutto, bene e male diventano due
espressioni di una medesima dinamica del pensiero a polarità differente
(potenzialità e atto,darsi e distanziarsi).
Se viceversa continuiamo a considerarli termini opposti,
continueremo a persistere nella logica
della contraddizione e quindi della
separazione. Tale logica comporta il distacco dall’inconscio quale entità unica,
nonché il distacco dal divino.
D’altronde, come ci insegna la dialettica, fino a quando
rimaniamo nella dualità siamo dibattuti
fra tesi ed antitesi e proprio, come la dialettica esige, è necessario lo
sbocco e questo è dato dalla soluzione cioè dalla sintesi. La sintesi esprime
l’unicità.
Verrà così superato il principio della contraddizione e
questo è un passaggio obbligato per proseguire nell’evoluzione, è un passaggio
obbligato per l’evolutività del soggetto.
E gli esseri umani, uomo o donna, continueranno a dialogare
fra di loro. Nel loro dialogare si riconosceranno distinti nell’esprimersi ma
tuttavia identici, in quanto consapevoli di essere entrambi soggetti pensanti:
e così non possono che andare
verso la dualità – unione, in cui l’uno si riconosce
nell’altro e l’altro nell’ uno.
Presupposto necessario affinché ciò sia reso possibile è un
altro superamento : il superamento dell’Io per l’accesso al vero Sé.
In ordine successivo il superamento dell’Io precede il
superamento della dualità, ma non è detto che debbano essere completate tutte
le operazioni della prima fase per avviarci alla seconda. Nella prassi le due
operazioni procedono di pari passo, aggiungerei simultaneamente e in modo
sinergico.
Finora il pensiero psicoanalitico, Jung compreso, si è mosso
sul concetto di dualità – opposizione ma da qualche decennio, vedi Silvia
Montefoschi, il cammino dell’umanità si avvia verso una notevole spinta
evolutiva e questa passa attraverso la
risoluzione di questa dualità – opposizione.
L’uomo, avendo così superata la logica della contraddizione
e della separazione, scoprirà semprepiù il divino che
è in lui ed entrerà sempre più in contatto col suo inconscio e questo si
manifesterà sempre più in lui come coscienza dell’infinito divenire dell’essere.
dott. Antonino Messina
La
dinamica affettiva appartiene nella nostra esperienza al corpo, al sentire. La
psicoanalisi si pone in questa dinamica come metodo esperienziale;
ciò che l'analista e il paziente fanno è quello di sperimentare, nel contesto
intersoggettivo, nuovi modi emotivi ed affettivi di essere con se stessi e con
l'altro. Il fattore affettivo è collegato al vissuto antinomico di solitudine/vicinanza, rispetto alla propria
possibilità di relazione. Questo vissuto è bene descritto dalle teorie
dell'attaccamento.
Ad
esempio, sviluppando le teorie di Bowlby, che
descriveva la tendenza del bambino a costituire legami di attaccamento con le
figure primarie finalizzati alla sopravvivenza, Mary Main
parla di internal working models
(modelli rappresentativi interni) come rappresentazioni schematizzate dei
legami primari di attaccamento; essi hanno la funzione di guida
cosciente/inconscia per le successive esperienze di attaccamento. Fonagy poi descrive le qualità adattive
e difensive de gli stili di attaccamento: attaccamento sicuro è quello che dà
un internal working model unitario e coerente;
attaccamento insicuro-evitante dà internal working models multipli e incoerenti (madre idealizzata conscia,
madre rifiutante inconscia); attaccamento insicuro-ambivalente dà ancora internal working models multipli
e incoerenti (madre buona e cattiva, disponibile e rifiutante).
Nel
rapporto analitico vengono rivissuti i modelli di attaccamento, e questi
influenzano l'espressività e la legittimazione delle proprie emozioni. Un
attaccamento su base sicura permette di sostenere l'antinomia
solitudine/vicinanza, non così un attaccamento insicuro o disorganizzato, che
rende problematica e conflittuale a percezione della propria identità nella
presenza dell'altro.
