A SILVIA MONTEFOSCHI
La prima volta che ho
incontrato Silvia è stato all'inizio degli anni settanta.
Sono rimasto subito colpito
dalla sua apertura, dalla sua disponibilità, dalla sua cordialità.
Era la prima volta
che la vedevo ma la conoscevo già, in quanto conoscevo il suo pensiero e
il suo impegno nel sociale, dalla pratica psicoanalitica agli studi
filosofici, soprattutto per avere letto e studiato il suo lavoro “Al di là
del principio d'autorità”, apparso su “Psicoterapia e scienze umane”,
n.8-9, 1969, dove, oltre ad esporre la concezione antropologica di Jung,
buttava le basi del suo cammino.
Sottolineava in quel lavoro la
responsabilizzazione ideologica dello psicoterapeuta e riguardo a Freud,
pur non risparmiandogli alcuna critica, dimostrava grande considerazione e
grande rispetto, come d'altronde ha sempre fatto.
Chiariva poi come Jung avesse
iniziato il suo discorso là dove Freud l'aveva ultimato e dimostrava come
la metapsicologia freudiana non poteva che fermarsi al “principio
d'autorità” che veniva anche definito “principio di realtà”.
In quegli anni era molto viva la
contrapposizione natura e società,
dove la società veniva fra l'altro ad
essere l'erede diretta dell'autorità paterna ed il “principio di realtà”
veniva mostrato come l'unica possibilità che permettesse all'uomo di
potere vivere in modo sano all'interno delle proprie dinamiche di “es”,
di ”io”, di
“super-io”, non venendogli però in
tal modo riconosciuta alcuna capacità decisionale, se non quella della
sottomissione. Si veniva così, per usare le parole di Silvia Montefoschi,
a sancire biologicamente l'incapacità dell'essere umano di essere padrone
della propria esistenza ed artefice della storia.
Per superare tale condizione necessitava
muoversi su nuovi presupposti e qui interviene Jung con la sua concezione
antropologica, in cui crea un nuovo modello di personalità, al cui centro
pone l'”io individuale”,
che diventa il terzo elemento del conflitto e ne opera la soluzione.
Questo in quanto riconosce finalmente che le forze che si agitano in lui
non gli sono estranee ma gli appartengono. Riconosce altresì tali forze
come improntate da opposte modalità, provenienti dal confronto con
l'inconscio, e ne opera la sintesi, ricorrendo al “simbolo” che viene a
trasformare l'energia istintiva in energia creativa.
Questo processo viene da Jung chiamato “processo
di individuazione” ed è solo
possibile all'interno di una relazione terapeutica interagita
dall'analizzando e dall'analista, che possa permettere ad entrambi di fare
l'uno dell'altro lo schermo della proiezione del proprio interlocutore
interiore, per poi recuperarlo a sé stesso.
Qui sembra esaurirsi il
compito di Jung.
E' qui che interviene Silvia
Montefoschi con la sua ricerca ed i suoi lavori. Continua ad approfondire
il rapporto analitico e a teorizzare il passaggio dall'interdipendenza
all'intersoggettività ed andare oltre il tabu' dell'incesto. Solo così,
nel suo relazionarsi all'altro, al cospetto dell'altro, il soggetto può
riconoscersi come tale.
L' Io
si volge verso il Sé Individuale
e vi si comprenetra, per poi dirigersi verso il Sé
Universale, dal quale
proviene e fa parte.
Questo discorso ci porta a
superare il concetto di dualità, in quanto gli opposti dividono, nonchè a
considerare gli opposti come espressioni di una medesima dinamica del
pensiero a polarità differente.
Il superamento della dualità
porta all'unicità. Silvia
ci ha insegnato che gli essere umani, uomo e donna, continueranno a
dialogare fra di loro e nel loro dialogare si riconosceranno distinti ma
tuttavia identici, in quanto consapevoli di essere entrambi soggetti
pensanti, espressione del “Pensiero Uno”.
L'incontro del maschile col femminile
avviene nella coniunctio e
questa, da Silvia
Montefoschi, oltre che sul piano logico spirituale è stata vissuta anche
sul piano mistico esperenziale nel suo incontro con Giovanni. Silvia
Montefoschi ha dell'Essere
una visione unitaria e ci sprona a vivere la vita nella sua completezza,
ossia nella totale espressione di sé e al di là dell'egemonia di
soma e psiche,
in quanto entrambi espressione del pensiero, ma anche il pensiero
espressione di essi.
Termino questo ricordo con le
sue parole:
Cosa vuole dire che è ciò
che è?
Vuole dire che ciò che è, è
l'esserci della presenza al cospetto d'altra presenza quale è infinito
della vita
8/04/11 Antonino Messina |