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FORUM: intersubjectivity in clinical practice and personality evolution

 

09-02-2002

INTRODUZIONE: il concetto di intersoggettività in psicoanalisi può essere visto, indipendentemente dalle scuole e dai specifici orientamenti, come il tessuto relazionale che sottende il rapporto analitico. Tra gli autori che hanno usato questo concetto, esplicitamente o implicitamente, possiamo citare Silvia Montefoschi, Heinz Kohut, Robert Storolow. Tuttavia, le implicazioni del concetto di intersoggettività per la pratica clinica, possono essere considerate diverse.

INTRODUCTION: intersubjectivity in psychoanalysis can be regarded as the relational texture implied in the analytic relationship, independently from specific guidances or schools. Among the authors who use this conception, in explicit or implicit way, we can mention Silvia Montefoschi, Heinz Kohut, Robert Storolow. However different are implications of intersubjectivity in clinical practice.

INTRODUCCION: el concèpto de intersubjetividad en psicoanàlisis puede considerarse como el tejido relacional implìcito en la relaciòn analìtica, independientemente de especìficas orientaciones o escuelas. Entre los autores que se sierven de este concèpto, en modo explìcito o implìcito, podemos citar Silvia Montefoschi, Heinz Kohut, Robert Storolow. Sin embargo diferentes son las implicaciones de el concèpto de intersubjetividad en la pràctica clìnica.


17/02/2002 - Paolo Cozzaglio

Penso che, al di là dello specifico orientamento e formazione di ciascuno di noi, adottare una prospettiva intersoggettiva in terapia significhi innanzitutto rinunciare a quello che Storolow definisce il “mito della mente isolata”. Vale a dire che spesso si considera il paziente come una monade da analizzare, un individuo con un mondo interiore isolato e circoscritto. Nel momento in cui il paziente viene a contatto con noi, ci sarebbe allora l’incontro tra due mondi interiori separati, il suo e il nostro, che si incontrerebbero principalmente attraverso una proiezione. Spesso questo è il modo con cui viene visto il transfert e il controtransfert. Un altro punto di vista potrebbe invece già contemplare una interrelazione tra due soggetti sin dal primo momento dell’incontro, ma non come proiezione di contenuti psichici individuali l’uno sull’altro, bensì come reciproco riconoscimento di modalità relazionali umane già vissute in precedenti esperienze. Questo punto di vista porterebbe a una revisione non solo dei concetti di trasfert e controtransfert, ma anche quelli dei cosiddetti meccanismi di difesa. In altre parole, forse i meccanismi di difesa potrebbero corrispondere a modalità relazionali diverse nella reciproca interazione. Esistono meccanismi di difesa tipici e abituali, svincolati dal rapporto che in quel momento si sta svolgendo?

 I think that, beyond our specific guidance and training, adopting an intersubjective perspective in therapy means, above all, to give up what Storolow defines “the myth of isolate mind”. Frequently we think of the patient as a monad to analyse, an individual with an isolate and circumscribed inner world. At the moment the patient gets in touch with us, two separate inner worlds should meet –his world and ours- and they should meet mainly through a projection. Often that is the description of transference and countertransference. A different point of view would provide for an interrelation between two subjects since the first encounter, not as a mutual projection of individual psychic contents, but as a reciprocal recognition of human relational manners, already lived previously. This point of view leads to a revision of the conceptions of transference and countertransference and the concept of defence mechanisms. In other words, defence mechanisms should correspond with different relational manners in the mutual interaction. It does exists any usual and typical defence mechanism, which is released from the performing relationship between the two subjects?


24/02/2002 - Roberto Pani

Concerning my interests, I would say that they are about clinical psychoanalysis and psychotherapy , I am also "Pychoanalytic Psychodrama psychotherapist in group. I wrote books like "The Question on the Fee in Psychotanalytic Psychotherapy", "Compulsive Shopping" or "Dissociative Disorders ".

Circa i miei interessi, direi che riguardano la clinica psicoanalitica e la psicoterapia. Sono anche uno psicoterapeuta di gruppo di Psicodramma psicoanalitico. Ho scritto libri su "il problema dell'onorario nella psicoterapia psicoanalitica", "il shopping compulsivo" o "i disturbi dissociativi". [tradotto]


04/03/2002 - Sergio Bettinelli

Intersoggettività ed evoluzione. La realizzazione del sè avviene attraverso un processo evolutivo di trasformazione. Questa evoluzione trasformativa ha le caratteristiche della dialetticità, cioè della continua contraddizione, dell'incontro-scontro con l'altro, con la realtà esteriore ed interiore; consideriamo infatti la dialettica come l'elemento formale costitutivo di ogni realtà. Il sè, l'io riflessivo, pensante, riconoscendosi come diverso dall'altro e superando dialetticamente le contraddizioni di questa diversità, raggiunge la piena autonomia e quindi la sua realizzazione. Ciò avviene a maggior ragione ed in modo particolare se l'altro è a sua volta un sè riflessivo e pensante, cioè un soggetto. E' allora più precisamente nella relazione dialettica tra soggetti -intersoggettività - che si realizza il processo evolutivo-trasformativo. Tutto questo presuppone il riconoscimento della soggettività, il riconoscersi come soggetti riflettenti. Questa consapevolezza tuttavia passa attraverso la fase dell'interdipendenza: riconoscere l'altro come oggetto ed essere riconosciuto dall'altro come oggetto di dipendenza. Nel processo analitico l'intersoggettività è una meta a cui tendere, che si realizza attraverso la relazione dialettica analista-analizzando. L'intersoggettività è il fine e nello stesso tempo dialetticamente è il mezzo del processo evolutivo-trasformativo.