Esistono,
infatti, due modi di percepire la vicinanza dell’altro, e dunque, la
solitudine. Il primo modo, esperito con un senso di vuoto, è conseguente al
vissuto emotivo della distanza dall'altro, e genera in modo interdipendente il
bisogno incolmabile della presenza dell'altro. Senza l'altro il soggetto non
riesce più a percepire sé stesso e prova un senso di mancanza e di morte. Il
secondo modo viene esperito con un senso di pienezza e di continuità
esistenziale; il soggetto sperimenta nella propria solitudine la possibilità
stessa di esserci in quanto tale, e proprio per questo sente la possibilità di una
vicinanza con l'altro, che non corrisponde più al bisogno di sopravvivenza
emotiva, o alla perdita fusionale di sé stesso.
Questa seconda modalità è quella del rapporto intersoggettivo, in cui il
soggetto, pur rimanendo distinto dall'altro, si può riconoscere nell'altro, e
dunque instaurare con lui un dialogo continuo, dove la “presenza” di sé e
dell’altro non viene mai meno.
Come
avviene il passaggio dall’interdipendenza all’intersoggettività? Come bene ha
sottolineato Storolow, nella dimensione degli affetti
vi sono modalità relazionali espresse, ma in seguito censurate e represse, e
modalità relazionali potenziali, ma mai espresse. Entrambe sono fondamentali
nel vissuto della propria dimensione affettiva ed espressiva su “base sicura”.
Il mancato sviluppo di queste modalità affettivo-relazionali
condizionano una dipendenza fondata sul reciproco sospetto (e incomprensione)
nella relazione con l’altro, per paura del rifiuto e dell’abbandono, e della
conseguente “morte” della propria “presenza affettiva”. Due sono i momenti
necessari allo sviluppo di un rapporto intersoggettivo: il riconoscimento e la
legittimazione dei propri sentimenti e affetti repressi; la scoperta e lo
sviluppo delle proprie potenzialità affettive in una modalità relazionale
nuova. Entrambi questi momenti divengono fondanti del dialogo analitico, dove
il riconoscimento riflessivo, l’espressione, e la legittimazione degli affetti,
sono passaggi necessari e imprescindibili. Dare il nome alle proprie emozioni
significa, infatti, la possibilità di farle passare da un piano pulsionale inconscio a un piano riflessivo cosciente.
Anche in
questo caso una presunta neutralità dell’analista non fa che perpetuare il
vissuto di distanza e di isolamento, e la sensazione di una mancanza e di una
inadeguatezza affettiva. L’interpretazione di ogni moto affettivo del soggetto
come una difesa transferale, pone il soggetto in un
paradosso affettivo insolubile: ogni moto intersoggettivo viene letto come
attacco o, al contrario, tentativo di seduzione dell’analista, e conferma il
vissuto di solitudine e di incolmabile separazione dall’altro.
A titolo esemplificativo del discorso portato avanti, possiamo vedere
come la componente cognitiva e la componente affettiva si inseriscono
dinamicamente nel campo intersoggettivo della relazione analista-paziente.
Riporto il materiale onirico di due donne, che mostra problematiche
interdipendenti diverse, sebbene speculari.
SOGNO 1
La
sognatrice si trova nello studio dell’analista. C'è una terza persona che non
riesce bene a distinguere, un uomo che considera asessuato. L’analista le dice:
"segui ciò che tu vuoi fare, non
compiere l'errore che io ho commesso, quello di aver scelto quella situazione
senza volerlo veramente, trasportato dal bisogno dell’altro!". La
sognatrice si meraviglia che l’analista le racconti i suoi fatti personali.
La
sognatrice e il proprio analista sono in seduta psicoanalitica nella stanza da
letto dei genitori della sognatrice, e si baciano come amanti. Entrano i genitori, e la sognatrice è infastidita, ma poi
vede che escono dalla stanza, e continua a baciare l’analista.