Intersubjectivity and evolution. Self-fulfilment is carrying out by an evolutionary transformation process. This transforming evolution is dialectic, i.e. is a continuous contradiction, an encounter-clash with the other one and with  inner and outer reality. I think dialectic as the formal constitutive element of any reality. The self, reflexive and thinking ego, recognizes itself as different from the other one and, dialectically going over the conctradictions of this diversity, it reaches its full autonomy and realization. The evolutionary-transforming process realizes itself in the dialectic relation between subjects: intersubjectivity. But the counsciousness of oneself subjectivity goes through interdependence: I recognize the other one as an object and he recognizes me as a dependence object. Through analytic process, intersubjectivity is a goal to reach. Intersubjectivity is the aim and the means of evolutionary-transforming process. [translation]

 


29/03/2002 - Paolo Cozzaglio

Intersoggettività ed evoluzione sono concetti molto belli, ma come si declinano in realtà nella pratica clinica? Ad esempio, mi chiedo come i colleghi vivono uno dei momenti più particolari dell'intersoggettività: quando un'analisi o una psicoterapia ha termine. E' questo forse il momento in cui l'interdipendenza si mostra nel suo aspetto più concreto. Non è forse un caso che, a quanto sento, spesso ci si imbatte in analisi interminabili. Considero tale l'analisi che tende a durare per più di 5 anni. Cosa ne pensate?

Intersubjectivity and evolution are great concepts, but how do we live them in clinical practice? For example: how do colleagues live one of the most peculiar moment of intersubjectivity: when analysis or a psychotherapy ends? This is perhaps the moment where interdependence shows its real appearance. It so happens that endless analysis are increasing. I consider an analysis "endless" when it lasts more then 5 years long. What do you think about it? [translation]


01/04/2002 - Lorenzo Bignamini

Lo stimolo pasquale proposto da Paolo è intrigante e mi induce in alcune riflessioni pratiche: sono 12 anni che lavoro come psicoterapeuta. Ho seguito nello studio privato con un contratto preciso di psicoterapia circa 70/80 persone. Di queste una decina hanno terminato la psicoterapia in modo concordato ed elaborato da parte di entrambi (media di 4 anni); 20 continuano a venire in una terapia in atto, 30 hanno terminato perché i sintomi o i problemi per cui erano venuti non erano più presenti, stavano meglio e dopo poco più di un anno non si facevano più vedere; 10 non so come mai non sono più venuti, e 2 continuano a venire dopo circa 7 anni di psicoterapia. Questi ultimi sono persone che hanno avuto una diagnosi psichiatrica di disturbo di personalità (1 Narcisista e borderline e l'altro schizoide) da parte di due colleghi esperti di un istituto universitario che li hanno inviati. Segnalo che tra le psicoterapie terminate concordemente ci sono anche percorsi con persone con diagnosi di schizofrenia (due), disturbi di personalità ed affettivi oltre a situazioni esistenziali o di richiesta di un analisi junghiana o con la sand play therapy. I due casi che Paolo definirebbe interminabili sono casi che hanno avuto un percorso iniziale molto difficile rispetto all'alleanza terapeutica, hanno necessitato di molti anni per accedere alla dimensione dell'intesoggettività e che continuano a presentare elementi di evolutività che coinvolgono sia il terapeuta che il paziente. Sono casi dove una dimensione reciproca di crescita personale si è sviluppata favorendo nel paziente l'accesso all'integrazione affettiva con quella relazionale e sociale: entrambi i casi sono di due maschi dove il terapeuta ha vissuto fortemente il transfert e controtransfert omofilico e dove il riconoscimento di questo ha permesso di evolvere ad una migliore integrazione di sé. In entrambe i casi le persone, che non sono psicoterapeuti, hanno approfondito e continuano ad utilizzare e riflettere sulla dimensione relazionale e analitica della vita. Mi fermo per eventualmente proseguire in altro momento.