La sognatrice del primo sogno è una giovane donna che ha la
tendenza a compiere agìti per soddisfare il bisogno
affettivo dell'altro. La sua problematica si sviluppa come la rinuncia ad usare
la propria capacità riflessiva e ad essere passivamente trasportata dalla
dimensione emotivo-affettiva. Nel sogno, la presenza
dell'uomo asessuato, mostra la sua paura ad investire di Eros anche il rapporto
con l'analista, considerato la fonte della propria capacità di pensare, e
identificato con il Logos. L'analista tuttavia, condividendo con la paziente il
proprio vissuto di essere in balia di momenti emotivi a-riflessivi, le indica
la possibilità di trovare in sé stessa la fonte del Logos. In altre parole,
l'analista indica alla paziente che il loro dialogo reciproco è possibile
proprio perché entrambi condividono la capacità di riflessione, la dimensione
cognitiva, accanto alla dimensione affettiva. È della possibilità di usare il
proprio Logos, non più identificato in figure maschili esterne, che la paziente
si meraviglia.
La sognatrice del secondo sogno è invece una donna di
mezz'età che ha represso da sempre la propria dimensione affettiva,
enfatizzando una fredda e distante razionalità. L'esperienza del rapporto
distante tra i genitori ha cristallizzato la difficoltà relazionale di
dialogare con l'altro anche tramite il contatto emotivo-affettivo,
dandole un vissuto di solitudine e di distanza nei rapporti interpersonali. Nel
sogno, in effetti, la profonda comunicazione affettiva con l'analista viene
momentaneamente interrotta dall'irrompere nella scena dei vissuti affettivi
precedenti con le figure genitoriali. La prosecuzione
di un rapporto analitico efficace, nel contesto intersoggettivo, è simbolizzata
dall'uscita di scena dei genitori, e dalla ripresa del dialogo d'amore con
l'analista.
In entrambi i casi, i sogni indicano la necessità di passare
da una relazione interdipendente a una relazione intersoggettiva, sottolineando
maggiormente il lavoro da compiere su una delle due componenti: quella
cognitiva nel primo caso, quella affettiva nel secondo. In entrambi i casi
l’interdipendenza è evidente, secondo modalità diverse. Nel primo caso, la
svalutazione della propria capacità di pensare rende dipendente il soggetto dal
pensiero altrui (“io non so, tu sai…”), e amplifica la dipendenza emotiva
conseguente, dandole delle tonalità fusionali. Nel
secondo caso, la repressione e la svalutazione della propria possibilità di
espressione affettiva, rende il soggetto dipendente dall’altro dal punto di
vista emotivo (“ho assolutamente bisogno di te, ma io non sono niente per
te…”), con la conseguenza di porre una distanza intellettuale difensiva dalla
relazione affettiva spontanea.
Il dialogo
analitico deve tener conto di entrambe le componenti, quella cognitiva e quella
affettiva, nel passaggio dall’interdipendenza all’intersoggettività, e questo
può avvenire solo se anche l’analista mette in gioco entrambi i fattori nella
relazione con il soggetto.
Concludendo, è possibile rivedere alcuni concetti
psicoanalitici che sono a fondamento del procedere terapeutico, partendo dal
punto di vista intersoggettivo.
1)
Innanzitutto,
come già è stato evidenziato precedentemente, possiamo assumere la situazione
relazionale che chiamiamo “interdipendenza” come la situazione “di
base”, il primo momento, di ogni rapporto umano. L’espressione dei propri
bisogni affettivi e cognitivi, e la necessità di rispondere agli stessi bisogni
altrui, è la modalità relazionale che permette l’instaurarsi stesso del
rapporto, affinché i soggetti possano riconoscere in loro stessi ciò che vivono
come esterno a sé. Se io non “proiettassi” me stesso nell’altro con cui
dialogo, non potrei neppure “identificarmi” in ciò che l’altro soggetto viene
dicendo, e non ci sarebbe il presupposto di nessuna comunicazione possibile.
Possiamo allora descrivere le classiche difese psicoanalitiche della “proiezione”
e della “identificazione”, e dunque anche l’”identificazione proiettiva”, come
situazioni comuni, anzi necessarie, all’iniziale instaurarsi della relazione
nel campo intersoggettivo. Il loro valore “negativo” di difesa risulta
evidente solo allorquando la situazione relazionale non evolva e rimanga
“interdipendente”. In altre parole, “ritirare la proiezione” dall’altro,
significa andare oltre l’identificazione nella situazione relazionale in cui il
soggetto che proietta si trova e si riconosce, per scoprire, insieme all’altro
soggetto in cui si identifica, nuove modalità di porsi e di essere. Nel
passaggio dall’interdipendenza all’intersoggettività, la proiezione e
l’identificazione vengono trasfigurate nel “riconoscersi” riflessivo
reciproco, dove il qui ed ora della relazione viene percepito come la modalità
relazionale che in quel momento si sta svolgendo tra due soggetti in dialogo, e
non tanto come l’entrare in scena di contenuti del passato (o immagini
parentali) oggettivati.
2)
Partendo
dall’assunto di base dell’interdipendenza nelle relazioni umane, viene a cadere
il concetto di “neutralità” dell’analista, non solo come un concetto
limite ideale e irrealizzabile, ma come un errore vero e proprio, se assunto
come necessità nel rapporto analitico. E’ infatti impensabile che un dialogo
intersoggettivo possa prevedere la distanza di uno dei due soggetti coinvolti.
Questa mistificazione del rapporto analitico avvalla semplicemente la
reificazione del rapporto, in una rigida separazione di soggetto-oggetto,
dove il soggetto-analista mantiene un potere
insuperabile sull’oggetto-paziente. Come abbiamo già sottolineato, la pretesa
neutralità dell’analista ostacola addirittura il processo terapeutico, se per
processo terapeutico intendiamo il passaggio dalla modalità interdipendente di
rapporto a quella intersoggettiva, nelle sue componenti cognitive ed affettive.
Dal punto di vista cognitivo, la neutralità è mistificante, perché pone
l’analista nella posizione di colui che sa e che può vedere. Anzi, attribuisce
all’analista il potere di influenzare, con il suo intervento, la personalità
del paziente, rendendolo invece cieco di fronte al reciproco influenzamento
interdipendente nel rapporto. Dal punto di vista affettivo, la neutralità è
mistificante, perché dà un connotato negativo all’entrare nel rapporto di
quelle modalità espressive profonde che sono fondamentali, come abbiamo visto,
per il cambiamento terapeutico. Il punto di vista neutrale, anzi, conferma
l’assenza di sviluppo delle modalità affettive inespresse in passato, e apre la
porta a una ritraumatizzazione del soggetto, che
vivrà come sbagliato o inutile ciò che, per l’appunto, non deve essere
espresso. In altre parole, se l’analista mi mostra che i sentimenti, che lui
stesso prova, devono essere mantenuti assenti dalla scena relazionale, per
quale motivo dovrei percepire l’espressione dei miei sentimenti come un
qualcosa di buono o di lecito? Quello che cambia, in un modello di rapporto
intersoggettivo, è ancora una volta l’atteggiamento riflessivo, vale a dire il
prendere distanza dal proprio agito pulsionale
(affettivo o cognitivo) di entrambi i soggetti, piuttosto che la distanza
“neutrale” di uno di essi. Uniti nel comune atteggiamento di riflessione
e di comprensione su ciò che sta avvenendo nel rapporto, i soggetti prendono distanza
dalle modalità immediate e ripetitive dei rapporti vissuti in passato, non
comprese e vissute come modalità uniche e necessarie.
3)
Quanto
detto sopra, implica la revisione dei concetti di transfert e controtransfert. Questi due concetti derivano
infatti, ancora una volta, dall’idea di “neutralità”, e dalla reificazione dei
vissuti interpersonali, come fossero contenuti intrapsichici isolati, separati
dal rapporto che in quel momento sta avvenendo tra i due soggetti. In un certo
senso la descrizione dei meccanismi di transfert e controtransfert
serve proprio per superare il fraintendimento della neutralità dell’analista,
tuttavia riflette la separazione soggetto-oggetto
propria della modalità di rapporto interdipendente. Nei casi peggiori, come già
evidenziato da Storolow, questi concetti servono a
giustificare e a sollevare dalla responsabilità l’analista, nelle situazioni di
stallo terapeutico, oppure nelle cosiddette “reazioni transferali
negative”. Propongo dunque di superare il concetto di transfert-controtransfert
con il concetto di “relazione intersoggettiva”, che meglio descrive la
contemporaneità della relazione cognitiva ed affettiva che si instaura nella
situazione analitica. Sempre in quest’ottica
attribuirei il termine “relazione interdipendente continuativa” alle
cosiddette reazioni transferali negative. La
situazione di stallo terapeutico sarebbe dunque quella in cui analista e
paziente si trovano immersi inconsapevolmente nella relazione interdipendente,
e che impone di cercare un punto di vista riflessivo diverso, per passare alla
consapevolezza, necessaria per una relazione intersoggettiva.