My psychotherapeutic work lasts 12 years. I met in my surgery 70/80 persons. Ten of them finished psychotherapy on my own accord (average of 4 years); 20 continue therapy, 30 finished because they were recovered by symptoms, they felt better and stopped after 1 year of therapy; I don't know why, 10 persons went away, and 2 continue psychotherapy that is lasting more than 7 years. These last two persons have a diagnosis of personality disorder (one narcissist and borderline, the other schizoid). I remark that about the psychoterapies finished in accord, there are diagnosis of schizophrenia (two), personality disorders, affective disorders, and existential situations, with a request of jungian analysis or sand play therapy. The two endless cases -Paolo will define so these- began with a very difficult therapheutic alliance, and they needed many years to comply with intersubjectivity; they show evolutionary themes that involve both therapist than patient. They developed a mutual personal growth with a good integration between the affective dimension and the relational-social dimensions. Both cases concern males, with a omophilic transference and countertransference with the therapist that allowed a better self-integration. I stop now, to continue eventually again... [translation]


26/04/2002 - Paolo Cozzaglio

Mi sembra che Lorenzo abbia posto una distinzione importante: vi sono analisi che durano a lungo perchè non si risolve la dipendenza dall'analista (sono queste che, al di là della durata definirei "interminabili"), ma vi sono anche analisi che durano a lungo perchè si approfondisce lo scambio intersoggettivo con l'analista. Nella mia esperienza (10 anni di attività terapeutica analitica) il problema nel terminare l'analisi con questo secondo gruppo di interlocutori è stato quello di uscire dalla modalità del setting, pur mantenendo lo scambio umano profondo e la ricerca comune. Esigenza, del resto, che ha preso corpo proprio durante il rapporto analitico.

Lorenzo points out an important distinction: there is one analysis type which lasts a long time because patient vs analyst dependence doesn't resolve; but there is another analysis type which lasts a long time because intersubjective exchange with analyst deepens. In my clinical analytic experience (which beguns 10 years ago) the problem on ending analysis (2nd group of analytic partners) was how to get out of setting, even though keeping a deep human exchange and a mutual search. On the other hand this demand begun during analysis. [translation]


13/05/2002 - Enrico Vincenti

Il problema posto è sicuramente di grande importanza ed investe diversi livelli di riflessione: 1) cosa vuol dire "analisi interminabile"; 2) da chi e da cosa dipende il processo analitico; 3) quale è l'obiettivo della terapia; 4) che tipo di rapporto si instaura con il terapeuta; ecc. Innanzitutto vorrei far presente quanto una terapia che ha come obiettivo non il cambiamento sintomale, ma il cambiamento strutturale necessita di un tempo relativamente lungo. Il tempo del processo dipende dal particolare campo che si crea tra quel paziente e quel terapeuta in quel particolare momento della vita di ciascuno di loro. Bisogna tener presente che, se abbiamo per obiettivo il cambiamento strutturale, così come la struttura soggettuale ha avuto bisogno di tempo per costituirsi, allo stesso modo ha bisogno di tempo per potersi permettere un cambiamento. Troppo spesso ho avuto modo di fare i conti con processi di miei pazienti o di colleghi che, a prima vista sembravano essere in dirittura di arrivo, mentre, ad una analisi più approfondita, potevano considerarsi solo cambiamenti del sintomo. Quando allora possiamo dire che una analisi può dirsi conclusa? Quali sono i criteri per stabilire la conclusione? Non credo che il problema sia il tempo intercorso dall'inizio del trattamento, ma quanto il terapeuta sia consapevole del percorso che sta facendo insieme a quel paziente. Invece sul modificare il setting in corso d'opera, anche se in alcuni casi si rende necessario, sarei molto attento per evitare che ci possano essere degli agiti da parte del terapeuta.


18/06/2002 - Paolo Cozzaglio

Sono d'accordo con Enrico che il tempo non sia un buon criterio per decidere il termine di un'analisi. Tuttavia il tempo a volte rappresenta una situazione di stallo che, nella mia esperienza, può dipendere da: a) mancata analisi della dipendenza tra analista e interlocutore "paziente", con resistenza ad affrontare i ruoli attivo-passivo che la compongono; b) apparente risoluzione di conflitti sul piano cognitivo, non adeguatamente affrontati sul piano emotivo profondo; da questo punto di vista ritengo molto utili i concetti della terapia dinamico-esperienziale sulla distinzione delle difese "tattiche" e quelle "strutturali". E' vero infatti che un cambiamento strutturale ha bisogno di tempo, ma a volte penso non venga adeguatamente affrontata la dinamica intersoggettiva che si svolge sul piano emotivo. In altre parole è la struttura emotivo-affettiva dei rapporti interpersonali che rischia di non venire affrontata, equivocando il lungo tempo per il cambiamento come dovuto alla struttura "intrinseca" della personalità del paziente.


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Guestbook

Dr. Paolo Cozzaglio, medico psicoanalista junghiano, socio CEPEI e OPIFER, Milano, Italy

Prof. Roberto Pani, psychoanalyst, professor "clinical psychology, University of Bologna, Italy

Dr.ssa Giuseppina Riscassi, medico psicoanalista, sessuologa, socia Istituto Erich Fromm, socia OPIFER, Piacenza, Italy

Dr. Sergio Bettinelli, medico psicoterapeuta analista dialettico, socio CEPEI, Erba, Italy

Dr. Lorenzo Bignamini, medico psicoanalista junghiano, psicologo clinico, socio CEPEI e presidente SIPCM, Milano, Italy

Dr. Enrico Vincenti, psicologo psicoanalista della relazione, socio SIPRE e OPIFER, Milano, Italy