4)
Nella
visione psicoanalitica più tradizionale, transfert e controtransfert
erano addirittura proiezioni di modelli parentali propri, indipendenti dal
contesto analitico, sull’altro. Anche questo punto di vista deve essere
riconsiderato in una visione intersoggettiva, soprattutto perché apre il campo
a una concezione causalistica della psiche,
dove i “traumi” del passato spiegano il disagio nel presente. Se così fosse,
non sarebbe possibile il divenire stesso della personalità e il processo di
“guarigione”. In effetti, spesso si sente affermare che la psicoanalisi non ha
come scopo la guarigione, bensì il convivere con i propri problemi. A questa
concezione si oppone il punto di vista intersoggettivo, che descrive in altro
modo il concetto di transfert. Nel rapporto analitico, i soggetti rivivono
dinamiche relazionali universali che, in quanto tali, sono modalità relazionali
già vissute in passato e, sicuramente, riconosciute nelle stesse dinamiche
relazionali dei genitori. Il rivivere queste modalità di relazione nel qui ed
ora del rapporto analitico, se elaborato dalla capacità riflessiva dei due
soggetti in dialogo, permette ancora una volta il passaggio da un rapporto
interdipendente, in cui il soggetto si sente prigioniero del proprio vissuto
passato riattualizzato, a un rapporto
intersoggettivo, in cui il soggetto si scopre capace di superare quelle stesse
modalità comunicative passate e cristallizzate. Dalla situazione in cui il
passato condiziona il presente, il soggetto può sperimentare invece come il
presente possa superare il passato. Il processo di guarigione diventa
allora la riscoperta della possibilità evolutiva insita nella personalità e
nella relazione con l’altro.
Jung chiamava il divenire della personalità, o il cammino di
guarigione, “processo di individuazione”. Accogliendo in tutta la sua portata
questo termine, ma rivedendolo alla luce di quanto esposto in questo articolo,
possiamo affermare che il luogo e il tempo per il processo di individuazione è
proprio la relazione intersoggettiva, di cui il rapporto analitico è forse
l’esempio più strutturante.
1)
Adler A., prassi e teoria della psicologia individuale
(Astrolabio, 1967)
2)
Fonagy, attaccamento e funzione riflessiva
(Cortina, 1991)
3)
Jung C.G., la dinamica dell’inconscio (Bollati Boringhieri, 1967)
4)
Maturana H. – Varela F., l’albero della conoscenza (Garzanti,
1984)
5)
Mencarini M. – Moretti
G., alle soglie dell’infinito (in
proprio, 1995)
6)
Millon T. – Davis R., teoria evolutiva dei disturbi di personalità
in: Clarkin J. – Lenzenweger
M., i disturbi di personalità
(Cortina, 1996)
7)
Montefoschi S., l’uno
e l’altro (Feltrinelli, 1977)
8)
Montefoschi S., essere
nell’essere (Cortina, 1986)
9)
Montefoschi S., il
principio cosmico o del tabù dell’incesto (Bertani,
1987)
10)
Montefoschi S., dall’uno
all’uno oltre l’universo (in proprio, 1998)
11)
Storolow R. – Atwood G., i contesti
dell’essere (Bollati Boringhieri, 1992)
12)
Storolow R. – Atwood G. – Brandchaft B. – Fosshage J.,
psicopatologia intersoggettiva (QuattroVenti,
1999)
dott. Paolo Cozzaglio